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martedì 5 novembre 2019

Le fatiche di Sisifo

Sisifo spinge faticosamente il masso in cima alla montagna delle proprie ambizioni; la pietra cade inesorabilmente dall’altro versante, verso gl’inferi. Sisifo ricomincia l’assurda fatica.
Propaganda e post-verità 

di Thierry Meyssan 

Ormai da diciott’anni discutiamo della strana trasformazione dei media, che sembrano attribuire sempre meno valore ai fatti. Ascriviamo la causa del fenomeno alla democratizzazione dei mezzi di comunicazione, dovuta all’avvento dei social-network. La qualità dell’informazione sarebbe precipitata perché chiunque ormai può improvvisarsi giornalista. Il diritto di esprimersi dovrebbe perciò essere opportunamente riservato alle élite. E se fosse vero l’esatto contrario? Se l’auspicata censura non fosse in realtà una risposta al fenomeno, bensì ne fosse l’evoluzione?  

Propaganda 

Nei sistemi in cui il potere ha bisogno della partecipazione del popolo, la propaganda ha lo scopo di ottenere l’adesione del maggior numero possibile di persone a un’ideologia e di mobilitarle per metterla in pratica. 

I metodi di convincimento sono gli stessi, vengano essi usati in buona o malafede. Nel XX secolo i primi teorici del ricorso alla menzogna e alla reiterazione, nonché all’eliminazione dei punti di vista che si scostano dall’opinione corrente e all’irreggimentazione in seno a organizzazioni di massa, sono stati il deputato britannico Charles Masterman, il giornalista statunitense George Creel e, soprattutto, il ministro tedesco Joseph Goebbels, con le devastanti conseguenze che conosciamo [1]. Per questo, alla fine della seconda guerra mondiale, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato tre risoluzioni di condanna dell’uso deliberato da parte dei media di menzogne al fine di provocare guerre, e a ingiungere agli Stati membri di vegliare sulla libera circolazione delle idee, unico antidoto all’intossicazione delle menti [2]. 

Le tecniche di propaganda perfezionate negli ultimi 75 anni, utilizzate in ogni conflitto internazionale, sono ora progressivamente sostituite da nuove tecniche d’influenza, da utilizzare nei Paesi in situazione di pace: non si tratta più di convincere le persone ad aderire a un’ideologia e ad agire al servizio del potere, si tratta invece di dissuaderle dall’intervenire, di paralizzarle. 

Una strategia che si conforma a un’organizzazione della società “democratica”, dove il pubblico ha facoltà di sanzionare il potere, un fatto in altre epoche raro. 

Una strategia che si diffonde da 18 anni con la “Guerra al terrorismo”. Espressione di cui numerosi intellettuali hanno rilevato l’assurdità: il terrorismo non è un nemico, bensì una tecnica militare. Come si può fare guerra alla guerra? Benché all’epoca non lo avessimo capito, l’invenzione di questa paradossale locuzione mirava a instaurare l’epoca della post-verità.
Post-verità 

Prendiamo l’esempio della recente esecuzione di Abu Bakr al-Baghdadi. Sappiamo che una squadriglia di elicotteri non può attraversare, volando raso terra, il nord della Siria senza essere né vista dalla popolazione né intercettata dai sistemi antiaerei russi. Quel che ci hanno raccontato è chiaramente impossibile. Ciononostante, lungi dal mettere in discussione quel che noi bolliamo come propaganda, ci ritroviamo a discutere per scoprire se il califfo, acculato dalle forze speciali USA, si sia fatto saltare in aria con due piuttosto che con tre bambini. 

In altri tempi saremmo stati tutti d’accordo nel dire che, se un elemento essenziale della narrazione è inverosimile, non possiamo prendere per buoni gli altri elementi del racconto, a cominciare, nel caso citato, dalla morte stessa del califfo. Ora invece i nostri meccanismi mentali sono cambiati: accettiamo che un elemento fattuale sia stato falsificato a priori per ragioni di sicurezza nazionale e consideriamo il resto della storia autentico. Alla fine dimenticheremo la diffidenza suscitata da questo o quest’altro elemento e verseremo fiumi d’inchiostro per raccontare una bella storia, costruita sugli elementi più inverosimili. 

In altre parole, ci rendiamo istintivamente conto che la narrazione non relaziona fatti, ma veicola un messaggio. La nostra mente non esamina elementi, bensì assorbe il messaggio veicolato: anche Abu Bakr al-Baghdadi, come Osama Bin Laden, è stato giustiziato. Che la Forza sia sempre dalla parte degli Stati Uniti d’America. 

Per spostare la nostra coscienza dai fatti al messaggio, gli speech writer sono costretti a diffondere una narrazione incoerente. Non commettono un ulteriore infelice errore, ma soddisfano un’esigenza tecnica del loro lavoro. 

Nella propaganda classica si cercava di costruire storie coerenti, anche mascherando o travisando fatti. Ora non più. Non si cerca di persuadere con storie ben architettate, manipolando all’occorrenza e a proprio piacimento la realtà, bensì ci si rivolge a uno strato di coscienza intermedio, permeabile ai messaggi. Siamo consapevoli che la faccenda degli elicotteri è impossibile, tuttavia possiamo ragionare eliminando questo elemento dal campo della coscienza. Parte del nostro cervello è inibita.  

Mentiamo a noi stessi.  

Nella cronaca degli ultimi anni possiamo trovare numerosissimi esempi di come sia stata usata questa tecnica di condizionamento. Tutti quelli che potrei citare irriterebbero la maggior parte dei lettori perché ogni esempio implicherebbe il prendere atto di essere stati raggirati con la nostra stessa complicità. Detestiamo venir messi di fronte ai nostri errori. 

Mi limito a un solo esempio, non recente ma fondamentale, che ancor oggi svolge ruolo di primaria importanza. Dopo gli attentati dell’11 Settembre le compagnie aeree pubblicarono immediatamente le liste d’imbarco complete dei passeggeri e del personale deceduto. Due giorni dopo il direttore dell’FBI raccontò la storia dei dieci pirati dell’aria, autori, lui disse, degli attentati. Ebbene, secondo la testimonianza a caldo delle compagnie aeree, nessuno di costoro si era imbarcato su uno dei quattro aerei. La versione dell’FBI è quindi impossibile. Eppure, diciotto anni dopo stiamo ancora discutendo della personalità degli “attentatori”. 

Antidoto 

Da 18 anni ci viene spiegato che, con la possibilità offerta a tutti di esprimersi su un blog o su un social-network, il progresso della tecnica ha svalutato la parola pubblicamente profferita. Chiunque può dire qualunque cosa gli passi per la testa. In altri tempi soltanto gli uomini politici e i giornalisti professionisti avevano la possibilità di esprimersi pubblicamente. Prestavano attenzione alla qualità dei contenuti dei loro discorsi e di quanto scrivevano. Oggi il vulgus pecus, il popolo ignorante, prende lucciole per lanterne e diffonde fake news. 

Quel che accade è esattamente l’opposto. Uomini politici di primo piano, a cominciare dal presidente George Bush Jr. e dal primo ministro britannico Tony Blair, hanno tenuto discorsi incoerenti per inibire le reazioni del pubblico in generale e dei loro elettori in particolare: una tecnica che sostituisce l’assurdo alla verità, come altri in precedenza alla verità sostituivano la menzogna. Una tecnica che ha distrutto il funzionamento di sistemi democratici, che il comune mortale tenta di ripristinare con i mezzi di cui dispone. 

Nelle reti televisive catodiche le righe di scansione dell’immagine sono 625. Basta che una sola di queste righe sia disturbata perché l’intera immagine si offuschi. In base allo stesso principio, basta un unico punto di vista discordante perché le menzogne diffuse da una propaganda onnipresente balzino agli occhi. Per questa ragione la propaganda menzognera esige una censura implacabile. Ma se la menzogna introduce volontariamente nel discorso un’incoerenza, facendola risaltare, non bisogna censurare i punti di vista alternativi. Al contrario bisogna lasciare che si esprimano al fine di sfruttarli, bollandone pubblicamente alcuni come fake news. 

L’antidoto alla post-verità non è la verifica dei fatti – da sempre appannaggio di giornalisti e storici – bensì il ristabilimento della logica. Per questo motivo oggi sta prendendo piede una nuova forma di censura. La maggior parte degli utilizzatori di Facebook si sono visti disconnettere, senza tuttavia capirne, in numerosissimi casi, la ragione. Invano hanno cercato di scoprire quale parola proibita il sistema avesse scovato, o quale presa di posizione incivile avesse censurato un vigilante. In realtà quel che spesso è loro rimproverato, nonché arbitrariamente sanzionato, è il ripristino della logica nel ragionamento.  




giovedì 16 gennaio 2014

Datagate


Gli Usa spiano anche pc sconnessi dal web 

Il senatore Al Franken del Minnesota, a capo della commissione di inchiesta sulla privacy, e relatore della relazione alla base della riforma della legislazione federale in materia, non è ultimamente ben visto dalle lobby delle grandi aziende Usa. Per sua voce la settimana scorsa sono emersi dettagli che hanno creato non pochi imbarazzi alla The Alliance of Auto Manufacturers, la lobby che rappresenta i fabbricanti di auto. 

Il tema è quello dei navigatori satellitari, e delle scatole nere di ultima generazione, e i relativi dati sulle abitudini degli automobilisti. La sua commissione ha dichiarato illegittima sia la raccolta indifferenziata sia soprattutto la condivisione di queste informazioni sugli spostamenti dei cittadini con le compagnie d’assicurazione, che le usavano per «modulare» le proprie tariffe.

La sua commissione di fatto si sta trasformando in quella che un consulente della commissione ha definito «il luogo più sicuro e legittimo in cui chiunque abbia da fare rivelazioni e fornire documenti sul tema della privacy e della sua violazione può e deve farlo». E da questa settimana l’ufficio del senatore non sarà ben visto nemmeno dagli ambienti dell’intelligence.

Dalla sua commissione in questi giorni sono trapelate almeno altre due notizie, entrambe con oggetto la Nsa e la Segreteria di Stato. La prima riguarda le foto pubblicate su molti quotidiani secondo cui alcune apparecchiature sui tetti delle ambasciate Usa sarebbero servite da centraline di intercettazione: così non è, ed è stato chiarito che mai strumenti diretti della diplomazia Usa sono stati utilizzati per questi scopi, ed è emerso che si trattava delle scatole di controllo del sistema di comunicazione satellitare e di cifratura presente ovunque, da qui la somiglianza.

La seconda notizia fa riferimento a una serie di documenti arrivati in commissione di cui il senatore Franken in persona si sarebbe preoccupato di ottenere conferma (o smentita ufficiale) ricevendo – come dovuto trattandosi di una commissione d’inchiesta con poteri giudiziari – la documentazione completa su di una rete di «computer clonati» – sarebbero oltre 100mila – e usati dalla Nsa per spiare o attaccare obiettivi sensibili esteri.

La rete, denominata Quantum, sarebbe stata messa in piedi negli anni sfruttando inizialmente codici di connessione wireless. Il sistema è abbastanza semplice ma realizzabile con una tecnologia particolarmente costosa e parzialmente top-secret. Entrando infatti nei codici dei rooter e disponendo delle chiavi di accesso la Nsa è riuscita a inserire dei «malware» (software maligni) nei computer di ignari utenti o reti aziendali, potendoli così sfruttare sia come interfaccia, sia per generare attacchi esterni senza che nulla potesse ricondurre all’agenzia.

Un’attività non nuova e nemmeno sconosciuta, ma che in genere viene attribuita ad hacker, cyber criminali o a società d’investigazione privata. Ancora più scioccante per la società Usa, abituata a pensare a un nemico o uno spionaggio esterno, mai interno, che queste cose poteva immaginarle solo made in Cina, Corea del Nord o Russia.

Accettare che questa volta «lo Stato canaglia sia il tuo, e che lo spionaggio o l’attacco informatico sia pagato con le tue tasse» – come ha affermato John Sullivan della EcoSystem – è qualcosa che gli statunitensi non si aspettano, al punto che questa notizia è finita in prima pagina del NewYork Times e, c’è da scommetterci, terrà banco a lungo, almeno sino a che non verranno chiarite le corresponsabilità e connivenze dei giganti della comunicazione come Cisco, Ibm, AT&T, ovvero coloro che sono in grado di fornire le chiavi di accesso necessarie a costruire una rete a livello mondiale.

In questo scenario di rivelazioni ufficiali, una nuova ricerca, questa volta nata nel deepweb (il web sommerso) avrebbe a che fare con l’ultima moda dei cybernauti di tutto il mondo. 


Cosa farebbe di fatto la rete di computer spontaneamente interconnessi tra tutti i «cercatori» di BitCoin? Quali sono le masse di dati da decrittare per cui servono tanti computer che nonostante tutto lavorano così lentamente? A queste domande alcuni informatici avrebbero risposto ipotizzando che i «pacchetti» che i minatori di tutto il mondo si sarebbero uniti per decifrare, per cercare gli agognati BitCoin altro non sarebbero – a giudicare dai tipi di algoritmo – che i dati cifrati raccolti in oltre 12 anni di intercettazioni illegali e adesso riuniti nello Utah Data Center da parte della Nsa. Sarebbe, secondo gli esperti, l’unica massa di dati al mondo che richiederebbe uno sforzo informatico di decifrazione così imponente da coinvolgere una forza stimata in oltre 180mila computer.

Di Michele Di Salvo 

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Enki e l’ordine mondiale – e la battaglia continua ancora oggi

COSA ACCADE NEI NOSTRI CIELI? - GIORGIO PATTERA

L’OZONO POTREBBE INDEBOLIRE UNO DEI PIÙ IMPORTANTI MECCANISMI DELLA TERRA

Una nuova classe globale che modella il nostro futuro comune in base ai propri interessi

Gli umani non sono sovrappopolati - Stiamo invecchiando e diminuendo

Li chiamano effetti collaterali - quando sapevano che sarebbe successo ... Essi sapevano che questo

E c'è chi ancora nega affermando che non siamo una colonia USA…

GUARDA IL CIELO! CHE COSA STANNO FACENDO?

Come osano? come osano fare questo? Questa deve essere la reazione dell’umanità.

Perché questa mancanza di interesse dei nostri cieli?

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