lunedì 20 giugno 2016

Almanacco supplemento di giugno


ANOMALIE DELLA CORRENTE A GETTO 
E CAOS METEOROLOGICO
  
 
Le anomalie climatiche potrebbero avere la loro spiegazione in un’anomalia della corrente a getto. Recenti studi hanno osservato che questa traiettoria è notevolmente cambiata.  

Un aspetto inquietante accompagna questi cambiamenti. E’ noto e documentato lo sforzo di scienziati e militari per impadronirsi del meteo e del clima. 

La corrente a getto (“Jet Stream”) circola nella troposfera e sposta le masse d’aria calda o fredda da una parte all’altra del globo terrestre. E’ questo flusso, con le sue variazioni di direzione e intensità, che condiziona fortemente i mutamenti meteoclimatici in ogni angolo del pianeta. Continua QUI
Articolo correlato QUI
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“NATO guerrafondaia”: Steinmeier si sveglia. Tardi.
Articolo Maurizio Blondet  
Non è Mosca, ma la NATO che “provoca”. E’ la NATO ad essere “guerrafondaia a ”far tintinnare le sciabole”. L’ha detto (finalmente) il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, il cui paese è membro centrale della NATO. L’ha detto al Bild am Sonntag. La sua è stata una critica esplicita alla gigantesca esercitazione NATO in corso in Polonia, con la partecipazione di 31 mila uomini di 16 eserciti (fra cui il germanico) il cui scenario consiste nel simulare di “respingere un’aggressione russa” dei paesi baltici e Polonia. Che la grande manovra sia diretta contro Mosca, s’è vantato il presidente polacco Andrzej Duda: “Lo scopo dell’esercitazione è chiaro; ci stiamo preparando per un’invasione”.

Proprio questa simulazione è provocatrice e guerrafondaia (warmongering, parola molto forte) da parte dell’Alleanza, ha (finalmente) replicato il tedesco. “Ciò che proprio non si deve fare è infiammare la situazione agitando le sciabole e col bellicismo. Chi crede che una simbolica parata di cingolati sul confine orientale dell’alleanza porti sicurezza, si sbaglia. Saremmo più sensati a non creare pretesti per rinfocolare un vecchio conflitto”. Continua QUI 
Articolo correlato in lingua inglese QUIQUI
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Lo stato non è la soluzione dei problemi. E’ la causa. 
by  

Ma chi è che vorrebbe il disordine sociale? Gli anarchici? Così come dicono tendenziosamente i dizionari col marchio Siae? Ma riflettiamo! A che pro’? A chi giova davvero il disordine, il crimine, la violenza, cioè le cose orribili a cui assistiamo quotidianamente con lo stato, se non proprio allo stato, per farsi passare come deus ex machina? Senza poi parlare del fatto che lo stato stesso, in se stesso, è violenza! E’ esercizio della violenza espressa al suo massimo immaginato, e anche oltre ciò che una mente sana possa immaginare. 

Può mai esistere un male più atroce della guerra tra nazioni dove vengono ammazzati milioni di persone, bambini compresi, spesso pure usati come soldati? La guerra è legale, è roba di stato, è lo stato, al di là delle sue ‘belle parole’ stampate! Può mai esistere qualcosa di più abominevole dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo? E lo sfruttamento di ogni altra cosa che vive e che non vive? Ma come si può immaginare che l’anarchia sia il corrispettivo di disordine se viviamo quotidianamente con l’esempio più eclatante di disordine e violenza inaudita dovuta a una struttura sociale fondata sulla coercizione e un ordinamento giudiziario punitivo-ricattatorio? Eppure c’è gente che crede ancora che lo stato sia la soluzione dei problemi, e non la vera causa, e che l’anarchia porti al disordine, e non invece alla libera associazione tra individui eguali nei diritti che obbediscono soltanto alla loro umana coscienza, non più viziata, finalmente, dalla cultura attuale competitiva e disumana.

L’errore è dovuto anche al fatto che non esiste in questa società statuale una buona diffusione del pensiero anarchico, lo stato cassa i filosofi anarchici, ancorché eminentissimi, semmai accusa sempre l’anarchia di disordine, per cui la gente pensa davvero, ancora oggi, come nei tempi remoti, che lo stato sia un padre benevolo che risolve tutti i problemi, mentre invece li crea, o per meglio dire, che li fa creare ai suoi stessi sostenitori, ingenui e ignari nel migliore dei casi.
Cloud’s Walden 
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Il magico potere delle parole e perché 
le parole governano il mondo
Written by Cristina Bassi 

“Senza conoscere la forza delle parole 
è impossibile conoscere di più” Confucio

Sentiamo parole e le pronunciamo ogni giorno semplicemente perché dipendiamo da loro per comunicare. Per questa ragione, le parole svolgono un ruolo molto importante per dare forma alle nostre credenze e alla nostra percezione della realtà.

Si stima che la persona media pronunci più di 7000 parole al giorno. Anche se le sentiamo e le pronunciamo ogni giorno, la più parte di noi non ha nessuna idea di quanto potenti esse siano

Quel che più parte della gente non sa sulle parole, è che hanno proprietà magiche e sono molto efficaci per ingannare la mente. Ciononostante le parole possono anche essere usate per dare potere la mente. In questo articolo dimostrerò come le parole vengono usate per ingannarvi e far si che voi rinunciate ai vostri diritti naturali e poteri spirituali, in favore dello Stato. Ogni volta che rinunciate ai vostri poteri spirituali ai vostri diritti naturali in favore di un ente governativo, state commettendo un peccato contro il Creatore Primo 
Continua QUI
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10 Curiosità che L'utente non può sapere 
su Computer e Internet 

Mentre la maggior parte di voi hanno familiarità con i computer e il World Wide Web, qui ci sono i 10 fatti più interessanti circa la tecnologia che veramente vi sorprenderà ... 

I 10 fattori interessanti di Internet:

1. Oltre 400 ore di contenuti viene caricato ogni minuto su YouTube, che è pari a 24.000 giorni di contenuti ogni minuto, pari a 65,7 anni. 

2. Nel 2015, il numero dei messaggi di posta elettronica inviati e ricevuti al giorno è pari a oltre 205 miliardi, il che significa che quasi 2,4 milioni di messaggi di posta elettronica sono stati inviati ogni secondo, e in un anno vengono inviate 74.000 miliardi e-mail.

3. Questo è ciò che accade su Internet in 60 secondi


4. Più di 317 milioni di nuovi pezzi di malware - virus informatici o altri software dannosi - sono stati rilasciati nel 2014, il che significa circa un milione di nuove minacce sono state rilasciate ogni singolo giorno.

5. Oggi circa il 40% della popolazione mondiale ha una connessione a Internet; 20 anni fa, era inferiore all'1%.

6. Google utilizza energia sufficiente per alimentare continuamente 200.000 case, anche se 1,9 MW di pannelli solari producono oltre 3 milioni di kWh di energia pulita ogni anno al suo campus di Mountain View:

7. Alla fine del 2015, 8,1 miliardi di dispositivi - smartphone, tablet, personal computer, televisori, dispositivi TV-attached e dispositivi audio - connessi a Internet. Che viene calcolato a circa quattro dispositivi per famiglia.

8. La NASA ha irradiato una rete di successo Wi-Fi che può arrivare fino alla Luna.

9. Il primo nome dei dominio mai registrato era Symbolics.com, il 15 marzo 1985.

10. Scott Fahlman ha inventato la primo emoticon -
🙂 - Nel 1982. (Leggi QUI l'articolo intero in lingua inglese) LINK 

Traduzione e adattamento Nin.Gish.Zid.Da

domenica 19 giugno 2016

Negri-Indiani-italioti


Agli schiavi italioti. Con omaggio agli indiani. 

Maurizio Blondet  

Questi pensieri li dedico ai controllori di volo di Fiumicino, che hanno scioperato per vedere la partita Italia Svezia (110 voli cancellati); ai dipendenti dell’ATAC iscritti al sindacato Ugl che lunedì hanno scioperato dalle 20.30 alle 0.30 per vedere l’Italia contro il Belgio. Li dedico ai palermitani dell’Amat, l’azienda trasporti di Palermo, che hanno fatto lo stesso. 

Siete negri. Lo dimostrate col vostro comportamento: negri. Quei negri che Alexis de Tocqueville vide e descrisse nel suo grandissimo saggio “La democrazia in America”, scritto nel 1832
tocqueville 


Alexis De Tocqueville (1805-1859)
“Il Negro degli Stati Uniti ha perduto perfino il ricordo del suo paese; non capisce più la lingua che han parlato i suoi padri; ha abiurato la loro religione e scordato i loro costumi […]. Il Negro non ha famiglia; non sa vedere nella donna altra cosa che la compagna passeggera dei suoi piaceri; e quando nascono, i suoi figli sono suoi eguali”.  

Che ne dite, vi riconoscete? E’ somigliante il ritratto di voi italioti? Di voi negri? Ascoltate ancora: 

“Affondati in questo abisso di mali, il Negro sente appena la sua sciagura; la volenza l’ha posto nella condizione di schiavo, e l’abitudine al servire gli ha dato pensieri e un’ambizione di schiavo; egli ammira i suoi tiranni più che odiarli, e trova la sua gioia e il suo orgoglio nella servile imitazione di quelli che lo opprimono. La sua intelligenza s’è abbassata al livello della sua anima”.

Non ha bisogno, il Negro, di preoccuparsi del domani, di essere previdente o responsabile. “Egli comprende, fin dalle prime nozioni che riceve dall’esistenza, che è la proprietà di un altro, che ha interesse a vegliare sulla sua vita; si rende conto che la cura della propria sorte non gli è devoluta; quindi, l’uso stesso del pensiero gli pare un dono inutile della Provvidenza. Egli gode pacificamente di tutti i privilegi della sua bassezza”.

Che possiate essere cittadini, unirvi ai liberi e forti per riconquistare la sovranità sequestrata di poteri forti globali e dalle euro-oligarchie, è escluso: 

“Se il Negro diventa libero, l’indipendenza gli appare una catena più pesante che la stessa schiavitù; perché nel corso della sua esistenza, ha appreso a sottomettersi a tutto, tranne che alla ragione; e quando la ragione diviene la sua sola guida, non sa riconoscere la sua voce”. 

Tocqueville vide la metamorfosi dello schiavo liberato, e vide quel che diventava: il consumista-tipo. 

“Mille bisogni nuovi lo assediano, e lui manca delle conoscenze e dell’energia necessaria per resistere loro. I bisogni sono dei padroni che bisogna combattere, e lui non ha imparato che a sottomettersi e ad obbedire. E’ arrivato dunque al colmo di questa miseria, che la servitù lo abbrutisce e la libertà lo fa perire (…) …Il Negro si piega ai gusti dei suoi oppressori, adotta le loro opinioni ed aspira, imitandoli, a confondersi con essi”.

Una figura che ben conosciamo, vero? Negri siamo un po’ tutti, nella società del consumo-divertimento, nel grande McWorld dell’americanismo planetario. Ma troppi sono più negri di altri. Quelli dell’America, furono resi schiavi con la forza; troppi oggi lo sono volentieri. 

Aggiungo a questo punto che non è mio merito il ritrovamento di tali folgoranti citazioni: è di un intellettuale francese, Nicolas Bonnal, che scrive su Dedefensa. Ringraziate lui. E ne avrete ancor più motivo, perché ha ripescato dal gran volume, quel che Tocqueville capì dei pellerossa, e del destino che li attendava – e che attende nel McWorld chi ha dignità.

Anzitutto, il ritratto dell’Indiano. E’ il contrario del Negro. Tocqueville, che ha conosciuto in Francia l’Ancien Régime, i tempi dell’aristocrazia, lo riconosce subito: “La caccia e la guerra gli sembrano le sole cure degne di un uomo. L’indiano, al fondo della miseria dei suoi boschi, nutre dunque le stesse idee, le stesse opinioni del nobile del Medio Evo nel suo castello”. Uno scandalo intollerabile, più grande democrazia e nella sola superpotenza rimasta. Ed ecco come viene normalizzata una simile nobiltà non omologabile:

“…indebolendo presso gli indiani dell’America del Nord il sentimento della patria, disperdendo le loro famiglie, oscurando le loro tradizioni, interrompendo la catena dei ricordi [cioè la trasmissione vivente della Tradizione, da padre a figlio, da saggio sciamano ad allievo], e cambiando tutte le loro abitudini, ed accrescendo oltre misura i loro bisogni”. In questo modo “La tirannia europea li ha resi più disordinati e meno civilizzati di quanto già erano”. 

Tocqueville vide già applicato il principio del libero commercio globale, con gli effetti dell’interdipendenza e dell’obbligo del superfluo. 

“Gli europei hanno introdotto fra gli indiani le armi da fuoco, il ferro e l’acquavite; gli hanno insegnato a rimpiazzare coi nostri tessuti i vestimenti barbari di cui la semplicità indiana s’era fino ad allora contentata. Contraendo gusti nuovi, gli indiani non hanno appreso l’arte di soddisfarli, ed hanno dovuto ricorrere all’industria dei Bianchi”. 

Entrato nell’economia monetaria, il Pellerossa non ha soldi. Ma può guadagnarli? Certo! Egli dispone di quel che Adam Smith chiamò “il vantaggio competitivo”: è un bravissimo cacciatore, migliore di qualunque bianco. Porti dunque le pellicce dei castori, dei visoni e delle volpi – si vendono bene nella lontana Europa – e riceverà il compenso. Naturalmente, detratte le spese e il giusto profitto del Bianco, che conosce i “mercati” e fa all’Indiano il favore di portare le sue pelli sul mercato – e ignora che il margine di profitto che il capitalista si tiene è mille, diecimila volte quel che gli dà in cambio. Non sa, il guerriero, il nobile medievale nella foresta, che la “allocazione efficiente del capitale” consiste nella “riduzione della retribuzione del lavoro”. 

Tocqueville poté vedere gli effetti di questo scambio: 
“Da quel momento, la caccia non dovette servire solamente ai suoi bisogni, ma anche alle passioni frivole dell’Europa. Non cacciò più le bestie delle foreste per solo nutrirsi, ma al fine di procurarsi i soli oggetti di scambio che poteva darci. Mentre i bisogni degli indigeni si accrescevano così, le loro risorse non cessavano di decrescere”. 

E come mai? La selvaggina diventa rara.

“Dal giorno in cui un insediamento europeo si forma nella vicinanza del territorio indiano, la selvaggina entra in allarme. Migliaia di selvaggi erranti nella foresta, senza dimora fissa, non la spaventavano; ma all’istante in cui il rumore continuo dell’industria europea si fa udire in qualche luogo, essa comincia a fuggire e a ritirarsi verso l’Ovest, dove il suo istinto sa che incontrerà dei deserti, ancora senza confini”.

Privato della sua risorsa e mezzo di scambio, all’indiano non resta che entrare nel lavoro salariato. “Dopo una vita agitata, piena di mali e di pericoli, ma allo stesso tempo densa di emozioni e di grandezza, bisogna sottomettersi a una esistenza monotona, oscura e degradata. Guadagnare con lavori penosi e in mezzo all’ignominia il pane che deve nutrirlo, questo è ai suoi occhi l’unico risultato della civiltà che gli si vanta. E anche questo risultato, non è sempre sicuro di ottenerlo”.

Perché non lavorano bene, sono dequalificati, il mercato non li richiede – e quindi non li paga. Occupano terreni che non sfruttano con l’efficienza che il capitalismo monetario richiede e conosce. Quindi? No, non si pensi che a Washington siano pronti a sterminarli, a qualche incivile atrocità. Scrive Tocqueville:

“La condotta degli americani degli Stati Uniti verso gli indigeni respira il più puro amore delle forme e della legalità. Purché gli indiani restino nello stato selvaggio, gli americani non si immischiano minimamente nei loro affari e li trattano da popoli indipendenti. Non si permettono di occupare le loro terre, senza averle debitamente acquisite per mezzo di un contratto; e se per caso una nazione indiana non può più vivere sul suo territorio, essi la prendono fraternamente per mano e la conducono essi stessi a morire fuori del paese dei loro padri”. 

Spero si colga il sarcasmo di Tocqueville: profeta, egli vede già quella civiltà della moralità anglo, dell’intervento umanitario per espandere la democracy che ben conosciamo. Anche a lui viene da fare il confronto con gli spagnoli, cattolici, che hanno riempito il Sudamerica di cattedrali e seminai barocchi. “Gli spagnoli, anche con l’aiuto di mostruosità senza esempio e coprendosi di vergogna incancellabile, non sono riusciti a sterminare la razza indiana, e nemmeno a impedirle di condividere i loro diritti; gli americani degli Stati Uniti hanno raggiunto questo doppio risultato con meravigliosa facilità, tranquillamente, legalmente, filantropicamente, senza spargimento di sangue, senza violare uno solo dei grandi principi della morale agli occhi del mondo. Non si potrebbero distruggere gli uomini rispettando meglio le leggi dell’umanità”.

L’hanno fatto ai pellerossa. I filippini, ai giapponesi; l’hanno fatto a tutti noi, di un’altra Europa. L’hanno fatto agli iracheni, agli afghani; ai siriani, da ultimo. Adesso, vogliono farlo al popolo russo.

giovedì 16 giugno 2016

"La Ue sottrae carisma, e lo distrugge. E’ così che muoiono le democrazie."

 

Euro-oligarchia: nel panico, ma incorreggibile 

Maurizio Blondet  

L’ultima prova di demenza (per ora) è la minaccia di Jens Stoltenberg, il segretario generale della NATO: anche attacchi di hackers nelle reti occidentali possono far scattare la clausola di difesa reciproca. Insomma tutti noi europei saremo obbligati a scendere in guerra contro la Russia, perché una rivista (Oilprice.com) ha scritto che, forse, Mosca è in possesso di tutte le email che Hillary Clinton ha memorizzato sul suo server privato, e potrebbe girarle a Wikileak: in queste mail – su cui Obama ha vietato all’FBI di procedere fino a dopo le elezioni residenziali – ci sono prove delle porcate che possono rovinare a campagna a Hillary, che è (come ha detto genialmente Donald Trump) una donna “croocked”, parola che significa “stortamente disonesta, tortuosa malandrina”.

Sono nel panico. Tanto che il partito democratico Usa ha accusato i servizi russi di aver violato i suoi server – ciò sarebbe stato appurato da una ditta specializzata, la This’ve – e questa volta il motivo del panico è: adesso i russi sono in possesso del dossier che i democratici hanno messo insieme su Donald Trump e le sue porcherie varie ed eventuali – e certamente l’hanno passato a Donald, che conoscendolo in anticipo lo può controbattere…è incredibile come la classe di potere americana veda giganteggiare Putin all’interno della campagna elettorale presidenziale: una presenza allucinatoria, un incubo-fantasma.

Non c’è male, per un paese di cui la Superpotenza si sforza ogni giorno di dimostrare l’insignificanza. Ma il tema è più generale. L’Impero assiste, e forse provoca, lo sgretolamento del suo principale vassallo – l’Unione Europea – e non riesce a pensare ad altro che ad aggredire il nemico che s’è creato da sé, in base a un progetto di conquista del mondo che si sta sfasciando..

In Europa, il fenomeno è ancora più accentuato, e sconfina nella patologia: gli inglesi stanno per votare la Brexit, probabilmente decretando la fine del progetto di un’Europa anti-nazionale, costruita alle spalle delle nazioni e della democrazia, da tecnocrati-congiurati; ma da Bruxelles e da Berlino non arriva una sola autocritica. Non la minima proposta di riforma, di apertura alle obiezioni, di ripensamento dell’agghiacciante inglobamento di una dozzina di paesi dell’Est, estranei alla mentalità comune. Solo il proposito di “dare all’Inghilterra una lezione durissima, facendole pagare cara l’uscita, nella speranza di dissuadere i cittadini europei dal cercare simili avventure”, secondo il corrispondente a Bruxelles di 24 Ore. E’ il bastone che hanno già usato per la Grecia, ed anche per l’Italia, dandoci governi decisi a Francoforte, Berlino e Bruxelles; sugli inglesi, quasi certamente questa minaccia che si sta decidendo in massa a “uscire”: sanno riconoscere una dittatura quando ne vedono una.
 
Parigi in insurrezione permanente

La Francia è in stato insurrezionale, ma il Budino dell’Eliseo non si dà per inteso: esegue il programma sul lavoro da svalutare che gli è stato dettato dall’Europa, e non è in grado di capire che quel tempo è passato. Parimenti, tutti i politici europei, dopo aver demandato per cinquant’anni le scelte decisive a Bruxelles, o ancor peggio ai “mercati” –ossia all’economia predatoria – non hanno più la legittimità per dare ordini ai loro popoli.

Non hanno un piano B. Questa crisi potrebbe essere l’occasione per rifondare l’Europa, ma la Merkel con sul volto (secondo uno psichiatra tedesco) “ tutti i segni della depressione” non fa’ che ripetere le stesse minacce di una egemonia tedesca ormai messa in forse, come le impone il dettato di un impero americano in piena confusione allucinatoria. Già basterebbe, come disse Varoufakis ad Evans-Pritchard, che riconoscessero che “la UE di oggi è una casa deformata e mezzo-finita che nessuno ha voluto in questo modo”, sarebbe un segno di resipiscenza e onestà intellettuale. Niente, vogliono più Europa, più deformità.


Non ammettono di aver sbagliato 


E’ sintomatico il fatto che quando lorsignori e i loro media elencano i motivi per cui la Gran Bretagna deve restare in Europa, non sanno pensar ad altro che a motivi economici: se uscite ci perdete, crollerà il Pil, i mercati vi puniranno. Tanto si sono asserviti ai “mercati” (globali per giunta) da non aver più coscienza che la questione è politica, ed esige scelte politiche. Attenzione: non la politica ornamentale, arma di distrazione di massa, dei “diritti civili” ai gay, o la chiacchiera sulla Boschi, nei talk shows; la Politica con la P maiuscola. La cui irruzione terrorizza i tecnocrati e i loro caudatari.

Evans Pritchard, il giornalista del Telegraph che emerge ormai come la guida intellettuale del Brexit, ha già risposto alle obiezioni di tipo economico: “Chiunque creda che sarà facile alla Gran Bretagna svincolarsi dopo 43 anni di avviluppamento negli affari UE, è un ciarlatano o un sognatore”. Ma qui, gli inglesi devono scegliere “se vogliono vivere sotto un regime sovranazionale, governato da un Consiglio Europeo che noi non eleggiamo, e che il popolo britannico non può rimuovere, anche se persiste nell’errore”. Bisogna “restaurare in pieno l’autogoverno di questa nazione”; questa è una scelta “elementare”. Nessuna convenienza economica vale la libertà politica. E’ una frase che, ad un blogger italiano, ricorda quella con cui Churchill criticò il governo britannico che aveva accontentato Hitler a Monaco: “Dovevano scegliere tra la guerra o il disonore. Hanno scelto il disonore, e avranno la guerra”. 

 
Ambrose Evans-Pritchard
Noi possiamo a buon diritto parafrasare: abbiamo barattato la sovranità per il benessere economico; abbiamo ottenuto la servitù e la più grave recessione dagli anni ’30, milioni di disoccupati, una generazione perduta per il lavoro, la perdita di mercati internazionali che si è accaparrata Berlino, l’annullamento del 25% delle nostre industrie – proprio come in una guerra.

“Da sei anni nella crisi dell’eurozona, e non c’è ombra di unione fiscale: niente eurobonds, nessun fondo di riscatto hamiltoniano dei debiti, nessuna messa in comune del debito pubblico, e nessun trasferimento dei bilanci” dai paesi attivi ai passivi: tutte le cose normali e obbligatorie di una unione monetaria, a cui la Germania si oppone con pietrificata ostinazione. E’ questo che ha decretato la rovina dell’euro, moneta “comune” che comune non è, ma è il marco tedesco gestito come vogliono solo i tedeschi. Un colossale fallimento, anzi un crimine economico, dice Evans-Pritchard: ma “nessuno è mai stato chiamato a rispondere per gli errori di progettazione e arroganza dell’euro, o per la contrazione monetaria e fiscale che ha trasformato la recessione in depressione, e ha portato a livelli di disoccupazione giovanile in Europa, che nessuno avrebbe mai pensato possibile o tollerabile in una società civile moderna”. Non c’è stata alcuna commissione di verità e riconciliazione per il più grande crimine economico dei tempi moderni. Non sappiamo esattamente chi era responsabile perché il potere è stato esercitato attraverso un gioco oscuro delle élite a Berlino, Francoforte, Bruxelles e Parigi”.

E’ appunto qui che si vede che la mancanza di democrazia ha anche rovinato l’economia, ci ha dato “un altro decennio perduto…Il Progetto ha svuotato il sangue vitale delle istituzioni democratiche, ma non ha saputo sostituirle con nulla di legittimo o che si possa amare. La Ue sottrae carisma, e lo distrugge. E’ così che muoiono le democrazie. Sono lentamente dissanguate da ciò che le rende democratiche, da un processo graduale di degrado interno e crescente indifferenza”.

“C’è forse stata una vera valutazione di come leader democraticamente eletti in Grecia e Italia siano stati sbattuti fuori dal governo e rimpiazzati da tecnocrati UE, magari non con un colpo di stato in senso legale ma certo con metodi furfanteschi? Con quale autorità la Banca Centrale Europea ha scritto lettere segrete ai governanti di Spagna e Italia nel 2011 ordinando loro di cambiare le loro leggi su lavoro, la previdenza sociale, e la politica fiscale, puntando loro alla tempia la pistola dell’acquisto dei titoli pubblici?”. Avete capito: Evans-Pritchard sta difendendo noi; difendendo quella nostra sovranità che noi non abbiamo difeso, ben contenti che “l’Europa” ci liberasse dal Cav. Anche a costo dello spread al 400 per cento, creato apposta da Draghi, Merkel e Sarko, e di un paese stroncato da Mario Monti..

Che vergogna.

“La UE ha superato la linea fatale - continua il nostro – quando ha contrabbandato il Trattato di Lisbona, attraverso la congrega dei funzionari, dopo che il testo era già stato rigettato dagli elettori francesi e olandesi per referendum. Una cosa è far avanzare il progetto di nascosto col metodo Monnet; un’altra indire un plebiscito e poi infischiarsi dei risultati”. Ancora una volta, è un appello allo spirito civico di inglesi, di europei liberi, offeso e violato dalla “congrega”.

Chiudono la prigione e buttano la chiave

Quanto resti di questo spirito nel Regno Unito, è più che dubbio. Contrariamente agli strilli della propaganda, i bookmakers danno per certa la vittoria del “restare”. C’è chi si consola: anche in caso di sconfitta del Brexit, esso ha mostrato che la UE è mortale, che può finire se i suoi cittadini lo decidono per referendum. E’ un ottimismo perlomeno eccessivo: come abbiamo visto, durante tutta la campagna contro il Brexit, Bruxelles, Berlino, Francoforte, Parigi (e Roma) non hanno offerto la minima autocritica, riconosciuto alcun errore, proposto un briciolo di riforma.

Se vincono loro, non sarà consentito più alcun referendum a nessuno dei popoli. La UE, prigione dei popoli, chiuderà il portone e loro butteranno via la chiave.

Evans-Pritchard l’ha previsto: “la mia esperienza concreta, e cinque anni a fare il lavoro a Bruxelles, mi dicono che lorsignori si impadronirebbero in trionfo della decisione britannica di restare, giudicandola un atto di sottomissione per paura. Intascherebbero il voto; a parte che troppo è già avvenuto, che non può essere perdonato”.

E c’è anche una conseguenza peggiore, se vince la viltà contro la dignità, se l’economia sulla Politica. Alcuni titoli:

“John Kerry: la pazienza Usa verso Russia e Siria sta finendo. Assad must go. “

“La NATO intima alla Russia di ritirare le truppe dall’Ucraina”.

“Truppe tedesche sono giunte il 14 giugno nel nord della Siria, e hanno preso posizione presso la città strategica di Manbij. L’esercito francese sta allestendo una base militare presso Kobani”.

Abbiamo scelto il disonore e avremo la guerra.
 

mercoledì 15 giugno 2016

l’ultima maschera



Tra una maschera e l’altra
 

Non credo nelle rivelazioni. Non sono altro che ennesime illusioni che proiettano su un traguardo e distolgono lo sguardo da quello che conta: il viaggio. Qui. Ora.

Credo nella catarsi. Nel breve, brevissimo istante in cui trapela uno sguardo vero della fessura lasciata tra una maschera che viene tolta e la successiva che viene indossata, come lampioni che abbagliano ritmicamente, cadendo su una retina stanca e puntata sull’asfalto mentre guidi distrattamente la solita strada buia.

Inondazioni in terreni eternamente aridi, resi aspri e assetati dall’amnesia del quotidiano, dalla cecità causata dall’impossibilità d’intravedere meccanismi cosmici. Così secchi e sterili, ogni goccia non porta ristoro ma si accumula inutile finché non diventa inondazione e porta l’assetato ad odiare ciò di cui più ha bisogno. 

Immagine Nin.Gish.Zid.Da
 
C’è qualcuno dietro l’ultima maschera? Chi siamo in fondo se non le azioni che compiamo mentre siamo mascherati. Ma io continuo a intravedere quegli sguardi veri che trapelano e non riesco a fingere che non esistano, non riesco a fingere che sia solo costante finzione. C’è qualcuno dietro l’ultima maschera ed è lo stesso dietro a tutte le altre. E’ con lui che dobbiamo fare i conti. E’ lui l’unico giudice eterno ed inflessibile. L’unico che non possiamo vedere perché, in quel preciso istante in cui si rivela, siamo chinati a scegliere il prossimo volto da indossare.

Se solo avessimo il tempo e il coraggio di alzare un poco lo sguardo, in quel nanosecondo, e vedere chi c’è nello specchio, la smetteremmo di sguazzare nel letame maleodorante delle nostre scuse. Scuse. Tutto si riduce a questo. Religione, politica, economia, famiglia, legge, scienza, istruzione, a volte persino quello che vogliamo, che crediamo … sono storie che ripetiamo come mantra, ad un unico fedele, noi stessi, al fine di tenerlo in ginocchio in adorazione e non fargli gettare quell’unico fatidico sguardo che sgretolerebbe ogni singola finta battaglia in cui ci impegniamo per non guardare il tutto e quanto siamo piccoli di fronte ad esso.

Credere genera paura. Ecco perché l’unica libertà è l’assenza di paura che coglie chi non ha nulla. Nulla da perdere in tasca e nulla in cui credere nella testa.

lunedì 13 giugno 2016

Scimmie erette destinate all'estinzione

E una volta che le capacità cognitive dell’uomo sono sostituite da una macchina, diventiamo obsoleti?  
Nota virgolettata mia:
"prima di dare una risposta a questo interrogativo, 
guarda e ascolta il video a fine articolo."
FILM: THE MACHINE
Curiosi del futuro, ancora di più all’idea di sentirci come dio, il film Ex Machina di Alex Garland ci ha illuminato sui pericoli di creare androidi senzienti. Ciò che però non è arrivato nelle sale italiane è la versione di Caradog W. James, The Machine per l’appunto. Primo lungometraggio del regista gallese e primo “film più vicino a Blade Runner* di tanti altri girati dopo il 1982”.

In un cupo scenario dove la guerra incombe e le difese devono essere potenziate il governo britannico ha stipulato un progetto segreto col dottor Vincent (Toby Stephens): genio della cibernetica il cui fine è in realtà più imponente della costruzione di super soldati. Quando la sua assistente apre la strada a un’intuizione illuminante lo step successivo per realizzare una macchina cosciente prende forma.

The Machine è il tipo di fantascienza che non include smisurato stupore, eppure offre effetti speciali e tensioni drammatiche degne di nota. A nutrire l’immagine sono luci artificiali e penombre che mascherano inquietudini, l’acustica cinge il pathos e la storia si evolve graduale e sotterranea, fino al punto in cui anima e metallo si fondono. 




La Macchina (Caity Lotz) mostra l’alba di un’altra “vita” che ci sorpassa, che indica la nostra parte nel “vecchio mondo” mentre il nuovo sboccia danzando sulla sinfonia di Benjamin Britten. Non ci si aspetti guizzi concettuali solenni, ma parecchi interrogativi sociologici esaltati da una Lei/Her che conquista un corpo proprio. James percorre prima di tutto la strada delle smanie, delle ossessioni, della fragilità e dell’insensibilità umana, sollevando questioni biologiche e morali in bilico tra il progresso e la sua minaccia. L’eco di Ridley Scott* non è indifferente, ma nel suo piccolo (budget e distribuzione) il regista ci affascina.

C’è del buono da salvare in questi film apparentemente sporcati di altre pellicole, ci sono moniti agghiaccianti sull’abbattimento dei limiti etici, c’è uno spettacolo di luci accattivante e poi un ottimo equilibrio tra i due ruoli (uomo e macchina). Girato quasi tutto in interni ben sfruttati e con attori efficaci si sorvola sui caratteri di superficie e sull’epilogo action che fa traballare un lavoro altrimenti minuzioso.

James merita di entrare a testa alta nella fantascienza di classe, dove Frankenstein e filosofia si incontrano, dove guardiamo come spettri uno scenario di post-umanità e dove non mancano energia ed eleganza.

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