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lunedì 23 novembre 2015

Il Diluvio Sumero Accadico


"una terza categoria tra gli umani" a quando la quarta? 

Finché gli archeologi non scoprirono tracce delle civiltà mesopotamiche e non decifrarono la letteratura accadica e sumerica, il racconto biblico restò l'unica fonte sull'episodio del Diluvio, confortato solo da sparsi e primitivi riferimenti mitologici. La scoperta dell'accadica Epica di Gilgamesh mise invece il Diluvio biblico in buona compagnia, collocandolo in una prospettiva molto più antica, accanto ad altri testi e frammenti dell'originale sumerico.

Il protagonista mesopotamico del Diluvio era Ziusudra nella versione sumerica (Utnapishtim in quella accadica): dopo il Diluvio egli venne portato nella Dimora Celeste degli dèi e là visse per sempre felice. Quando, nella sua ricerca dell'immortalità, Gilgamesh arrivò alla Dimora Celeste, chiese consiglio a Utnapishtim a proposito della vita e della morte.

Questi rivelò a Gilgamesh - e attraverso di lui a tutta l'umanità che venne dopo il Diluvio - il segreto della sua sopravvivenza, "una faccenda occulta, un segreto degli dèi": la vera storia, forse, del Diluvio universale. Il segreto di cui parlava Utnapishtim era che prima che il Diluvio si riversasse sulla Terra in tutta la sua violenza, gli dèi tennero una riunione in cui votarono la distruzione dell'umanità.

Il voto e la decisione vennero tenuti segreti. Enki, tuttavia, chiamò Utnapishtim, re di Shuruppak, e lo informò della catastrofe che stava per abbattersi sulla Terra. Dovendo parlare di nascosto agli altri dèi, Enki si rivolse a Utnapishtim da dietro un paravento di canne. Il re dapprima non capì le sue parole, ma poi queste si fecero sempre più chiare:
"Uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu:
distruggi la tua casa e costruisci una nave!
Rinuncia a tutto ciò che possiedi, pensa solo alla vita!
Lascia tutti i tuoi averi e metti in salvo l'anima.
A bordo della nave metti il seme di ogni essere vivente.
Questa è la nave che devi costruire;
grande abbastanza da contenere ciò che ti ho detto."
Il parallelismo con il racconto biblico è più che evidente: in entrambe le versioni sta per arrivare un Diluvio; un solo uomo viene preavvertito; egli deve salvarsi preparando un'apposita imbarcazione, e deve prendere con sé "il seme di ogni  cosa vivente". E tuttavia la versione babilonese è più plausibile. La decisione di distruggere e il tentativo di salvare non sono propositi contraddittori di una sola divinità, ma atti compiuti da divinità diverse. 

Inoltre, la decisione di mettere in guardia e salvare il seme dell'umanità è l'atto di sfida di una divinità (Enki), che agisce in segreto e in contrasto con la decisione unanime degli altri Grandi Dèi. Perché mai Enki si arrischiò a sfidare gli altri dèi? Voleva solo che si conservasse la sua "meravigliosa opera d'arte" oppure agiva sullo sfondo di una nascente rivalità o inimicizia tra sé e suo fratello Enlil?

Effettivamente la vicenda del Diluvio sembra proprio confermare l'esistenza di un conflitto tra i due fratelli. Utnapishtim pose a Enki un'ovvia domanda: come poteva spiegare agli altri cittadini di Shuruppak la costruzione di questo strano vascello (l'arca) e l'abbandono di tutti i suoi beni? Enki gli diede questo consiglio:

Così parlerai a loro:
«Ho appreso che Enlil mi è ostile,
e perciò non posso stare nella vostra città,
né mettere piede nel territorio di Enlil.
Perciò scenderò all'Apsu,
e abiterò con il mio signore Ea».
La scusa, dunque, era che, in quanto seguace di Enki, Utnapishtim non era più ben accetto in Mesopotamia, e perciò doveva costruire un'imbarcazione che lo portasse nel Mondo Inferiore (l'Africa meridionale, come abbiamo visto): là egli avrebbe vissuto tranquillo con il suo signore, Ea/Enki. I versi che seguono accennano a una grande siccità o carestia che in quel momento affliggeva la Mesopotamia: su consiglio di Enki, Utnapishtim doveva far credere ai suoi concittadini che la sua partenza avrebbe posto fine alle loro sofferenze; se egli se ne fosse andato, ogni ricchezza sarebbe ritornata nella loro terra.

Ed effettivamente essi ci credettero, al punto che contribuirono attivamente alla costruzione   dell'arca uccidendo e servendo ogni giorno torelli e pecore e fiumi di "mosto, vino rosso, olio e vino bianco". Utnapishtim li incoraggiava a lavorare più in fretta; persino i bambini aiutavano a trasportare il bitume che serviva a rendere impermeabile l'imbarcazione.

«Il settimo giorno la nave era finita. Non fu facile metterla in acqua ed essi dovettero spostare le tavole del pavimento sopra e sotto più volte, finché due terzi della struttura non furono entrati nell'acqua» dell'Eufrate. Poi Utnapishtim fece salire a bordo dell'arca tutti i suoi familiari e parenti e «tutte le creature viventi che aveva», come pure «gli animali del campo e le bestie selvatiche del campo».

Spingendosi però un gradino più avanti di Noè, Utnapishtim stipò a bordo anche tutti gli artigiani che l'avevano aiutato a costruire la nave. Egli stesso avrebbe dovuto salire a bordo a un segnale convenuto con Enki, un segnale che avrebbe dato Shamash, il dio preposto al funzionamento dei razzi fiammeggianti. Gli ordini di Enki erano:

Quando, all'imbrunire, Shamash farà tremare [la terra] e dal cielo cadrà una pioggia di eruzioni, sali sulla nave e sbarra l'entrata!
Non sappiamo quale fosse il legame tra quello che sembrerebbe il lancio di un razzo spaziale da parte di Shamash e il momento in cui Utnapishtim doveva salire a bordo dell'arca e chiudersi dentro. Comunque sia, il momento arrivò; il razzo spaziale provocò un "tremore all'imbrunire" e vi fu una pioggia di eruzioni. Utnapishtim «sbarrò tutta la nave» e «affidò la struttura insieme   al suo contenuto» a «Puzur-Amurri, il Nocchiero».

La tempesta arrivò "con le prime luci dell'alba". Si udì un tuono spaventoso e un'enorme nuvola nera si alzò dall'orizzonte. L'uragano spazzò via i pali che sostenevano gli edifici e i moli; anche le dighe cedettero. Sopraggiunse l'oscurità e «tutto ciò che prima era stato luce ora si fece nero»; «tutta la terra fu scossa come fosse un vaso». Per sei giorni e sei notti infuriò la "tempesta del sud". E più soffiava, più si faceva impetuosa, sommergeva le montagne, abbatteva i popoli come fossero mandrie...

Quando arrivò il settimo giorno, la tempesta del sud portatrice di inondazioni finalmente placò la furia con la quale, come un esercito, aveva combattuto. Il mare si acquietò, l'uragano si calmò, l'inondazione si arrestò. Guardai il cielo: era tornata la quiete. E tutta l'umanità era ritornata argilla. Si era dunque compiuta la volontà di Enlil e dell'assemblea degli dèi.

A loro insaputa, tuttavia, si era compiuta anche la volontà di Enki: una barca aveva messo in salvo, attraverso la furia delle acque, uomini, donne, bambini e altre creature viventi. Finita la tempesta, Utnapishtim «aprì un portello della nave; la luce mi inondò il volto». Si guardò intorno: «il paesaggio era piatto come un tetto spianato». Allora si sedette e pianse, «calde lacrime mi rigarono il volto». Sulla distesa del mare cercò con gli occhi la costa, ma non la vide. 


Poi: Vide che emergeva una regione montuosa; sul Monte della Salvezza la nave si era fermata; il Monte Nisir ["salvezza"] aveva trattenuto la nave, impedendole di muoversi. Per sei  giorni Utnapishtim guardò fuori dall'arca che non poteva muoversi, imprigionata com'era tra le cime del Monte della Salvezza - le bibliche vette dell'Ararat.

Poi, come Noè, mandò una colomba in cerca di una terra dove potersi accampare, ma l'uccello tornò indietro. Fu quindi mandata una rondine, ma anch'essa tornò indietro. Infine fu la volta di un corvo: esso volò via e finalmente trovò un posto adatto. Utnapishtim allora liberò tutti gli uccelli e gli animali che aveva portato con sé, e uscì a sua volta. Subito costruì un altare "e offrì un sacrificio" - proprio come aveva fatto Noè.

Ma ecco che subito emerge nuovamente la differenza tra la singola divinità e la molteplicità di dèi: quando Noè offrì il sacrificio, «Yahweh annusò il profumo allettante»; ma quando fu Utnapishtim a offrire il sacrificio, «gli dèi annusarono il dolce profumo e accorsero come mosche attorno a colui che compiva il sacrificio».

Nella versione della Genesi, fu Yahweh che giurò di non distruggere mai più il genere umano; in quella della Genesi, invece, fu la Grande Dea che giurò:

«Non   dimenticherò...
ricorderò questi giorni, non li dimenticherò mai».
Non era questo, però, il problema più urgente. Quando infatti Enlil arrivò a controllare i risultati del suo piano, certo non aveva per la testa allettanti profumi di cibo. Il suo primo impulso fu quello di infuriarsi quando scoprì che qualcuno era sopravvissuto. «Qualche anima vivente è riuscita a sfuggire? Nessun uomo doveva sopravvivere alla distruzione!». Ninurta, figlio ed erede di Enlil, puntò immediatamente il dito accusatore contro Enki:

«Chi, se non Ea, poteva elaborare un piano di salvezza? È lui che sa ogni cosa!». Lungi dal negare le proprie responsabilità, Enki si lanciò in una delle più eloquenti arringhe difensive del mondo antico. Cominciò con una serie di lodi a Enlil per la sua grande saggezza, e insinuò che proprio per questo non era possibile che egli volesse dimostrarsi "irragionevole". Quindi,   mescolando smentite a confessioni, continuò: 

«Non sono stato io a svelare i segreti degli dèi»; io ho soltanto lasciato che un uomo, straordinariamente saggio, comprendesse da sé qual era il segreto degli dèi. E se davvero questo terrestre è tanto saggio,
Enki suggerì a Enlil, non ignoriamo le sue capacità. «Ora decidi pure che cosa vuoi fare di lui!».
Tutto ciò, dice L’Epica di Gilgamesh, era il "segreto degli dèi" che Utnapishtim rivelò a Gilgamesh. Quindi egli passò a raccontargli l'evento finale. Influenzato dalle argomentazioni di Enki, Enlil salì a bordo della nave.
Tenendomi per mano, mi condusse a bordo;
e condusse a bordo anche mia moglie
facendola inginocchiare al mio fianco.
In piedi tra noi due,
ci toccò la fronte e ci benedisse:
«Finora Utnapishtim è stato solo un uomo;
d'ora in poi lui e sua moglie
saranno per noi come dèi.
Utnapishtim dimorerà nel Luogo Lontano,
alla Bocca delle Acque!».
Così si concluse il racconto di Utnapishtim a Gilgamesh. Quando si fu trasferito nel Luogo Lontano, Anu ed Enlil Gli diedero vita, come un dio, lo elevarono alla vita eterna, come un dio. Ma che ne fu del resto del genere umano? Il racconto biblico finisce dicendo che Dio benedisse l'umanità e le consentì di "crescere e moltiplicarsi". Anche le versioni mesopotamiche sulla vicenda del Diluvio terminano con alcuni versi che parlano della possibilità, per il genere umano, di procreare.

Anche se parzialmente mutilati, i versi parlano dell'istituzione di "categorie" umane:...Che vi sia una terza categoria tra gli umani: che vi siano tra gli umani donne che partoriscono e donne che non partoriscono. Vi furono anche, a quanto sembra, nuove direttive per i rapporti sessuali:
Regolamenti per la razza umana: che il maschio ... alla giovane fanciulla ... Che essa ... Il giovane uomo alla giovane donna ... Quando il letto è preparato, la sposa e suo marito giacciano insieme.

Con l'astuzia, dunque, Enlil era stato battuto. L'umanità era salva e ormai in grado di procreare. Gli dèi avevano aperto la Terra all'Uomo.


http://ningishzidda.altervista.org/ 

sabato 26 aprile 2014

Atramkhasis

 QUANDO IL PASSATO RITORNA
Oggi sappiamo che l’Epopea di Gilgamesh ha dietro di sé una lunghissima storia letteraria che risale molto di là dei tempi biblici, almeno fino al 2000 a.C. 

Il racconto del diluvio inizialmente non ne faceva affatto parte: è stato inserito più tardi nell'edizione ninivita, riprendendolo da un’altra opera nella quale aveva il suo posto organico, il Grande Saggio."Grande Saggio", o "Super-Saggio", è la traduzione del nome accadico dell’eroe del diluvio: Atramkhasis 
L’Atramkhasis è un’opera che per lungo tempo è stata poco conosciuta (attraverso alcuni frammenti sparsi); una serie di ritrovamenti fortunati ce ne ha restituito da qualche anno, i due terzi: circa 800 versi della versione babilonese. Sono note almeno sei versioni mesopotamiche del mito ognuna con elementi originali rispetto alle altre (per una lettura comparata vedi pp. 559-639 Bot 92). 

I manoscritti più vecchi (1700 a.C.) sono stati portati alla luce a Nippur. Nella versione sumerica l'eroe del diluvio si chiama Ziusudra (= "lunga vita"), sovrano dell'antichissima città di Shuruppak (la moderna Tell Fara).

Rimane il fatto che, sia l'Atramkhasis sia il suo antecedente sumerico Ziusudra, sono più antichi della versione biblica del diluvio che troviamo nella Genesi (6-8 GEN 2000). Ma questa risale all’ottavo secolo e quindi rimane cronologicamente antecedente all’edizione ninivita che risale a circa il 650 a.C. 

Tuttavia è difficile credere che gli scrittori di Babilonia mendicassero idee dagli ebrei deportati da Nabucodonosor anche perché la deportazione risale al 612 a.C. E' più facile ritenere che la tav. XI dell'epopea sia stata redatta dalle fonti più antiche consultabili direttamente nella biblioteca di Ninive, dove Assurbanipal aveva fatto trasferire tutto il patrimonio letterario dei secoli passati.

(p.117 Bot 1996) Il mito di Atramkhasis comincia al tempo in cui l’uomo ancora non esisteva. Solo gli dei abitavano l’universo, suddivisi secondo la bipartizione fondamentale nell’economia del tempo e del luogo, tra produttori e consumatori. Una classe inferiore, gli Igigi, lavorava i campi per fornire all’aristocrazia degli Anunnaki il necessario per vivere: 

Il loro lavoro era immenso

Pesante la loro pena e senza fine il loro tormento! 

Esasperati gli Igigi realizzano quello che noi chiameremo il primo sciopero per essere dispensati da tali fatiche e essere trattati alla pari dei loro capi. 

"Gettando al fuoco le loro attrezzature,/ Bruciando le vanghe, incendiando i bigonci" e partendo anche in piena notte per "accerchiare il palazzo" del loro datore di lavoro e sovrano, Enlil.

Tutta l’aristocrazia degli Anunnaki è preoccupata e in subbuglio; come ci si sostenterà se nessuno vuol più produrre il necessario per vivere? Si riunisce un’assemblea plenaria, e Enlil si fa forte per domare i rivoltosi, che però si proclamano decisi a resistere fino in fondo: il lavoro è veramente insopportabile ed essi sono pronti a tutto pur di non riprenderlo. Sconfitto, Enlil pensa allora di abdicare: disordine ancora più temibile perché introduceva nella società divina anarchia e disgregazione.

A questo punto interviene Enki consigliere e visir di Enlil, che incarna la lucidità, l’intelligenza, l’astuzia, la facoltà di adattamento e d’invenzione, la padronanza delle tecniche. Per sostituire gli Igigi recalcitranti all’ingegnoso Enki viene in mente di creare una sorta di sostituto: l’uomo, fatto di argilla - nasce cioè dalla terra e a essa ritorna morendo - e del sangue di un dio minore, immolato per l’occasione, che gli dovrebbe conferire un po’ dell’intelligenza, dell’energia e della produttività degli operai divini (Genesi, 2: " Allora il Signore plasmò l’uomo con la polvere del suolo e gli soffiò l’alito di vita").

Dall'Enuma Elish apprendiamo il nome della divinità immolata: il demone Qingu, emissario di Tiamat e detentore per un breve periodo della tavoletta dei destini prima di venire sconfitto da Marduk. 

Questa è l’unica ragion d’essere dell’uomo secondo la visione mesopotamica: lo sfruttamento laborioso e illimitato delle materie prime del mondo per fornire tutti i prodotti atti a garantire agli dei una vita spensierata e appagata: la vita umana ha senso solo se posta al servizio degli dei.

[...] gli uomini costruirono nuovi picconi e zappe,
poi edificarono grandi dighe d’irrigazione,
per provvedere alla fame degli uomini
e al cibo [degli dei].

(p. 75 Bot 1996)
Le popolazioni umane moltiplicate al massimo e "il loro rumore divenuto simile al muggito dei buoi" cominciano a venire a noia a Enlil poiché disturbano la vita tranquilla e spensierata degli Dei, che finiscono col perdere il sonno. 

Per mettere fine a quel baccano, Enlil, impetuoso e incline alle soluzioni estreme, si assume la responsabilità di decimare gli uomini con l’epidemia. Ma Enki, riflessivo e consapevole del rischio di una riduzione eccessiva del numero degli uomini, che rappresenterebbe una catastrofe per gli dei, avverte Atramkhasis,

il Grande Saggio che gode della sua fiducia e di una grande autorità sulla popolazione umana. Enki gli indica come quest’ultima potrà evitare la strage: basterà far convogliare tutte le offerte alimentari verso Namtar, divinità dell’epidemia omicida, e gli dei, ridotti alla fame, saranno costretti a interrompere il male. Cosa che in effetti succede.

Con il ritorno della sicurezza gli uomini riprendono il loro lavoro rumoroso e tumultuoso, e spazientiscono nuovamente Enlil, che questa volta manda loro la siccità. Nuova risposta di Enki, che consiglia ad Atramkhasis di far riservare i viveri degli dei solo per Ada, padrone delle precipitazioni atmosferiche. Le lacune del testo ci lasciano comunque supporre che Enlil non cedette subito ma alla fine tutto rientra nell’ordine e l’umanità rifiorisce.

Dai resti delle tavolette risulta almeno che il re degli dei, deciso alla fine a eliminare gli uomini, sempre così chiassosi, farà appello a una catastrofe ancor più radicale: il Diluvio.

Ormai diffidente, egli prende tutte le precauzioni affinché il suo progetto funesto non possa essere divulgato agli uomini, e affinché nessuno possa sfuggire alla morte. Ma Enki fa in modo di annunciare indirettamente ad Atramkhasis il disastro imminente e lo stratagemma che ha messo a punto per salvarlo; ma questa volta lui solo con i suoi.

Atramkhasis dovrà dunque "costruire una barca a doppio ponte, solidamente armata, debitamente calafatata e robusta", della quale Enki gli "disegna lo schema sul pavimento". Atramkhasis si rifornirà e, al segnale degli dei, vi imbarcherà le sue riserve, il suo mobilio, le sue ricchezze, la sua sposa, i suoi parenti e affini, i suoi capi officina (per preservare i segreti delle tecniche acquisite), e animali domestici e selvatici; poi non dovrà far altro che "entrare nella barca e chiuderne il boccaporto"

Il seguito lacunoso in quello che ci è rimasto del poema, può essere tranquillamente sostituito con il racconto dell’Epopea di Gilgamesh, posteriore di parecchi secoli ma che al poema si è ampiamente ispirato. 

Trovato il modo di spiegare il suo strano comportamento a quelli che gli erano vicini, senza però allarmarli, Atramkhasis esegue gli ordini, "imbarca carico e famiglia" e "offre un gran banchetto". Ma intanto è ansioso:

non fa che entrare e uscire,
Senza sedersi e stare fermo,
Col cuore infranto, e preoccupato aspetta il segnale fatidico.
Finalmente il segnale arriva:

Il tempo cambiò aspetto
e il temporale tuonò tra le nuvole!
Quando gli si fece sentire il brontolio del tuono
gli portarono dl bitume per chiudere il boccaporto.
E, chiuso questo,
con il temporale che brontolava sempre tra le nuvole
i venti si scatenarono.
Così ruppe gli ormeggi, per liberare la nave!
Il Diluvio, inequivocabilmente un’inondazione provocata da piogge torrenziali, continuò allora per:

Sei giorni e sette notti: la tempesta infuriava. Anzu [il rapace divino gigantesco]
lacerava dal cielo con i suoi artigli. Era proprio il Diluvio
la cui brutalità si abbatteva sulle popolazioni come la guerra!
Non ci si vedeva più
e in quel massacro non si riconosceva più nessuno!
Il Diluvio muggiva come un bue;
il vento fischiava, simile a un aquila che stride
le tenebre erano impenetrabili: il sole era scomparso.
Quando il cataclisma ebbe schiacciato la terra, arrivato il settimo giorno:

L’uragano bellicoso del diluvio finì,
dopo aver distribuito i suoi colpi [a caso],
come una donna nei dolori del parto:
la massa d’acqua si calmò; la burrasca cessò: il diluvio era finito!
Allora racconta l’eroe:

Aprii il boccaporto e l’aria pungente e l’aria pungente mi sferzò il viso!
Poi cercai con gli occhi la riva,
all’orizzonte della distesa d’acqua:
a poche gomene emergeva una lingua di terra.
La nave si accostò: era il monte Nisir dove essa finalmente fece sosta!
Per prudenza Atramkhasis aspetta ancora una settimana prima di usare uno stratagemma dei primi navigatori d’altura:

Presi una colomba e la lasciai andare;
la colomba fuggì, ma tornò:
non avendo nulla su cui posarsi, era ritornata!
Presi allora una rondine e la lasciai andare;
a rondine fuggì, ma rivenne: non avendo visto nulla su cui posarsi, era ritornata!
Infine presi e lasciai andare un corvo:
il corvo fuggì, ma trovando il deposito delle acque,
beccò, gracchiò, e non ritornò più!"

(p.117 Bot 1996)
http://www.homolaicus.com/

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Enki e l’ordine mondiale – e la battaglia continua ancora oggi

COSA ACCADE NEI NOSTRI CIELI? - GIORGIO PATTERA

IA senziente, nuova forma di vita?

– Vogliono che tu dimentichi – Non dimenticheremo. Non dimenticheremo mai …!

L’OZONO POTREBBE INDEBOLIRE UNO DEI PIÙ IMPORTANTI MECCANISMI DELLA TERRA

UV - Radiazione pericolosamente alta - La vita sulla Terra è in bilico

Una nuova classe globale che modella il nostro futuro comune in base ai propri interessi

Gli umani non sono sovrappopolati - Stiamo invecchiando e diminuendo

Li chiamano effetti collaterali - quando sapevano che sarebbe successo ... Essi sapevano che questo

E c'è chi ancora nega affermando che non siamo una colonia USA…

TUTTO SUL 5G

GUARDA IL CIELO! CHE COSA STANNO FACENDO?

Come osano? come osano fare questo? Questa deve essere la reazione dell’umanità.

Perché questa mancanza di interesse dei nostri cieli?

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