venerdì 6 giugno 2014

La misura dello schiavo

 

Biogenetica & Mitologia

La "differenza più evidente tra i bambini in provetta e quello che viene descritto nei testi antichi è che il primo fenomeno è una simulazione del processo naturale della procreazione: lo sperma del maschio umano feconda un ovulo di femmina umana che poi si sviluppa in un utero. Nel caso della creazione dell'Adamo, fu mescolato il materiale genetico di due specie differenti (anche se non dissimili) per creare un nuovo essere, a metà strada tra i due "genitori".

Negli ultimi anni la scienza moderna ha compiuto notevoli progressi nelle manipolazioni genetiche. Con l'aiuto di equipaggiamenti sempre più sofisticati, compu­ter, e attrezzi sempre più minuti, gli scienziati sono riusciti a "leggere" il codice genetico degli organismi viventi, compreso quello dell'uomo. Non solo è diventato possi­bile leggere le "lettere" "dell'alfabeto" genetico, le A-G-C-T del DNA e le A-G-C-U dell'RNA, ma ora siamo anche in grado di riconoscere le "parole" di tre lettere del codice genetico (come AGG, AAT, GCC, GGG, e così via, in innumerevoli combinazioni) e anche i segmenti di fili del DNA che formano i geni, ognuno con il suo specifico .compito, per esempio: determinare il colore degli occhi, regolare la crescita o trasmettere una malattia ereditaria.

Gli scienziati hanno anche scoperto che alcune "parole" del codice servono soltanto per indicare al procedimento di duplicazione dove cominciare e dove fermarsi. Gra­dualmente, gli scienziati hanno imparato a trascrivere il codice genetico su uno schermo di computer e a ricono­scere nelle stampate (vedi figura 56) i segni di "avanti" e "alt". 



Il passo successivo era quello, estremamente noioso, di trovare la funzione di ogni segmento, o gene, quando il semplice batterio E. coli ne ha circa 4.000, e gli esseri umani molti più di 100.000. Ora si sta progettando di disegnare delle "mappe" dello schema genetico comple­to degli esseri umani ("genoma").

L'enormità del compi­to, e la vastità della conoscenza già raggiunta, possono essere comprese considerando il fatto che se il DNA presente in tutte le cellule umane fosse estratto e messo in una scatola, la scatola non dovrebbe essere più grossa di un cubetto di ghiaccio; ma se si dovesse stendere l'intreccio dei fili di DNA, il filo sarebbe lungo più di 75 - milioni di chilometri...

Nonostante tutte le complicazioni, è ormai possibile, con l'aiuto degli enzimi, tagliare i fili del DNA in punti stabiliti, eliminare una "frase" che forma un gene, e persino inserire nel DNA un gene estraneo; con queste tecni­che si possono eliminare le caratteristiche indesiderate (come quella che causa una malattia) o aggiungere una caratteristica desiderata (come un gene per l'ormone della crescita). I progressi nella comprensione e nella manipolazione di questa chimica fondamentale della vita furono riconosciuti nel 1980 con l'assegnazione dei pre­mio Nobel per la chimica a Walter Gilbert di Harvard e a Frederick Sanger dell'Università di Cambridge per lo sviluppo di metodi rapidi di lettura di grossi segmenti di DNA, e a Paul Berg della Stanford University per il suo lavoro pionieristico nella "divisione del gene". Un altro termine usato per questa procedura è "tecnologia di ricombinazione del DNA", perché dopo la divisione, il DNA viene riformato con l'introduzione di nuovi segmenti di DNA;

Questa tecnologia ha reso possibile la terapia geneti­ca, cioè la rimozione o la correzione nelle cellule umane di geniche che causano malattie ereditarie e difetti. Ha reso possibile anche la biogenetica: la creazione, attraverso la manipolazione genetica, di batteri o topi da usare per fabbricare una certa sostanza chimica (come l'insulina) necessaria in medicina. I successi della tecnologia di ricostruzione genetica sono possibili perché il DNA di tutti gli organismi viventi sulla Terra è formato nello stesso modo, così che un filo di DNA di un batterio "accetterà" (cioè si combinerà) con un segmento di DNA umano. In effetti, ricercatori americani e svizzeri hanno riferito nel luglio 1984 la scoperta di un segmento di DNA comune agli esseri umani, alle mosche, ai lombrichi, ai polli e alle rane; una ulteriore conferma della comune origine genetica di tutte le forme di vita sulla Terra.

Gli ibridi come i muli, che nascono da un asino e da un cavallo, sono possibile perché i due genitori hanno cro­mosomi simili (anche se gli ibridi non sono in grado di procreare). Una pecora e una capra, pur non essendo parenti tanto lontani, non possono accoppiarsi natural­mente; ma per la loro somiglianza genetica, sono stati condotti esperimenti per riunirli e formare (nel 1983) una "capecora" (fig. 57): una pecora con tanto di mantello lanoso, ma con le corna di una capra. Queste creature miste, "mosaici" genetici, sono chiamate "chimere", dal mostro della mitologia greca che aveva la parte anteriore di unì leone, la parte mediana di una capra e la coda di un dragone (fig. 58). L'impresa fu compiuta con una "fusione cellulare", cioè la fusione di un embrione di pecora e di un embrione di capra durante la fase della loro prima divisio­ne, separandoli ognuno in quattro cellule, poi incubando la mistura in una provetta con sostanze nutritive fino al momento di trasferire di nuovo l'embrione misto nell'ute­ro, di una pecora che fungeva da madre surrogata.



Nella fusione cellulare, il risultato (anche se nasce un piccolo vitale) è piuttosto imprevedibile; è completa­mente affidato al caso i quali geni andranno a finire su quali cromosomi e dove, e quali tratti—"immagini" e "somiglianze" — verranno raccolti da quali cellule del donatore.

È quasi unanimemente riconosciuto che i mostri della mitologia greca, compreso il famoso Minotauro (metà uomo e metà toro) di Creta, fossero effettivamente ricordi delle storie trasmesse ai greci da Berossus, il sacerdote babilonese, e che le sue fonti fossero proprio i testi sumeri sugli esperimenti più o meno riusciti di Enki e Ninti, che avevano prodotto ogni sorta di chimere.

I progressi della genetica hanno fornito alla biotecno­logia altre strade oltre quella imprevedibile delle chime­re; è evidente che in questo modo, la scienza moderna ha seguito l'alternativa (benché più difficile) scelta da Enki e Ninti togliendo e aggiungendo pezzi di fili genetici, con la tecnologia di ricostruzione, si possono rendere più specifici e precisi i tratti da eliminare, aggiungere o scam­biare. Le pietre miliari di questo progresso nell'ingegneria genetica furono i trasferimenti di geni di batteri nei topi. Nel 1982 i geni della crescita di un ratto furono divisi e introdotti nel codice genetico dì un topolino (da equipe dirette da Ralph L. Brinster della University of Pennsylva-rìia e Richard D. Palmiter del Howard Hughes Medicai Institute), portando alla nascita di un "supertopo" due volte più grosso di un topo normale. Nel 1985 fu riportato su Nature (27 giugno) che degli sperimentatori in vari centri scientifici erano riusciti ad inserire geni della cre­scita umani in conigli, maiali e pecore; nel 1987 (New Sdentisi, 17 settembre) scienziati svedesi avevano creato allo stesso modo un super-salmone. Oggigiorno, i geni che trasmettono altre, caratteristiche sono stati usati in queste ricostruzioni "trans-genetiche" tra batteri, piante e mammiferi.

Le tecniche sono state perfezionate fino alla produzione artificiale di composti che emulano perfetta­mente la funzione specifica di un precisò gene, soprattut­to allo scopo di curare le malattie.

Nei mammiferi, l'ovulo femminile fecondato e alterato deve essere poi impiantato nell'utero di una madre portatrice — la funzione che fu assegnata, secondo i racconti dei Sumeri, alle "dee della nascita". Ma prima di questa fase, bisognava trovare il modo di introdurre i tratti gene­tici desiderati del maschio donatore nell'ovulo della fem­mina. Il metodo più comune è la micro-iniezione, per cui l'ovulo di una femmina, già fecondato, viene estratto e iniettato, con i tratti genetici prescelti; dopo un breve periodo di incubazione in un'ampolla di vetro, l'ovulo viene reimpiantato in un utero (si è provato con topi, maiali e altri mammiferi). La procedura è difficile, ci sono molti ostacoli e il risultato ha solo una piccola percentuale di successo, però funziona. Un'altra tecnica è stata l'uso di virus, che naturalmente attaccano le cellule e si fondono con i nuclei genetici; i nuovi tratti genetici che devono essere trasferiti alla cellula vengono legati in modo com­plesso al virus, che agisce quindi come portatore. Qui il problema è che la scelta del punto in cui i cromosomi si dipartono, e a cui si deve attaccare il gene, è completa­mente incontrollabile e nella maggior parte dei casi sono risultate delle chimere.

Nel giugno 1989 una relazione apparsa sulla rivista Celi annunciava il successo raggiunto da una equipe di scien­ziati italiani, guidata da Corrado Spadafora dell'Istituto di Tecnologia Biomedica di Roma, nell'usare lo sperma cdme portatore del nuovo gene. I ricercatori riferirono di aver usato una procedura in cui lo sperma era stato introdotto per abbassare la naturale resistenza contro i geni estra­nei; immerso poi in soluzioni contenenti il nuovo materia­le genetico, lo sperma aveva assorbito il materiale "gene­tico nel suo nucleo. Con questo sperma trattato furono fecondate delle femmine di topo; i piccoli nati conteneva­no nei loro cromosomi il nuovo gene (in questo caso un certo enzima batterico).

L'uso del mezzo più naturale — lo sperma — per trasportare il materiale genetico in un ovulo lasciò stupe­fatta l'intera comunità scientifica per la semplicità della trovata, e fu oggetto, di titoli in prima pagina persino sul New York Times. Uno studio successivo su Science dell'1 agosto 1989 riportò una serie di esperimenti, di cui alcuni coronati da successo, di altri scienziati che avevano imita­to la tecnica italiana. Ma tutti gli scienziati specialisti nella tecnologia di ricostruzione furono d'accordo sul fatto che era stata davvero inventata una nuova tecnica, quella più semplice e più naturale.

Alcuni hanno fatto notare che la capacità dello sperma di assorbire il DNA estraneo era stata già suggerita dai ricercatori nel 1971, dopo degli esperimenti con lo sp*erma . di coniglio. Nessuno si rendeva conto che questa tecnica era stata descritta molto prima, nei testi sumeri che rac­contavano la creazione dell'Adamo da parte di Enki e Ninti, i quali avevano mescolato l'ovulo della donna-scimmia in una provetta con lo sperma di un giovane Anunnaki in una soluzione che conteneva siero di sangue.

Nel 1987 il rettore di antropologia dell'Università di Firenze, in Italia, sollevò una tempesta di proteste da parte del clero e degli umanisti quando rivelò che gli esperimenti in corso potevano portare alla "creazione di una nuova razza di schiavi, di un antropoide con una madre scimpanzé e un padre umano". Uno degli affezionati lettori di Zecharia Sitchin gli mandò il ritaglio di giornale che parlava della storia con il commento: "Bene, Enki, eccoci daccapo"

Sembrava riassumere nel modo migliore i successi della moderna microbiologia.


Tratto dalle mie letture di Zecharia Sitchin

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