martedì 17 febbraio 2015

"Perché Bruno muore?"


415 anni fa Il 17-02-1600 Giordano Bruno veniva bruciato vivo a Campo dei Fiori a Roma, condannato dal braccio secolare della santa inquisizione della chiesa cattolica romano apostolica,  per eresia e apostasia.

Quando un uomo grande ha attraversato un'epoca grande e terribile è sempre difficile chiarire tutti gli aspetti che segnano il suo cammino, dare il giusto valore a ogni esperienza. Impossibile però sottrarsi allo sforzo, forse disperato, di illuminare almeno in parte le zone d'ombra che avvolgono la sua morte, a partire da una domanda fondamentale: perché Bruno muore?

Abbiamo seguito il processo, tappa per tappa, ed è emerso con chiarezza che vi è un duplice elemento di ambiguità; da un lato, fino a che punto, l'Inquisizione romana ha perso tempo, ha differito il momento della scelta più radicale, ha cercato in tutti i modi di ricondurre Bruno nel suo seno, o quantomeno di portarlo al pentimento e a una chiara rinuncia alle sue tesi più palesemente eretiche.

Dall'altro lato, anche Bruno ci appare come ambiguo e oscillante nella sua posizione, incerto fino all'ultimo fra abiura e fermezza, ammissione totale  o parziale di colpevolezza.

Non sapremo mai cosa ha scritto il 20 gennaio nel suo ultimo plico al pontefice, anche perché quel plico non è mai stato letto. Resta comunque il fatto cerca di resistere il più possibile sulle sue posizioni e, già a Venezia, quando è disposto all'abiura, chiede che il castigo non sia pubblico.

Egli infatto non ha da difendere solo la sua vita, ma il valore della sua dottrina, che per quindici anni ha insegnato in tutta Europa. A sua volta la dottrina che propugna è più di un'astratta e indifferente concezione filosofica, ma rappresenta piuttosto una visione magico-religiosa, una vera e propria rivelazione. Bruno è pertanto posto per tutta la durata del processo in un conflitto anteriore assoluto.

Infine, per capire, torniamo ai suoi testi pieni di incanto, alla sua poesia senza tempo, alla sua parola ispirata, abbandoniamoci ancora per l'ultima volta, a uno sguardo sull'essere (e sul Sole, suo simbolo stesso) che dopo Bruno, dopo Giordano, dopo il Nolano non ci sarà più.

Note e spunti (non in sequenza) tratti dal libro "GIORDANO BRUNO" di Matteo D'Amico
pag: 442 - 443 - 444 - 445 - 446 - 447 
"O tu, che alimenti nel cuore dell'uomo fiamme immortali, tu che ingiungesti al mio animo di innalzarmi a tanta luce e di riscaldarsi a tanto fuoco nella misura in cui, dissipate le tenebre, mi sarò innalzato alle stelle e, pur trattenuto dal peso inerte del lento corpo, avrò percorso l'orbe infinito, morto al mondo sensibile; tu occhio che vede tutte le cose, innalzando gli animi, trascinando i sensi al di sopra dell'essere, tu che, scuotendomi dal torpore, mi concedesti di essere vigile, tu che lo sguardo fai nascere, tu che con lo sguardo ti innalzi e da esso salvato vivi per noi, tu mantieni in vita tutti i viventi e spezzi con il più lieve colpo la materia più resistente; mostri tutto ciò che la terra, i mari, l'etere, l'abisso comprendono. Il volgo, privo della luce degli occhi e folle riterrà te cieco e insensato. O tu che rivelasti ai miei occhi lo spazio illuminato i veri mondi, o stelle splendenti, non ci saranno luogo, sorte, tempo lontano dal mio punto di osservazione, non età che dimostrano i miei errori."

Giordano Bruno: Il triplice minimo e la misura. Opere latine, cit. pag. 89

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