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martedì 19 maggio 2015

IL PRIMOGENITO & IL DIRITTO DI SUCCESSIONE


VESPE, SCIMMIE E PATRIARCHI BIBLICI

Tratto dalle mie letture: "L'altra Genesi"

Buona parte dei primi avvenimenti sulla Terra, in particolare le prime guerre, scaturivano dal Codice di Successione degli Anunnaki che privava il figlio primogenito del diritto alla successione, diritto che ha privato Enki figlio di Anu ma non figlio della sua sorellastra Antu, come invece (se pur secondo genito), toccò a Enlil.

Così, se il sovrano aveva un altro figlio maschio dalla sua sorrellastra, (nelle leggi Anunnaki), questi aveva il diritto di successione. Le stesse regole di successione adottate dai Sumeri, sono riportate nelle storie dei Patriarchi ebrei.

La Bibbia racconta che Abramo (che proveniva dalla città di UR, capitale sumera) chiese a sua moglie Sara (nome che significa "principessa")di identificarsi non come sua moglie, bensì come sua sorella, quando avessero incontrato sovrani stranieri. Dice, infatti, Abramo (Genesi 20,12): <<Inoltre essa è veramente mia sorella figlia di mio padre ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie>>.

Il successore di Abramo non fu il primogenito Ismaele, figlio di Agar, l'ancella (schiava) di Sara, bensì Isacco, figlio della sorellastra Sara, pur se nato molto tempo dopo. Nell'antichità queste regole venivano seguite con grande rigore in tutte le corti regali, sia in Egitto, nel Vecchio Mondo, sia nell'impero Inca, nel Nuovo Mondo..

Ciò suggerisce una certa "linea di sangue" o genetica, che sembra contraria alla credenza che non ci si deve accoppiare con i parenti stretti. Ma gli Anunnaki sapevano qualcosa che la scienza contemporanea ancora non ha scoperto? 

Nel 1980 un gruppo guidato da Hannah Wu all'Università di Washington notò che, avendone la possibilità, le femmine di scimmia preferiscono accoppiarsi con fratellastri. <<L'aspetto entusiasmante di questo esperimento>>, recitava l'articolo, <<è che pur se i fratellastri preferiti avevano o stesso padre, avevano madri diverse>>. La rivista <<Discover>> (dicembre 1988) riportò la notizia di studi che dimostravano che <<maschi di vespe normalmente si accoppiavano con le loro sorelle>>.

Poiché un maschio di vespa feconda molte femmine, è stato notato che i maschi preferivano accopiarsi con sollelastre: stesso padre, ma madri diverse. Sembra quindi, che il Codice degli Anunnaki abbia radici più profonde di quanto non si creda.

Cosa ci viene taciuto (o ancora non scoperto)? Perché ci viene detto che l'accoppiamento con persone della stessa famiglia può portare a gravi problemi genetici? Quando in natura questa pratica della discendenza viene prediletta da animali, insetti e non solo, anche in tutti i reami sparsi sulla Terra e/o dinastie blasonate borghesi? 

http://ningishzidda.altervista.org/

sabato 30 novembre 2013

l "laser di Mosè"


Shamir_Solomon 

Lo shamir, secondo la mitologia ebraica, fu forse, quindi senza certezza per la traduzione, una sorta di "verme" leggendario che tagliava le pietre per il Santuario. Altre fonti ebraiche indicano con quel nome un mistico strumento usato da re Salomone per la costruzione del tempio, al posto degli strumenti di ferro. Nel dizionario ebraico, Shamir vuol dire: diamante, finocchio o Paliuro.

 

negli stessi testi ebraici troviamo anche precisi riferimenti a rivelazioni di conoscenze 

impossibili e a tecnologie sconosciute. Un esempio è il misterioso Shamir, il "laser di Mosè", al quale nel 1995 lo scienziato russo Matest Agrest ha dedicato un libro intitolato L’antico miracoloso meccanismo Shamir. Si tratta di un misterioso congegno che il profeta Geremia (17, 1) descrive come un diamante; il Talmud lo definisce un "verme tagliante, un tarlo capace di forare i minerali più duri"; lo Zoar "un tarlo metallico divisore".

L’errata traduzione del suo nome, ritiene Agrest, ne ha falsato la reale natura. L’identificazione in un insetto che produce fori è difatti dovuta ad un’errata traduzione della parola latina "insectator", tagliatore. Shamir sarebbe, per lo studioso italiano Mauro Paoletti, un "raggio laser ricavato utilizzando un diamante". 

Ed è assai probabile che sia così. Il "verme divino" era considerato un attrezzo di origine celeste; raramente veniva affidato agli umani; ad essi il Signore "dovette trasmettere saggezza e conoscenza perché fossero in grado di eseguire i lavori". Di esso il trattato Abot, che fa parte del Talmud babilonese, ci dice che fu creato da Dio nei sei giorni della creazione del mondo e che venne portato dal cielo agli uomini dal "guardiano del cielo Ashmedai" (un Vegliante poi demonizzato con il nome di Asmodeo), e che Mosè lo utilizzò nel deserto per costruire l’Efod, il pettorale di Aronne (munito dei misteriosi Urim e Tummim di cui si parla nel secondo capitolo). 

Lo Shamir era custodito nel Tempio di Gerusalemme (e prima, prevedibilmente, nell’arca dell’alleanza); secondo lo Zoar, spaccava e tagliava ogni cosa, tant’è che "per la costruzione del Tempio di Gerusalemme, grazie al suo utilizzo, durante i lavori, non si udì rumore di martelli, scalpelli, picconi o di altri utensili (1 Re 6,7 e Talmud babilonese). Come un moderno strumento laser, effettivamente, non produceva rumore; adoperato per tagliare e forare, se ne conoscevano di diverse grandezze. Re Salomone ne cita uno piccolo "come un chicco di grano". Questa tecnologia rivoluzionaria andò peraltro perduta. Nel trattato Mishnajot si dice che "quando il Tempio di Gerusalemme fu distrutto, lo Shamir sparì...".

E a proposito di conoscenze anacronistiche, nelle Saghe ebraiche delle origini è detto che Noè apprese tramite un libro donatogli dall’arcangelo Raffaele "tutte le vie per comprendere i pianeti, e le vie di Aldebaran, Orione e Sirio" (tre nomi, questi, spesso associati dalla moderna ufologia a possibili "patrie" di provenienza di extraterrestri; quanto ad Aldebaran, i sumeri credevano che da lì provenisse il dio Anu). "Dal libro dell’angelo Noè apprese i nomi di ogni singolo cielo, e quali sono i nomi dei servitori celesti". Questo libro di antichissima astronomia sarebbe stato passato, di mano in mano e secondo la leggenda, alle varie stirpi ebraiche, da Abramo sino a Salomone.

Lo stesso era avvenuto, secondo Le antiche leggende degli ebrei, con Adamo. Durante la sua permanenza nell’Eden "un angelo scese e lo istruì. Scrisse per lui un libro su ciò che doveva e non doveva fare. Gli mostrò com’erano disposti i pianeti e lo condusse in giro per il mondo...!

 

Ben altre conoscenze sarebbero poi nascoste nei testi Zohar, secondo un articolo pubblicato sul prestigioso New Scientist nel 1976 dal glottologo George Sassoon e dal biologo Rodney Dale, inglesi. Studiando un testo ebraico intitolato Hadrazuta Odisha ("La piccola santa glorificazione"), che descriveva il miracolo della manna, prodotta per mano dell’Altissimo, i due giunsero alla conclusione che l’epiteto divino fosse un errore di traduzione (o di interpretazione); l’Altissimo altro non era che una macchina, tecnologica e sofistica, in grado di produrre la manna ("pane", nel Pentateuco; una coltura di alghe per Sassoon e Dale); appoggiandosi al progettista tecnico Martin Riches e seguendo le indicazioni del testo ebraico, ne ricostruirono la forma, giungendo alla conclusione che si trattava di una macchina portata sulla Terra dagli alieni tremila anni fa (ed in seguito occultata, secondo il profeta Samuele - 1 Sam. 4,3 - nella città di Silo).

"Macchine come questa dovrebbero essere in dotazione sulle astronavi, giacché servono ad un duplice scopo, producendo l’ossigeno indispensabile alla respirazione ed il cibo. Una abbastanza simile è stata costruita dai sovietici per la Saljut". Le sconvolgenti conclusioni cui giunsero i due scienziati avrebbero dovuto, di regola, mettere in subbuglio gli ambienti accademici. Ma poiché l’articolo uscì sulla rivista il 1° aprile 1976, la scienza ufficiale pensò ad una burla, e la storia non ebbe più un seguito; né glielo si volle dare, nonostante le dichiarazioni rilasciate in conferenza dai due e nonostante l’uscita di due libri ben documentati, The Lord of the Manna e The Manna-Machine, nel quale gli studiosi ribadivano l’eccezionalità della scoperta e la sua veridicità.

 I CARRI CHERUBINICI 


Nei jewish files si parla anche della bella Esther, che aveva "una carnagione verde, come la scorza di un mirto" (riferisce il Megilla o Talmud babilonese) e che ricorda lo stereotipo dei moderni "marziani". Verde-azzurro è anche Lucifero, raffigurato in un mosaico del XII° secolo, che illustra il Giudizio Universale, nella Chiesa di S.Maria Assunta ad Isola di Torcello (VE).  

Ciò che stupisce è che l’angelo caduto, lungi dall’essere rappresentato come di consueto come un serpente, un drago o un mostro, è un vecchio vigoroso con barba e capelli bianchi, seduto su un trono: una vera e propria controfigura di Dio. Non meno misteriosa è, nei jewish files, Tamar, antenata di re Davide, che partorisce Zerah; i testi antichi ci dicono che, come molti figli degli dèi, "brillava" (tale è il significato del suo nome).  

Sempre nei jewish files ci imbattiamo nei misteriosi "giganti" (divenuti demoni nelle versioni musulmane, e sinonimo di alieni perfidi per alcuni studiosi coranici moderni), termine che inizialmente indicava una stirpe di figli degli dèi non necessariamente alti di statura (e difatti inizialmente il termine significava "gli irruenti" o i "caduti dal cielo") e che in seguito svilupparono stature elevate; le loro descrizioni combaciano con la moderna iconografia sugli extraterrestri; ad essi si fa riferimento anche nel Pentateuco, ovvero nei cinque libri della Bibbia più vicini alla tradizione ebraica che non alla cristiana (che attinge ad essi per la costruzione storica e simbolica, ma che, per la parte dottrinale, si concentra maggiormente sul Nuovo Testamento). 

Ad essi l’Antico Testamento riserva un accenno in Genesi 6,4, allorché si parla degli incroci tra le figlie degli uomini ed i figli di Dio; in Numeri (13,34) essi sono diventati enormi: "Noi vedemmo lì anche i giganti, gli Enachiti della stirpe dei giganti, paragonati ai quali noi sembravamo delle locuste"; ed anche in Deuteronomio, che cita "Og, re di Bashan, superstite della razza dei giganti", il cui letto, nell’attuale Amman, era lungo quattro metri e mezzo per due. 

Il territorio di Bashan comprende le alture del Golan, ove è stato di recente scoperto un antico monumento chiamato Gilgal Refaim, ovvero il cerchio dei giganti. Il sito è composto da cinque anelli concentrici di pietre, il più ampio dei quali è di 159 metri di diametro; sarebbe servito a calcolare il solstizio d’estate ed il sorgere di Sirio nel 3000 a.C. Il Gilgal Refaim sconcerta gli archeologi sia perché non è mai stato costruito nulla di simile in tutto il Medioriente, sia perché esso precede le piramidi di almeno 500 anni. Gli abitatori di quelle terre, all’epoca, erano quasi esclusivamente nomadi e non avrebbero mai affrontato la costruzione di un simile complesso. E secondo la Bibbia, gli unici stranieri che abbiano mai abitato le alture del Golan erano i giganti.

Sempre nella Bibbia troviamo il Signore che dice a Mosè di non avvicinarsi alla città di Ar, in possesso dei figli di Lot, e che in questa terra abitava in passato un popolo assai numeroso e di statura molto alta, tanto che il luogo conservò il nome di "paese dei giganti". Per gli ammoniti essi erano gli zamzummei, cioè "gli scellerati"; anakim per gli ebrei, e per i moabiti emei o emin, che vuol dire "terribili".

Esistono poi vangeli apocrifi di origine ebraica, ripresi in parte anche dai primi cristiani, che presentano spunti ufologici, presumibilmente posteriori ed inseriti in un contesto mitico-religioso. Come nel trentatreesimo capitolo della Apocalisse di Mosè, nella quale si racconta del "carro di luce, guidato da quattro aquile splendenti" apparso a Eva. "Nessun essere umano avrebbe potuto descriverne lo splendore", afferma lo pseudo Mosè, aggiungendo che dalle ruote dal carro, avvicinatosi nel frattempo ad Adamo, "era uscito del fumo".  

E nell’Apocrifo di Abramo (18, 11-12) che chiaramente ricalca la biblica visione di una macchina da parte di Ezechiele nel deserto, si parla di esseri celesti "dietro ai quali era un carro che aveva ruote di fuoco; e ogni ruota era tutt’intorno piena di occhi, e sulle ruote v’era un trono; e questo era coperto da fuoco che scorreva tutt’intorno". La storia è confermata anche dal successivo apocrifo La vita di Adamo ed Eva del 730 d.C., ove si precisa che a bordo del carro celeste era assiso nientemeno che Dio in persona.

Dei carri celesti era però proibito parlare, ai tempi del Talmud. Le considerazioni sulla struttura dell’universo erano chiamate ma’asse merkavhah, "ciò che riguardava il carro", perché pertinenti al carro divino descritto dal profeta Ezechiele. I farisei consideravano pericolosi questi studi a seguito di una serie di leggende circa incidenti e morti misteriose fra gli studiosi che avevano cercato di capire cosa fossero in realtà i carri celesti: dal rabbino Ben Azzay, deceduto all’improvviso, a Ben Zoma, impazzito, sino ad Elisha ben Abuya, divenuto eretico (e dunque dannato); soltanto il rabbino Akiba, noto per la sua "circospezione", riuscì a studiare i carri celesti restando in vita. Ma cosa scoprì, non ci è dato di saperlo.

Che i resoconti sui carri celesti non siano semplici leggende è dimostrabile. Le apparizioni UFO sui cieli di Israele sono documentate, anche da fonti indipendenti, sin dall’antichità. Lo storico Flavio Giuseppe (37-95 d.C.), nelle Guerre giudaiche, segnala la comparsa di una stella simile ad una spada, immobile sopra Gerusalemme nell’anno 65 a.C., ed una strana luce nel Tempio. Più tardi, al tramonto, vennero visti in cielo dei soldati in l’armatura muoversi tra le nubi; l’insolito "miraggio" ne ricorda uno analogo del 167 a.C., durante la ribellione guidata da Giuda Maccabeo. Cinque soldati con armature dorate apparvero nel cielo, secondo le fonti latine.

Un UFO sarebbe apparso in occasione della nascita di Abramo. Riporta la tradizione ebraica: "Abramo nacque a Ur nel mese di tishri, intorno all’anno 1948 dopo la creazione. La notte in cui Abramo vide la luce, gli amici di suo padre Tare stavano banchettando. In quel momento essi videro una stella straordinaria nella parte orientale del cielo; sembrava correre per divorare altre quattro stelle dirette ai quattro alti del firmamento. 

Tutti ne rimasero meravigliati". Non meno inquietante l’Apocalisse di Abramo del secondo secolo d.C., in cui viene così descritto l’improvviso rapimento al cielo del patriarca ad opera di uno straniero misterioso: "Avvenne all’ora del tramonto. C’era fumo, fumo come quello che esce da una stufa. Mi condusse fino al limite delle fiamme. Quindi salimmo, come trasportati da molti venti, verso il cielo, che là pareva poggiare sopra il firmamento. 

Nell’aria, dall’altezza che avevamo raggiunto, vidi una luce fortissima, impossibile da descrivere, e nella luce un fuoco violento e all’interno una schiera di figure poderose, che gridavano parole ch’io non avevo mai udito" (sembra proprio la moderna descrizione dell’incontro ravvicinato con i piloti di un disco volante). Della strana macchina volante Abramo commentava: "A volte se ne stava dritta, a volte si rigirava, capovolgendosi".

Il patriarca incontrò ancora i visitatori. Nel Testamento di Abramo i visitatori comparsi all’improvviso dinanzi al patriarca vengono definiti non già angeli ma "uomini celesti, scesi dal cielo, dove sono tornati e scomparsi". Anche nel Rotolo di Lamech si parla di insolite presenze: quella di uno "strano bambino" dai capelli bianchi che dall’aspetto pareva del tutto estraneo alla famiglia, partorito dalla moglie di Lamech, Bat-Enosh (che si affrettava a giurare che non lo aveva avuto da "uno dei Figli del Cielo"). Al bambino venne dato nome Noè.
  
Anche del re-sacerdote Melchisedec le Leggende degli antichi ebrei raccontano che era "nato dal cielo"; il "Signore" stesso aveva inseminato sua madre Sopranima, con un procedimento che lo scrittore svizzero Erich Von Daeniken assimila alla fecondazione in vitro. Non meno curiosa la storia presente nel Resto delle parole di Baruc, un profeta amico di Geremia, vissuto nel 604 a.C. che racconta dell’improvviso "sonno con vertigini" dell’amico Abimelec, che si risveglia nella città di Gerusalemme...sessantasei anni dopo. La città è cambiata, le persone pure; solo Abimelec è rimasto tale e quale, come se per lui il tempo si fosse contratto, nelle brevi ore in cui era stato privo di incoscienza. Proprio come se avesse viaggiato nello spazio, seguendo le leggi del paradosso temporale di Einstein

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martedì 4 giugno 2013

“Ubar, l’Atlantide nel Deserto” Ad–lantis


IL POPOLO DEGLI ADITI: LA PRIMA SCELTA DI YAHWEH  

Articolo di Paolo Brega  

Il grande deserto del Rub al-Khali, il Quarto vuoto, uno dei più terribili deserti del mondo. A un giorno di fuoristrada si giunge alla città morta di Barrakesh, una rocca alta una trentina di metri sul piatto assoluto del deserto circostante. Era la capitale religiosa del regno di Main. Da Barrakesh, attraverso il bacino di Wuadi al Jawf, arriviamo a Marib, nel regno della regina di Saba.

Qui a Marib le leggende si sprecano e l'ambiente che la circonda, le giustificano.

I resti di un antichissimo ed enigmatico palazzo, di cui rimangono otto colonne sporgenti dalla sabbia, è attribuito alla regina di Saba, Bilqis, da sempre celebrata per la proverbiale bellezza che sedusse il re Salomone avendo poi da quel rapporto un figlio che divenne il primo re di Etiopia.


Di questo storico incontro ne parlano i testi ebraici, cristiani ed islamici. Poco distante, chiude un secco wadi, la diga di Marib costruita nell'VIII secolo a.c. e che probabilmente cadde in disuso solo nel VI secolo d.c. causando la fine della civiltà sabea.

Vagabondando nei dintorni incontriamo i resti più vari, da una muraglia ellittica lunga 300 metri, alta 10 e larga 4, a pezzi di pilastri, a lastre coperte di iscrizioni nel tipico alfabeto dei sabei.

Tutto fa pensare che qui ci sarebbe da scavare ancora una ricchezza  archeologica immensa, ma la situazione politica della regione rende il progetto inattuabile, per la continua guerriglia in atto ormai da più di trent'anni. 

Noi proveremo a scavare tra le dune di questo deserto per estrarre una verità sconcertante. Cinquecento chilometri ad est, in pieno deserto del Rub al-Khali, si apre una profonda voragine costituita dal wadi di Hadramawt; dal color ocra si passa al verde intenso degli orti e dei palmeti, dalla solitudine assoluta alla vita festosa di caratteristici paesini costruiti con mattoni di fango crudo, dipinti di calce bianca. 

Questo luogo ricco di acqua e riparato dai forti venti che periodicamente spazzano il deserto, ha visto nascere in tempi antichissimi una favolosa civiltà stanziale. Si racconta che i primi abitanti, gli Aditi, fossero una razza di giganti che non aveva rivali in fatto di ricchezza. Invece di essere grati a Dio per la loro fortuna, vivevano in dissolutezza e adoravano dei profani come viene descritto nella sura coranica dedicata al profeta Hud. La punizione divina arrivò con tempeste di sabbia che spazzarono via tutto e formiche grandi come cani che fecero a pezzi i giganti.

Una storia già sentita molte volte nel corso delle nostre ricerche, culturalmente declinata a seconda del popolo che ne ha elaborato facendo proprio il mito. Nel Corano, Hūd è il profeta della tribù degli ʿĀd, nipote di Noè (Nuh in Arabo). 

La loro città sarebbe stata Iram, una misteriosa città scomparsa nell’antichità che il romanziere dell’occulto H.P.Lovecraft descrive così: “… una città antichissima, abbandonata, "remota nel deserto d'Arabia", "le basse mura quasi sepolte dalle sabbie di età infinite", senza nome perché "nessuna leggenda è così antica da risalire fino ad essa per darle un nome, o per ricordare che fu mai viva un giorno… 

Era già vecchia quando Babele l'antica sorgeva; e non si sa quanto a lungo ha dormito nel cuore del colle ove i nostri picconi insistenti frugando le zolle, i suoi blocchi di pietra portarono a luce primeva. 

V'erano grandi locali e ciclopiche mura e lastre spaccate e statue scolpite di esseri ignoti vissuti in ere perdute, di molto più antichi del mondo ove l'uomo dimora” e la cui storia, nell’immaginifico universo lovecraftiano, si intreccia con quella dell’autore del Necronomicon Abdul Al-Alhazred il quale non segue la religione islamica, ma adora strani dèi dai nomi inquietanti, come Yog e Cthulhu. Demonologo e poeta pazzo, Al-Alhazred nasce a Sanaa, in Yemen al tempo dei califfi omayyadi, all'incirca nell'VIII secolo della nostra era. Egli esplora le rovine di Babilonia e i cunicoli nascosti di Menfi. Vive per dieci anni isolato nel deserto di Rub' al-Khali circondato da spiriti malvagi (jinn).


Durante queste peregrinazioni Alhazred afferma d'aver visitato Irem (Iram dhāt al-ʿImād, la città "dalle Mille Colonne") e di aver scoperto fra le rovine di un villaggio innominabile le prove dell'esistenza di una razza pre-umana, di cui apprende i segreti e le cronache. Conosciuta anche come “Iram delle Colonne”, Aran o Ubar, si trovava nella Penisola Arabica ed era una città mercantile edificata nel deserto del Rub’ al Khali, il più grande deserto di sabbia del mondo.

La tradizione narra che la città sopravvisse dal 3000 a.C. fino al I secolo d.C., arricchendosi anno dopo anno grazie a un florido commercio; successivamente se ne persero completamente le tracce, forse perché, come ricorda il Corano, subì la stessa punizione della tribù dei Banu ‘Ad, una stirpe araba vissuta durante il periodo pre islamico che osò sfidare Allah innalzando alti edifici in pietra e che per questo venne punita prima con un tremenda siccità, poi da una violenta pioggia seguita da un fortissimo vento che distrusse tutti i loro edifici.

Le rovine della Città delle Mille Colonne si troverebbero ancora sotto le sabbie del deserto, dimenticate anche dal tempo. Questa storia rimase una delle tante tradizioni orali raccontate intorno al fuoco, almeno fino a quando non giunse in Occidente in seguito alla traduzione del famoso “Le mille e una notte”.

Durante il II secolo d.C., Claudio Tolomeo, astronomo e geografo greco, disegnò la mappa di una misteriosa regione che, a suo dire, era abitata da un altrettanto enigmatico popolo, gli Ubariti, ovvero gli antichi abitanti di Ubar. In tempi più recenti il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto ai più come Lawrence d’Arabia, mostrò spesso un notevole interesse per questa città, che lui stesso definiva come l’Atlantide delle Sabbie.

Forse spinto anche da questo interessamento, un gruppo di ricercatori si affidò nel 1980 ai satelliti della NASA nel tentativo di ritrovare la Città delle Mille Colonne; una possibile collocazione venne individuata nella provincia di Dhofar, in Oman. La spedizione includeva   anche l'avventuriero Ranulph Fiennes, l'archeologo Juris Zarins, il regista Nicholas Clapp e l'avvocato George Hedges ed è descritta nel libro “Ubar, l’Atlantide nel Deserto” di Nicholas Clapp.

L’esplorazione si concentrò su un antico pozzo chiamato Ash Shisa, nelle immediate vicinanze, infatti, venne alla luce un sito costruito molto più anticamente; nessuna prova di una certa importanza venne comunque rinvenuta. A questo tentativo seguirono altre quattro campagne di scavo, ma anche in questo caso l’ubicazione di Iram delle Colonne rimase avvolta nel mistero.  

Ma torniamo al profeta Hūd e alla sua storia.  

Hud è da alcuni storici delle religioni individuato nel Patriarca biblico Heber, discendente di Sem. è anche il titolo della Sura XI del Corano. In quanto nipotè di Noè Hud è sicuramente antecedente ad Abramo. Nella Sura a lui dedicata, Allāh promette tremendi castighi a chi mette in dubbio la Sua parola e a quanti reclamano prove circa la verità di quanto da Lui rivelato nel Corano.

Il testo sacro islamico afferma che Mūsā, Nūḥ (Noé), Hūd, Ṣāliḥ Ibrāhīm, Lūṭ, Shuʿayb e lo stesso Maometto sono stati rifiutati dalle genti cui essi erano stati inviati per le ragioni più diverse, ma che Dio punirà tutte queste genti ribelli, sterminandole, se esse non si pentiranno, anche per impartire un esemplare ammonimento per le comunità che, sciaguratamente per loro, volessero imitarle. 

Gli ʿĀd rifiutarono di sottomettersi alle ingiunzioni di Hūd. Furono perciò sottoposti a una dura siccità. Qāʾil, il loro capo, si decise allora a celebrare un sacrificio a Dio per il ritorno della pioggia, ma era ormai troppo tardi, visto che Dio aveva deciso di punire gli ʿĀd per la loro incredulità. Qāʾil, che era non credente, condusse le vittime sulla cima di una montagna per sacrificarle egli stesso.

«Girando allora il suo volto verso il cielo, disse: “O Dio del cielo, io ti chiedo la pioggia per il mio popolo: sii il nostro protettore”. Nello stesso istante apparvero tre nuvole; la prima era rossa, la seconda nera e la terza bianca. Da queste nuvole uscì una voce che diceva: “Quale vuoi che si diriga verso il tuo popolo?” Qāʾil si disse tra sé e sé: “Se questa nuvola rossa si dirigesse verso il mio popolo, non ne scaturirebbe pioggia, del pari la nuvola bianca, restasse anche tutto un giorno, non ne uscirebbe pioggia. è la nuvola nera che assicura la pioggia”. Allora Qāʾil disse ad alta voce: “Chiedo che questa nuvola nera vada verso il mio popolo” » - Ṭabarī, Dalla creazione a David in op. cit., 116. Storia del profeta Hūd.

La nuvola si fermò sopra la testa degli Aditi, e il vento sterile che essa conteneva ne uscì, come è detto nel passaggio del Corano citato da Ṭabarī:

«E anche fra gli ʿĀd fu un Segno, allorché mandammo contro di loro il vento devastatore » - Corano, LI:41

Questi Aditi erano probabilmente gli abitanti di Atlantide o Ad–lantis. "Sono impersonati da un monarca a cui tutto viene attribuito, e che si dice sia vissuto per diversi secoli". (Lenormant e Chevallier, "Ancient History of the East", vol. II, p. 295). 

Ad proveniva dal nord–est. "Sposò un migliaio di mogli, ebbe quattromila figli e visse milleduecento anni. I suoi discendenti si moltiplicarono notevolmente. Dopo la sua morte i suoi figli Shadid e Shedad regnarono in successione sugli Aditi. Al tempo di quest’ultimo, il popolo di Ad era composto da un migliaio di tribù, ognuna composta di diverse migliaia di uomini. Grandi conquiste sono attribuite a Shedad, e si dice che gli fossero sottomessi, tutta l’Arabia e l’Iraq. La migrazione dei Cananei, il loro insediamento in Siria, e l’invasione dei Pastori in Egitto sono attribuiti, secondo molti scrittori arabi, a una spedizione di Shedad". (Ibid., p. 296).

Shedad costruì un palazzo ornato di colonne superbe, e circondato da un magnifico giardino. Si chiamava Irem. "Era un paradiso che Shedad aveva costruito a imitazione del paradiso celeste, delle cui delizie che aveva sentito parlare". ("Ancient History of the East", p. 296). 

In altre parole, un’antica, potente razza conquistatrice, che praticava il culto del sole, invase l’Arabia agli albori della storia, erano i figli di Adlantide: il loro re cercò di creare un palazzo e un giardino dell’Eden come quelli di Atlantide. 

Gli Aditi sono ricordati dagli Arabi come una razza grande e civile. "Essi sono rappresentati come uomini di statura gigantesca, la loro forza era pari alle loro dimensioni, e spostavano facilmente enormi blocchi di pietra". (Ibid.) Erano architetti e costruttori. "Innalzarono molti monumenti al loro potere, e quindi, fra gli arabi, nacque l’usanza di chiamare le grandi rovine "costruzioni degli Aditi". Ancora oggi gli arabi dicono "vecchio come Ad". Nel Corano si fa allusione agli edifici costruiti su "alti luoghi per usi vani", espressioni che dimostrano che si ritiene che la loro "idolatria fosse stata contaminata con il Sabeismo o culto delle stelle". (Ibid.) 

"In queste leggende," dice Lenormant, "troviamo tracce di una nazione ricca, che erigeva grandi costruzioni, con una civiltà avanzata, analoga a quella della Caldea, che professava una religione simile a quella babilonese, una nazione, in breve, nella quale il progresso materiale si congiungeva ad una grande depravazione morale e a riti osceni. Questi fatti devono essere veri e strettamente storici, perché si ritrovano dappertutto tra gli Etiopi, come tra i Cananei, i loro fratelli per l’origine comune".

In tutte queste cose vediamo rassomiglianze con gli Atlantidei. Il grande Impero Etiope o Cuscita, che nei primi secoli prevalse, come dice Rawlinson, "dal Caucaso all’Oceano Indiano, dalle sponde del Mediterraneo sino alla foce del Gange", era l’impero di Dioniso, l’impero di "Ad", una nuova nazione atlantidea da aggiungere sulla nostra mappa dell’età dell’oro.

El Edrisi chiama la lingua parlata ancora oggi da parte degli arabi di Mahrah, in Arabia Orientale, "la lingua del popolo di Ad," e il Dr. J.H. Carter, nel Bombay Journal di luglio 1847, dice: "E’ il linguaggio più morbido e dolce che abbia mai sentito". Sarebbe interessante confrontare questa lingua primitiva con le lingue del Centro America.

Il dio Thoth degli Egiziani, che proveniva da un paese straniero e che inventò le lettere, era chiamato At–hothes. In sanscrito Adim significa in primo luogo. Tra gli indù il primo uomo si chiamava Ad–ima, la moglie era Heva. Essi si stabilirono su un’isola, che si dice essere Ceylon; lasciarono l’isola e raggiunsero la terra ferma, quando, a causa d’un sommovimento terrestre di grande importanza, la loro comunicazione con la terra madre fu tagliata per sempre.

Ritroviamo così i figli di Ad alla base di tutte le razze più antiche di uomini, cioè gli Ebrei, gli Arabi, i Caldei, gli Indù, i Persiani, gli Egizi, gli Etiopi, i Messicani e i Centroamericani; testimonianza

 che tutte queste razze facessero riferimento per le loro origini ad un vago ricordo di Ad–lantis. E forse fu proprio a questi, prima che agli ebrei, che Yahweh/Allah volse la sua attenzione in luogo della scelta del suo popolo prediletto per i suoi piani di conquista secoli prima della chiamata di Abramo. 

Dalla Bibbia sappiamo a un certo punto che “…Abramo uscì dalla città di UR dei Caldei…” (Keltoi?) per raggiungere la terra promessa, la terra di Canaan, su indicazione diretta di Dio/Yahweh/Enlil. Possiamo collocare temporalmente nel XVIII sec. a.C. la partenza della tribù di Abramo verso Canaan, ovvero 3800 anni fa, esattamante alla fine dell’azione Kurgan nel continente europeo.

Questo avvenne perché dopo il Diluvio nazioni e popoli superstiti dell’antica età dell’oro atlantidea salvatisi grazie all’intercessione di Enki vennero spartiti tra gli Elohim per promuovere la cosiddetta Rinascita Enkilita ovvero il sogno del fratello “buono” di ricostituire l’età dell’oro antidiluviana ricominciando con una umanità riformattata.

Ma Yahweh, probabilmente imparentato con Enlil come si evince dalle ricerche dei De Angelis schematizzate nella seguente tabella venne escluso da questa spartizione.

Per visualizzare a risoluzione maggiore: 
 http://img545.imageshack.us/img545/6687/32345639.jpg 

A un Elohim fu assegnato l’Egitto, a un altro la valle dell’indo, a un terzo la zona europea dove sorsero le prime società gilaniche, ad altri le nazioni mesopotamiche e ad altri ancora le regioni del continente nord e sudamericano e così via. A Yahweh non fu assegnato nulla… se lo prese da solo.

Ma al contrario di quanto abbiamo sempre pensato non fu la stirpe di Abramo dei Caldei di Ur la sua prima scelta. La Sura XI del Corano illustra un’altra storia, la storia di Hud, precedente ad Abramo, in visita presso i superstiti del potente popolo “gigante” degli Aditi i quali rifiutarono l’offerta di Yahweh.
Un offerta, quella di Yahweh, che non poteva essere rifiutata e che costò loro la vita.

Il popolo degli Aditi venne così cancellato, facendo entrare nel mito la città di Iram delle mille colonne, Ubar e l’intera storia del popolo Adita dalle cui ceneri sorse nei successivi secoli il potente regno della Regina di Saba, alleata questa volta del Regno di Israele, il popolo prescelto da Yahweh… come seconda scelta!

 

Fonti: 


Infine ricordiamo il sito dell'autore: 

giovedì 29 dicembre 2011

"Il dio che ritornò dai cieli"


Licrociarsi delle strade di Marduk e di Abramo ad Harran fu solo una fortuita coincidenza, o Harran fu scelta dall'invisibile mano del fato?

E' una questione fastidiosa, che richiede una risposta da indovini, poiché il luogo in cui Yahweh aveva scelto Abramo per un'audace missione e dove Marduk fece la sua comparsa dopo un'assenza di mille anni, fu più tardi il luogo in cui una serie di eventi incredibili - eventi miracolosi, si potrebbe dire - cominciarono a susseguirsi.

Furono avvenimenti di portata profetica, che influenzarono sia le questioni umane  sia quelle divine. Gli eventi chiave, raccolte per i posteri da testimoni oculari, cominciarono e finirono con l'adempimento delle profezie bibliche riguardanti l'Egitto, l'Assiria e Babilonia; e includevano la partenza di un dio dal suo tempio e dalla sua città, la sua ascesa ai cieli, e il suo ritorno dai cieli mezzo secolo più tardi.

E, per una ragione forse più metafisica che geografica o geopolitica, molti degli eventi cruciali degli ultimi due millenni del conto cominciato quando gli déi, riuniti in consiglio, decisero di assegnare all'Umanità la civiltà, ebbero luogo ad Harran o nei suoi pressi.

I dettagli di una tavoletta che facevano parte di una corrispondenza reale di Assurbanipal, il figlio successore di Assaraddon, si evince l'intenzione che Asarrandon meditava di attaccare l'Egitto, dirigendosi a nord invece che a ovest alla ricerca del tempio in legno di cedro di Harran. Lì vide il dio Sin appoggiato a un bastone, con in testa due corone. Il dio Nasku gli stava difronte. Il padre di sua maestà il mio re entrò nel tempio.

Il dio gli pose una corona sulla testa, e disse: "Viaggerai verso le nazioni, e ne sarai il conquistatore!" Egli partì e conquistò l'Egitto (Nasku, scopriamo nella lista degli Dèi sumeri, era un membro dell'entourage di Sin). 

L'invasione dell'Egitto da parte di Assaraddon è un fatto storico, che conferisce completa veridicità alla profezia di Isaia. I dettagli sulla deviazione di Harran sono un'ulteriore conferma della presenza del luogo, nel 675 a.C., del dio Sin; poiché fu solo molti decenni più tardi che Sin s'infuriò con la città e il suo popolo e se ne andò - nei cieli.


Oggi Harran è ancora là dov'era al tempo di Abramo e la sua famiglia. Fuori dalle mura sgretolate della città (mura che risalgono al tempo della conquista islamica) il pozzo dove Giacobbe incontrò Rebecca fornisce ancora acqua, e nella pianura circostante le pecore brucano ancora come facevano quattro millenni fa.

Nei secoli passati Harran fu un centro di insegnamento e letteratura, dove i Greci dopo Alessandro ebbero accesso all'intera conoscenza dei "Caldei" (gli scritti di Berossus furono uno dei risultati), e dove molto più tardi i Mussulmani e i Cristiani scambiarono le proprie culture.

Ma l'orgoglio del posto era il tempio dedicato al dio Sin, nelle cui rovine le testimonianze scritte di eventi miracolosi riguardanti Nannar/Sin sono sopravvissute per millenni. Le varie testimonianze che non erano assolutamente un pettegolezzo, ma racconti di alcuni testimoni oculari.

Non dei testimoni anonimi, ma una donna Adda Guppi, e suo figlio Nabuna'id. Non era affatto, come potrebbe accadere ai giorni nostri, uno sceriffo di paese e sua madre che raccontano di aver visto un UFO in qualche zona disabitata. Era la somma sacerdotessa del grande tempio di Sin, un santuario consacrato e riverito già da millenni prima di lei; suo figlio era l'ultimo re del più potente impero della Terra a quei tempi, Babilonia.

La somma sacerdotessa e il re suo figlio riportarono i fatti su stele - colonne di pietra iscritte in caratteri cuneiformi, accompagnati da figure pittoriche. Quattro di esse sono state trovate nel XX secolo dagli archeologi, e si ritiene che le stele siano state poste dal re e da sua madre a ogni angolo del ripristinato tempio di Harran dedicato al dio della Luna, il E.HUL.HUL ("Tempio della Doppia Gioia").

Una copia di stele riportavano la testimonianza della madre, le altre due riferiscono la parola del re. La partenza e l'ascesa al cielo del dio Sin, sono riportate nelle stele di Adda Guppi, somma sacerdotessa del tempio.

Con un evidente senso della storia e con lo stile di un esperto funzionario del tempio, Adda Guppi fornì le date precise degli sbalorditivi avvenimenti; date messe in relazione come era d'uso, con gli anni di regno dei re conosciuti, che potevano essere perciò - come furono in effetti - verificati dagli studiosi moderni. Nella stele meglio conservata, catalogata dagli studiosi come H1B, Adda Guppi cominciava così (in lingua accadica) la sua testimonianza scritta:
Sono la signora Adda Guppi,
madre di Nabuna'id, re di Babilonia,
devoto agli dèi Sin, Ningal, Nisku
e Sadarnunna, le mie divinità
le mie divinità sin dalla mia infanzia.
Fine prima parte

Fonti:
Zacharia Sitchin, "Il Codice del Cosmo" 2002 p. 235

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sabato 30 aprile 2011

Spazio Porto Nel Sinai al tempo degli dèi


Nell'Epopea di Erra descritto nella "Sinossi della XIII Tavoletta" si è parlato di guerre atomiche, così come nel testo di Kendorlaomer, che, attraverso verso i rispettivi epiteti, identifica le due divinità con Ninurta e Nergal, così dice:
Enlil, assiso sul suo altissimop trono,
era consumato dalla rabbia.
I devastatori ancora una volta fomentavano il male;
Colui che brucia con in fuoco (Ishum/Ninurta)
e l'altro, quello del vento maligno (Erra/Nergal)
compirono insieme il loro disegno malvagio.
Insieme fecero fuggire gli dèi,
che si misero in salvo dalla distruzione.
L'obiettivo, quello da cui i due avevano fatto fuggire gli dèi guardiani, era il luogo di lancio.
Ciò che veniva innalzato e lanciato verso Anu
essi lo distrussero;
il suo volto fecero scomparire,
e non restò che desolazione.
Era dunque, il porto spaziale, la posta in gioco per la quale si erano combattute tante guerre tra gli dèi, non esisteva più: Il monte che conteneva le attrezzature di controllo era stato abbattuto, le piattaforme di lancio cancellate dalla faccia della terra; e la pianura, sul cui suolo le navicelle spaziali prendevano velocità, era completamente distrutta; non era rimasto in piedi nemmeno un albero.


Così com'era un tempo, quel luogo non sarebbe stato visto mai più ... ma lo squarcio prodotto sulla superficie della Terra quel terribile giorno,  quello si che è tutt'ora visibile: lo si può vedere ancora oggi! E' una sorta di grandissima cicatrice, tanto grande, che nel suo complesso, si può vedere solo dal cielo, ed è proprio da qui che recentemente dei satelliti artificiali hanno cominciato a fotografarla e inviare immagini sulla terra.

Finora nessuno scienziato ha saputo dare una spiegazione di questa fenditura della terra. A nord di questo misterioso tratto della superficie della penisola del Sinai, da ciò che resta di un lago di una precedente era geologica; il suo terreno piatto e duro è l'ideale per l'atterraggio di una navetta spaziale  (per la stessa ragione il deserto del Mojave in California e la Edwuards Air Force Base sono risultate ideali per l'atterraggio delle navicelle spaziali americane).

Questa grande pianura della penisola del Sinai-sul cui suolo si sono svolte in epoca recente tante battaglie che, invece invece delle navette spaziali, hanno visto l'impiego di carri armati - si vedono in lontananza le montagne
che  circondano la piana e che le danno la sua caratteristica forma ovale. La loro pietra calcarea le fa apparire bianche e luminose all'orizzonte, ma in vicinanza di quella immensa cicatrice del Sinai il colore si fa bruscamente nero, in stridente contrasto con il biancore circostante.

Il nero non è un colore naturale per la penisola del Sinai, dove il bianco della pietra calcarea  e il rosso dell'arenaria si combinano in colori forti che vanno dal giallo brillante al grigio chiaro al marrone scuro, ma mai al nero, che in natura è dato solo dalla pietra di basalto.

E tuttavia qui nella piana centrale posta a nord nord est la gigantesca e misteriosa "cicatrice", il terreno ha assunto una coloritura nera. Essa è prodotta, come mostra la fotografia da milioni e milioni di pezzi piccoli e grandi di roccia annerita, che paiono gettati su tutta l'area da una mano gigantesca.

Da quando i satelliti della Nasa hanno avvistato e fotografato l'immensa frattura cicatrizzata sulla superficie terrestre della penisola del Sinai, nessuno ha saputo spiegare né la frattura né l'infinità di roccia disseminati per tutta la zona.

Nessuna spiegazione si può dare - a meno che non si rileggano i versi dei testi antichi e non si accetti la conclusione che al tempo di Abramo, Nergal e Ninurta distrussero, con armi nucleari il porto spaziale che si trovava in quella zona: "Ciò che veniva innalzato e lanciato verso Anu, essi lo distrussero; il suo volto fecero scomparire, e non resto che desolazione" Il porto spaziale e le Città del male non esistevano più. (Sodoma e Gomorra?)

Questa è la catastrofe che portò alla caduta di Sumer, alla fine del sesto anno del regno di Ibbi-Sin. e descritta in diverse lamentazioni, ovvero lunghi testi poetici che cantano la caduta della maestosa UR e degli altri centri della grande civiltà sumerica.

Quando vennero alla luce le prime tavole di lamentazioni, gli studiosi credettero che soltanto UR fosse stata distrutta, e perciò intitolarono così le loro traduzioni. Ma via via che venivano trovati altri testi, ci si accorse che UR non era stata né l'unica città interessata al disastro, né il punto focale di quella tragedia.

Vennero infatti rinvenute altre lamentazioni che piangevano il triste destino di Nippur, Uruk, Eridu e alcuni testi fornivano addirittura  un elenco delle città interessate, che da sud est a nord ovest, comprendevano tutta la Mesopotamia meridionale.

Studiosi come Th.Jacobson (TheReign of Ibbi Sin), conclusero quindi che i "barbari invasori" non avevano nulla a che fare con la spaventosa catastrofe, una calamità che a giudizio dello Jacobsen stesso era "davvero molto strana". La matassa tuttavia si dipana, e tutto acquista un senso, se colleghiamo la catastrofe in Mesopotamia all'esplosione nucleare del Sinai.

Tratto dalle mie letture; 


sabato 26 marzo 2011

Ib.ru.um il nippuriano

Abramo (secondo la Bibbia, in origine il suo nome Abram, "Padre Amato" oppure "Amato dal Padre"): Primo patriarca ebreo al quale si attribuisce la religione monoteistica, la fede in un solo Dio, che la Bibbia chiama "Yahweh".Secondo la Genesi, Dio stipulò con lui un patto per garantire alla sua discendenza le terre tra il fiume d'Egitto (un fiume che scorre in inverno nella penisola del Sinai) e il fiume Eufrate, nella Mesopotamia settentrionale.
Questo patto era la ricompensa per la sua incrollabile fede nell'unico Dio per aver portato a termine il compito citato nel capito 14 della Genesi, Guerre dei re.
In guerre atomiche degli dèi (di Zecharia Sitchin) ha messo in relazione questi eventi a quelli descritti nelle tavolette conosciute come i Testi di Khedorla' omer, e ha sincronizzato il momento storico e gli spostamenti di Abramo con le cronologie di Mesopotamia ed Egitto, giungendo alla conclusione che Abramo era nato nel 2123 a.C. a Nippur (Ne.Ibru), centro religioso di Sumer: ecco perché nella Bibbia ebraica viene identificato come Ibri - "un nippuriano"; secondo Zecharia Sirchin ilsuo nome in numero era Ib.ru.um. 
Obbedendo all'ordine di Dio, Abramo si trasferì a Ur, capitale di Sumer, insieme a suo padre, il sacerdote Terah; in seguito si spostò ad Haram (nell'odierna Turchia) e infine a Canaan ( ora Israele). ZS ha dimostrato che quelle migrazioni coincisero con gli eventi riportati nei testi sumeri e babilonese, di epoca successiva. 
Tutti quei documenti narrano anche la Guerra dei re, quando Abramo difese il Porto spaziale situato nella penisola de Sinai. Dopo l'attacco con armi nucleari al Porto spaziale (la distruzione di Sodoma e Gomorra  citata nella Bibbia) e la conseguente fine di Sumer, il nome di Abramo venne cambiato nell' Abrhaam semitico; quello di sua moglie Sarai a Sarah (Sara). 
I due ebbero un figlio, Isacco. Abramo e Sara vennero sepolti ad Hebron. Vedi Guerra dei re Harran, Nippur, patriarchi Porto spaziale, Testi di Khedorla'omer, Ur.     

Enki e l’ordine mondiale – e la battaglia continua ancora oggi

COSA ACCADE NEI NOSTRI CIELI? - GIORGIO PATTERA

L’OZONO POTREBBE INDEBOLIRE UNO DEI PIÙ IMPORTANTI MECCANISMI DELLA TERRA

Una nuova classe globale che modella il nostro futuro comune in base ai propri interessi

Gli umani non sono sovrappopolati - Stiamo invecchiando e diminuendo

Li chiamano effetti collaterali - quando sapevano che sarebbe successo ... Essi sapevano che questo

E c'è chi ancora nega affermando che non siamo una colonia USA…

GUARDA IL CIELO! CHE COSA STANNO FACENDO?

Come osano? come osano fare questo? Questa deve essere la reazione dell’umanità.

Perché questa mancanza di interesse dei nostri cieli?

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