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martedì 30 luglio 2019

MARDUK: parallelismi tra previsioni profetiche, presagi astrologici ed eventi astronomici

 
Babilonia era la "città sacra" dedicato al culto di Marduk, 
che aveva lì il suo tempio e una statua d'oro 

La profezia di Marduk del re babilonese Nabucodonosor e la statua rubata di un Dio  

di Ellen Lloyd 
04 luglio 2019 
dal sito web AncientPages 

Come figlio del potente dio Enki, creatore e protettore dell'umanità, Marduk ha un ruolo importante nella mitologia mesopotamica e nella storia di Babilonia.

Babilonia era la "città sacra" dedicata al culto di Marduk, che lì aveva il suo tempio e una statua d'oro. Nell'antichità Babilonia era considerata quasi il "centro del mondo".

Persino Alessandro Magno rimase incantato dalla sua bellezza e potenza.

Da un antico testo assiro noto come "Profezia di Marduk", noto anche come "Profezie di Sulgi", si può conoscere i viaggi di Marduk verso le terre di Ittiti, Assiri ed Elamiti e,
"la previsione di un futuro re che ricondurrà Marduk da Elam, un paese antico nell'Iran sud-occidentale" ...
Secondo gli storici, la profezia di Marduk fu scritta tra il 713 e il 612 a.C.

L'antico documento è stato riportato alla luce nella Casa dell'Esorcista vicino a un tempio nella città di Ashur, la prima capitale dell'Impero assiro.

Poiché questo documento è stato probabilmente scritto durante il regno di Nabucodonosor I, la maggior parte degli storici suggerisce che sia servito come pezzo di propaganda per celebrare la sua vittoria.

La profezia di Marduk descrive,
il ritorno di un re forte e potente che ripristinerà la pace e l'ordine in città portando a casa la statua del dio.

 
Dettaglio dal kudurru di Nabucodonosor garantire a Šitti-Marduk la libertà fiscale. 
Credito: dominio pubblico

 Re Nabucodonosor I,
"Marciò nell'Elam e rimpatriò la statua rubata di Marduk". 1
L'elenco dei re babilonesi informa che governò per 22 anni e un kudurru rivela che il re Nabucodonosor I recuperò la statua del dio Marduk durante la sua battaglia contro gli elamiti. 2

I babilonesi avevano i cosiddetti "kudurrus", stele di pietra scolpite e scolpite con iscrizioni.

Erano importanti non solo per ragioni economiche e religiose, ma anche come quasi le uniche opere d'arte, sopravvissute dal periodo del dominio kassita in Babilonia (16-12 a.C. circa).

Molti eventi storici significativi furono inscritti su questi kudurrus.

Sebbene la maggior parte pensi che la profezia di Marduk sia stata scritta come omaggio al re Nabucodonosor I, è anche possibile che il documento abbia avuto un altro scopo. 


È interessante notare che, durante gli scavi nella Casa dell'Esorcista, gli archeologi hanno trovato diverse tavolette cuneiformi che riguardano anche altri eventi.
"A parte la" profezia di Marduk", l'inventario non include alcun testo rilevante per la campagna elamita di Nabucodonosor che probabilmente è stata la preoccupazione principale dell'autore del nostro testo, ma ci sono alcuni testi che proclamano la superiorità della divinità principale assira Assur Marduk (ad esempio il 'Marduk Ordeal').

Ciò suggerisce che il proprietario dell'esemplare di Assur aveva molto più interesse per la riflessione teologica sul rapporto tra gli dei assiri e babilonesi, presumibilmente stimolato dal rapimento assiro della statua di Marduk sotto Sennacherib (689 a.C.), che nel trionfo di Nabucodonosor. " 1

Ciò ha portato alcuni a ipotizzare se la profezia di Marduk sia stata forse scritta in relazione a come Marduk dovrebbe essere valutato in relazione al dio Assur, la divinità più importante della capitale assira Ashur.

 
Ashur, il dio principale del pantheon assiro nella religione mesopotamica, venerato principalmente nella metà settentrionale della Mesopotamia, e parti del nord-est della Siria e del sud-est asiatico minore (vecchia Assiria).

La profezia contiene anche testi di presagio astrologico e menziona alcuni luoghi antichi associati a costellazioni specifiche.

Molte predizioni nelle profezie di Marduk e Sulgi, così come nella profezia di Uruk, hanno allo stesso modo un parallelo esatto nel corpus astrologico. "3
Poiché i babilonesi e i sumeri avevano una conoscenza avanzata dell'astronomia, non è sorprendente scoprire che si basavano su oggetti celesti per una serie di ragioni e ci sono specifici parallelismi tra previsioni profetiche, presagi astrologici ed eventi astronomici ...

Riferimenti:
  1. Takuma Sugie - La ricezione della profezia di Marduk nel VII secolo a.C. Assur - Oriente. 2014, Vol.49, No.0, p.107.
  2. Benjamin R. Foster - Before the Muse: An Anthology of Akkadian Literature
  3. Biggs, Robert D. - "Le profezie babilonesi e le tradizioni astrologiche della Mesopotamia" - Journal of Cuneiform Studies37, n. 1 (1985): 86-90. doi: 10,2307 / 1.359.960.


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giovedì 13 aprile 2017

Antichi Sigilli che raccontano la storia umana

 

Il segno della storia: 
Gli incredibili antichi sigilli cilindrici sumeri 

Gli antichi sigilli cilindrici sumeri sono considerati senza dubbio alcuni degli oggetti più interessanti mai recuperati dall'antica Mesopotamia. Un sigillo cilindrico è un piccolo oggetto decorato con immagini, parole, o in alcuni casi, entrambi incisi sulla sua superficie in modo intricato.

I sigilli cilindrici mesopotamici sono importanti per gli studiosi dal momento che spesso raccontano la storia di una linea temporale di una specifica civiltà. Gli antichi sigilli cilindrici sumeri hanno lasciato un segno nella vera storia.

Gli antichi sigilli cilindrici sumeri venivano usati facendoli roteare su di una base di argilla fresca, una tavoletta che veniva impressa dal cilindro.

Quando l'argilla si essiccava, l'immagine rimaneva impressa sulla sua superficie. Queste impronte sono state utilizzate dagli antichi Sumeri per una varietà di scopi, ivi incluse le operazioni commerciali, decorazione, e la corrispondenza. La stampa del cilindro è stata considerata come una parte estremamente importante della vita quotidiana nell'antica Mesopotamia.

Dimensione dei sigilli impressi nell'argilla fresca, (impressioni moderne/ correnti)


I sigilli cilindrici erano noti in sumero come kishib e kunukku in accadico e sono stati utilizzati da tutti, sia dai reali che dagli schiavi.

I cilindrici sigilli sono stati fatti da un 'sealcutter' noto come burgul in sumerico e come purkullu in lingua accadica

Le immagini lasciate dai sigilli sulla tavoletta d'argilla erano piuttosto complesse e belle.

I sigilli cilindrici sono stati utilizzati da culture del Vicino Oriente antico, tra i Sumeri, Accadi, Ittiti, e Persiani.

Secondo gli esperti, l'origine di questi intriganti oggetti sono originari del periodo tardo Neolitico, intorno al 7600-6000 a.C., nella moderna Siria. Ci sono alcuni studiosi che sostengono che i sigilli cilindrici abbiano avuto origine in Sumer, il moderno Iraq.

I sigilli cilindrici sumeri erano solitamente creati di pietre (talvolta pietre dure) di diversi tipi. Gli antichi utilizzavano l'ametista, l'ossidiana, tra gli altri elementi usati c'era anche l'ematite. Tuttavia, gli esperti hanno riscontrato che per produrre questi oggetti in tempi antichi sono stati usati altri materiali come: vetro, ceramica, oro, argento, legno, osso e avorio.

Questi sigilli cilindrici sumeri, oltre di essere considerati simboli di status e amuleti, venivano usati anche per altri usi pratici.

Sigillo cilindrico e impressione mesopotamica di argilla calcarea del culto di  Shamash, (Louvre)

Essi sono stati usati per firmare documenti scritti su tavolette d'argilla. Utilizzandolo come un timbro, veniva impresso sulla superficie di una tavoletta di argilla fresca, così facendo un individuo avrebbe potuto certificare che il documento era autentico.

Questa necessità di autenticare i documenti si è manifestata con l'aumento della burocrazia che ha avuto luogo in Mesopotamia nel IV millennio a.C., in particolare nelle regioni meridionali, dove la burocrazia era più complessa. Nel mondo degli affari e del commercio, i sigilli cilindrici sono stati usati per memorizzare e certificare le merci evitando la manomissione o il furto. In questo modo, le impressioni fatte dai sigilli cilindrici d'argilla, che sono stati trovati, venivano usate per sigillare vasetti e lo stoccaggio, sulle porte dei magazzini nell'antica Sumer.

Il disegno dei sigilli cilindrici sumeri ha sempre suscitato grande interesse tra gli esperti, principalmente a causa degli intagli intricati che coprono soggetti molto diversi.

Come viene fatto notare dagli esperti, i motivi erano solitamente concentrati su tre motivi principali: combattimento, banchetti e temi religiosi.

Sulla loro superficie, possiamo vedere le divinità, gli esseri umani, le piante, gli animali e l'iconografia religiosa. Tra gli altri disegni che si possono osservare sui sigilli cilindrici sono motivi geometrici e iscrizioni in scrittura cuneiforme.

Come notato da Ancient.eu, ci sono due stili di sigillo cilindrico: lo stile Uruk e lo stile Nasr Jemdet che si riferiscono ai motivi utilizzati e il modo in cui i sigilli sono stati intagliati. Gli autori Megan Lewis & Marian Feldman hanno commentato su questo, scrivendo:
Lo stile dei sigilli di Uruk mostrano animali e figure rappresentate in modo eccezionalmente naturalistico, suggerendo che gli incisori tenevano a una mirata chiarezza espressiva. I motivi sono narrazioni e rituali che coinvolgono i templi, le barche e le offerte agli dei, così come le rappresentazioni del mondo naturale negli accordi gerarchici. Essi sono abilmente tagliati, dettagliati, e la loro composizione tende ad essere equilibrata ed esteticamente piacevole. I sigilli in stile Nasr Jemdet, lo stile Uruk, sono meno dettagliati di guarnizioni e si caratterizzano per l'uso pesante di frese e dischi di taglio, che rispettivamente producono segni circolari e lineari. Motivi comuni del Nasr in stile Jemdet includono le donne con le trecce coinvolte nel lavoro domestico e gli allevamenti di animali davanti a templi.
Se diamo uno sguardo alla documentazione archeologica, troveremo che gli archeologi hanno scoperto molti sigilli cilindrici e di come le tavolette d'argilla siano  state stampate.

Ci sono numerosi sigilli cilindrici nei musei di tutto il mondo.

Il Museo di Baghdad, per esempio, ha una collezione di 7.000 sigilli cilindrici, sebbene la maggior parte di loro siano stati saccheggiati quando nel 2003 Baghdad cadde nelle mani delle truppe statunitensi .

Questi pezzi archeologici di valore non sono ancora stati recuperati.

Riferimento:

Traduzione e adattamento: Nin.Gish.Zid.Da 



lunedì 3 novembre 2014

Le Civiltà Sarde

 

ORIGINE DELLA CIVILTA' SARDAAutoctona - babilonese - lidica - etrusca 

di Alessandro Demontis 

I lavori degli studiosi Sergio Frau, Leonardo Melis e di Monsignor Giovanni Dejana, sacerdote di Jerzu ed emerito docente della Pontificia Università Urbaniana di Roma, hanno contribuito nel corso degli ultimi anni a ridare splendore a un popolo, quello dei sardi, che per troppo tempo è stato ignorato nonostante ricco di peculiarità storiche provenienti da ogni ambito, con particolare rilievo in quello archeologico e linguistico.

Sergio Frau per esempio, pur secondo me sbagliando nella sua identificazione della Sardegna con Atlantide, svolge un ottimo lavoro di ricerca sulle popolazioni autoctone in relazione ai famosi ‘popoli del mare’, lavoro che porta a conclusioni non del tutto esatte ma che restituisce dignità ai sardi presentandoli per quel che effettivamente erano: un popolo molto avanzato dalla grande esperienza marittima.

Leonardo Melis dal canto suo è stato il primo, assieme a me, a divulgare l’ ipotesi di una origine mediorientale (lui sostiene sumera, io accadica) del popolo sardo, o di una sua parte. Lui identifica questa origine negli Shardana, o, come traduce lui, ‘I principi di Dan’ ove Dan/Danu è una delle regioni mediorientali di maggior rilievo nella Mesopotamia del II millennio. Prima di lui, l’ unico autore che da oltre 30 anni sostiene questa origine mediorientale (portando a sostegno una mole di materiale documentale e analitico che ha dell’ impressionante, la più dettagliata e più convincente) è il mio vecchio professore di Glottologia, il linguista Massimo Pittau, secondo il quale i ‘sardi’ come popolo sono nati dall’unione di due correnti entrambe provenienti, in tempi diversi, dalla Lidia: un primo flusso identificabile nei Thyrrenoi (Tursceni), e un secondo flusso identificabile negli Shardianoi (Shardana). Entrambi questi gruppi lidici erano ‘popoli del mare’, gli Shardana anche guerrieri al servizio di faraoni egiziani nel XIII secolo a.C.

Monsignor Dejana, che per anni ha condotto studi emeriti riguardo l’ origine del popolo sardo e i suoi rapporti con l’Egitto e il medioriente, conclude (erroneamente secondo me) che gli Shardana fossero proprio i ‘sardi nuragici’.

Tutti questi studiosi hanno trascurato una considerazione importante: le testimonianze di contatto di popolazioni lidiche con la regione Sardegna non vanno oltre il XV secolo a.C. La più antica datazione accettata per Sardis, la capitale della Lidia, non va oltre la fine del XIV secolo a.C. (alcuni sostengono 1320 a.C. circa), e i Thyrrenoi possono essere fatti risalire, nella loro migrazione in Sardegna, al massimo a 200 anni prima. Ma è ovvio che la Sardegna era abitata già prima da qualcuno; la civiltà prenuragica Abealzu-Filigosa è fatta risalire al IV millennio a.C., e a una data simile se non precedente è attribuita la civiltà di Ozieri. Inoltre è bene ricordare che alcuni dei più antichi nuraghi vengono fatti risalire a un periodo vicino al 1750 a.C., non compatibile con l’ avvento dei Thyrrenoi (nome che significa in effetti: costruttori di torri), che arrivarono in Sardegna nel XV secolo a.C. I Thyrrenoi devono dunque aver trovato almeno alcune di queste strutture già nell’isola, al limite possono successivamente averne costruite di simili. 

Altresì bisogna supporre che né i Thyrrenoi né gli Shardana conoscessero questo tipo di costruzione, e ciò si evince dal fatto che in Lidia, come in tutto il medioriente e il resto del globo, non ci sono costruzioni simili. Le uniche torri circolari paragonabili si trovano una a Cuzco (ove in effetti si tratta di una torre semicircolare) e una in Sudafrica.

In base a queste considerazioni bisogna ammettere che nessuno degli studiosi sopra citati ‘copre’ la reale storia del popolo sardo se non a partire dalla metà del II millennio.

Particolarmente nel caso dell’ipotesi avanzata da Leonardo Melis a riguardo di una discendenza sumera, c’ è un grosso gap temporale che egli non giustifica: la lingua sumera non veniva parlata dai lidi del XV secolo a.C., che avevano un alfabeto non cuneiforme e una lingua derivata da un miscuglio di accadico tardo e protocanaanita (simile all’ugaritico). Sostenere quindi, come fa lui, che gli Shardana abbiano portato radici linguistiche sumere in Sardegna è per lo meno azzardato, se non inverosimile.

Attenzione, i popoli mediorientali quali assiri e babilonesi anche nel I millennio utilizzavano sporadicamente termini sumeri, ma NON la lingua sumera. Usavano una lingua accadica (sotto forma di dialetto babilonese o assiro a seconda della zona) CONTENENTE termini sumeri di attinenza religiosa o scientifica (nomi di metalli, di pianeti, di divinità etc).

Con questo articolo dunque mi propongo di tracciare una ‘timeline’ della popolazione sarda, pregiandomi di fornire alcune indicazioni che finora non ho mai letto da studiosi sardi miei conterranei, né da ‘eminenti’ studiosi o docenti di storia. Tempo fa ne scrissi nel forum di Melis, ma purtroppo la discussione non ebbe seguito. 

Ebbene iniziamo. 
 
Le prime tracce di insediamenti Homo Sapiens in Sardegna risalgono a circa il 13000 a.C., periodo al quale sono attribuiti ritrovamenti avvenuti in grotte nei pressi di Oliena. Un salto temporale ci porta a numerosissime testimonianze di insediamenti stabili nel neolitico a partire dal 6000 a.C. circa, specialmente nelle regioni centrali pianeggianti. A questo periodo vengono fatte risalire numerose ceramiche intagliate, si suppone utilizzando conchiglie affilate. Questo tipo di lavorazione era molto diffusa nel bacino del mediterraneo, ma anche nella zona iberica e nel Libano.

A partire dal 4500 a.C. circa gli insediamenti si moltiplicano e prende inizio quella che viene chiamata civiltà Bonu-Ighinu, della quale perdiamo le tracce intorno al 3000 a.C. circa. Nel mentre sono già attive, a partire dal 3600 a.C. circa, le già citate civiltà di Ozieri e Filigosa, le quali hanno lasciato tutta una serie di reperti lavorati e ‘costruzioni elementari’ di notevole interesse. Erroneamente a questa civiltà viene fatto risalire l’ altare preistorico di Monte d’Accoddi nei pressi di Sassari. E’ invece verosimile che, nello stesso sito, a questa cultura appartenga la ‘prima fase’ del complesso abitativo/religioso, composta da abitazioni basse e da un monolito lavorato.

Nel III millennio le civiltà sarde erano già notevolmente sviluppate: conoscevano la tessitura, avevano una forma di culto basata sulla Dea Madre e su divinità associate ai fenomeni naturali, lavoravano la selce, l’ ossidiana, ed erano esperti intagliatori ed estrattori.

E’ dunque evidente che già prima della fine del III millennio a.C. in Sardegna c’ era un certo numero di abitanti organizzati in più civiltà, ma è a partire dai primi secoli del II millennio che abbiamo un ‘boom’ di cultura e di ‘abilità’ in Sardegna. E alcuni particolari, in questo periodo, riconducono al medioriente. Non però alla Lidia, ma a una regione ben più famosa: Babilonia.

Nei miei studi di sumerologia e civiltà mesopotamiche mi sono imbattuto in un testo babilonese molto controverso, chiamato dagli studiosi ‘Enuma Nabo Shamatu’ che narra la fuga del dio Nabo dopo una sconfitta subita in una non meglio identificata guerra in territorio a est di Sumer.

Il testo riporta che

"Nabo i sacri recinti abbandonò – nel deserto con gli uomini camminava, fino al mare, alle isole del grande mare a nord trovò rifugio e vi costruì un tempio, una casa per Amar-Ud". 

Amar-Ud è uno dei modi di scrivere il nome del dio babilonese Marduk, di cui Nabo era figlio. Se il territorio di guerra a est di Sumer viene identificato con la regione del Mar Morto, le uniche isole in un mare a nord di tale zona possono essere le isole greche, Malta, la Sicilia e la Sardegna.

Ma in nessuno di questi luoghi troviamo templi dedicati a Marduk….

Ad eccezione forse di uno: Monte d’Accoddi.

E’ un fatto innegabile che questo sito, una volta ricostruito a modellino, abbia lasciato sgomenti gli studiosi di storia e archeologia sarda: si sono trovati davanti una versione ridotta di una ziggurat mesopotamica.
 
Quella che viene definita dagli studiosi una ‘curiosa coincidenza’ è in realtà la chiave per capire come, a partire da circa il 1900 a.C., in Sardegna entrano prepotentemente radici e segni di cultura accadica e sumera. Ma la ricostruzione di Monte d’Accoddi non rivela somiglianze con ‘UNA’ qualsiasi ziggurat mesopotamica, bensì con una in particolare: l’Esagila di Babilonia, la ‘sacra casa di Marduk’. 

La mia ipotesi è che la guerra che si menziona nel testo sopra citato sia la stessa di cui si parla del poema Epica di Erra, una guerra che fu causa della distruzione di Sumer a cavallo del 2000 a.C., mossa da Ishum ed Erra ai danni, appunto, di Marduk e suo figlio Nabu con i loro seguaci.

A seguito di ciò, come si legge nell’Enuma Nabo Shamatu, Nabu si ‘esiliò’ (evidentemente con i suoi seguaci) in Sardegna e vi si stanziò portando quel grado di civilizzazione che la Mesopotamia aveva ormai da più di 1500 anni.

Questi migranti arrivati in Sardegna si stanziarono in varie zone dell’isola, e interagirono con le culture locali non sottomettendole ma mischiandovisi. E’ un dato di fatto che in Sardegna l’ età del bronzo antico si sviluppa proprio a cavallo del XIX secolo a.C., appena 100 anni dopo il periodo a cui attribuisco l’ esilio di Nabu in Sardegna, ed è in questo periodo che si hanno le prime testimonianze di uso del bronzo (civiltà di Bonnannaro), mentre in Mesopotamia l’ età del bronzo inizia all’incirca nel 2800 a.C. e giunge in Babilonia a cavallo del 2500 a.C.

Non è corretto invece asserire, come fanno molti, che in Sardegna l’ età del bronzo arrivò dalla cultura italica/appenninica, in quanto anche li il bronzo antico inizia a cavallo del 1800 a.C. ed è quindi contemporanea, e non precedente, a quello sardo. Tra i contributi che questo ceppo mesopotamico diede alla cultura dell’isola c’ è proprio Monte d’Accoddi, il cui nome secondo me deriva da ‘Akkad’. Infatti la struttura a tronco di cono con rampa è sicuramente successiva al 2000 a.C.

Giungiamo dunque al XVI secolo, periodo nel quale la popolazione autoctona ha integrato le colonie di origine babilonese accadica, e un secolo dopo si trova ad affrontare una invasione di navigatori provenienti dalla Lidia, quel popolo che i greci chiamavano Tyrsenói o Tyrrhenói. Erano, come detto, un popolo di navigatori, ma anche esperti lavoratori di metalli dato che tutte le popolazioni anatoliche lo erano (particolarmente quelle di discendenza ittita).

Questo gruppo lidico si stabilisce in Sardegna intorno al 1500 /1450 a.C. e trova nell’ isola una popolazione mista, pacifica, dedita prevalentemente all’ agricoltura e molto ferrata nelle costruzioni, con un vivo culto dei morti e una notevole arte edilizia e funeraria. I Thyrrenoi vi si integrano dando inizio a una tradizione costiera e marittima, ma non limitandosi solo alle zone costiere, anzi spingendosi anche all’ interno. La loro influenza linguistica però non è marcata nelle zone interne, dove vive ancora una spiccata componente accadica e sumera portata dai primi ‘coloni’.

Circa due secoli e mezzo dopo, un altro gruppo di navigatori, stavolta guerrieri e sempre provenienti dalla Lidia (precisamente da Sardis), si spinge fino alla Sardegna. Sono un popolo nominato anche negli annali faraonici egiziani, che ha prestato servizio per faraoni nella battaglia di Qadesh; un popolo chiamato Sardianói dai Greci, e Shrd dagli egiziani (che evidentemente li chiamavano con un nome derivante dall’appellativo greco). Questi furono l’ ultimo gruppo di navigatori provenienti dal medioriente che si stanziò nell’ isola, e fu questo popolo a dare alla regione il nome di "Sardò".

A cavallo del X secolo a.C. gli abitanti autoctoni, il ceppo di origine babilonese, e i due ceppi lidici, si erano amalgamati definitivamente costituendo quel gruppo di abitanti che ora siamo abituati a chiamare ‘sardi nuragici’, e che secoli più tardi si trovò a dover affrontare la minaccia fenicia e successivamente cartaginese. Fu proprio la componente Shardana a fermare i Fenici nel loro avanzare nel Mediterraneo. L’ ultimo insediamento degno di nota fu quello degli Etruschi, popolazione di origine lidica del primo ceppo dei Thyrrenoi stanziatisi nell’ Italia centrale appenninica e successivamente, da li, nell’isola.

Veniamo ora al ‘mistero’ della scrittura sarda. Intanto è bene sfatare il mito, nel caso ancora qualcuno ci credesse, secondo il quale i ‘nuragici’ inventarono una loro lingua e un loro alfabeto.

In terra sarda sono stati trovati reperti contenenti almeno 5 tipi di scrittura precedente a quella latina: geroglifici egiziani, scrittura minoica, scrittura fenicia, scrittura protocanaanita, e scrittura etrusca.

Dal punto di vista dei lessemi, molto del sardo deriva dall’etrusco, come ha abbondantemente dimostrato Massimo Pittau; ma vi si trovano anche innumerevoli radici accadiche e addirittura sumere, come evidenziato da Leonardo Melis.

Radici di evidente origine sumera sono DAM, DUMU, ITU, IKU, SER/SAR, -MU. 

Radici di origine accadica sono ETU, SUM/SAM, MERE/MARA, ATU.

Ma a parte le radici di parole sarde riconducibili ad altrettante di origine sumera e accadica, esistono intere parole, nella lingua sarda, che hanno mantenuto oltre a una omofonia anche un significato similare. Non però con il sumero, come sostiene Melis, ma appunto dall'accadico, compatibilmente con la cronologia di eventi vista più su.

E' il caso di termini come il sardo ABBA (acqua) e l'accadico ABUBU (diluvio, pioggia copiosa), il sardo ACCALAMAU (che ha perso vigore, esaurito, appassito) e l'accadico AKALU (consumare, irritare, far consumare), il sardo BABBU (padre) e l'accadico ABU (padre, avo), il cagliaritano CALLONI (testicoli) e l'accadico QALLU (genitali - sia maschili che femminili), il sardo MACCU (matto, stupido) e l'accadico MAKU/MEKU (negligente, stupido, non attento), e varie altre. Un lavoro dettagliato in merito é stato condotto dallo studioso Salvatore Dedola, al cui lavoro rimando.

La dominazione romana poi ha portato all’adozione dell’alfabeto latino, cancellando ogni traccia dei precedenti alfabeti mediorientali, e ‘latinizzando’ completamente i termini (nonostante molte delle radici di cui sopra ancora sopravvivono).

La successiva dominazione spagnola tra il 1300 e il 1500 ha prodotto quella lingua, o meglio, quel gruppo di lingue, attualmente parlate in Sardegna. 

https://t.me/ningishz

mercoledì 28 agosto 2013

La bollatura degli "studiosi": "I MITI"

  

PROLOGO DELLA GENESI
  
L'Antico Testamento ha riempito la mia vita fin da bambino. Si può dire che i primi semi di questo libro siano stati piantati quasi cinquant'anni fa: a quel tempo non sapevo assolutamente nulla delle polemiche sulle incompatibilità tra Bibbia e teoria dell'evoluzione, ma, da giovane studente quale ero, studiando la Genesi nell'originale ebraico, cominciai a pormi delle domande per conto mio. Un giorno, per esempio, leggemmo nel capitolo VI che, quando Dio decise di distruggere l'umanità con il Diluvio universale, sulla Terra si trovavano "i figli delle divinità", che avevano sposato le figlie degli uomini.

L'originale ebraico li chiamava Nefilim e l'insegnante ci spiegò che significava "giganti"; ma io obiettai: non significava letteralmente "Coloro che sono stati gettati giù", che sono discesi sulla Terra? Venni subito rimproverato, e mi fu intimato di attenermi all'interpretazione tradizionale.

Negli anni seguenti, dopo che ebbi imparato le lingue, la storia e l'archeologia dell'antica regione corrispondente all'odierno Medio Oriente, i Nefilim divennero un'ossessione. I ritrovamenti archeologici e l'interpretazione di testi e racconti epici di popoli quali Sumeri, Babilonesi, Assiri, Ittiti, Cananei
confermavano sempre più l'assoluta precisione dei riferimenti biblici a regni, città, condottieri, luoghi, templi, strade commerciali, prodotti artigianali, oggetti e usanze di quelle genti.

E dunque, perché non accettare nel suo preciso significato letterale la parola con cui quegli stessi testi biblici chiamavano i Nefilim, e cioè visitatori della Terra provenienti dai cieli? L'Antico Testamento ripeteva in più punti: «Il trono di Yahweh è nel cielo» - «dal cielo il Signore contemplò la Terra». Il Nuovo Testamento invocava «Padre nostro, che sei nei cieli».

Ma la credibilità della Bibbia fu scossa dall'avvento della teoria evoluzionistica, che venne subito universalmente accolta. Se dunque l'uomo era frutto di un processo evolutivo, allora, evidentemente, non poteva essere stato creato in un solo istante da una divinità che, premeditatamente, avesse detto: «Facciamo Adamo a nostra immagine e somiglianza».

Tutti i popoli antichi credevano in dèi che erano scesi sulla Terra e che, quando volevano, potevano tornare in cielo; ma a tutti questi racconti non era stata mai data alcuna credibilità, poiché fin dall'inizio gli studiosi li avevano bollati come "miti".

Le testimonianze scritte dell'antico Medio Oriente, tra le quali figura un gran numero di testi astronomici, parlano chiaramente di un pianeta dal quale questi astronauti o "dèi" erano arrivati sulla Terra. Tuttavia, quando gli studiosi, negli anni '20, decifrarono e tradussero gli antichi elenchi dei corpi celesti, i nostri astronomi non conoscevano ancora l'esistenza di Plutone (che venne localizzato solo nel 1930).

Come si poteva pretendere, allora, che accettassero l'evidenza di un ulteriore membro del nostro sistema solare? Ora, però, che anche noi, come gli antichi, sappiamo che esistono dei pianeti oltre Saturno, perché non credere alle antiche testimonianze che ci parlano dell'esistenza del Dodicesimo Pianeta? Ora che degli astronauti sono scesi sulla Luna, e che delle navicelle spaziali sono state inviate a esplorare altri pianeti, non è più impossibile credere che, in un passato imprecisato, una civiltà sorta su un altro pianeta più avanzato del nostro sia stata in grado di mandare attraverso lo spazio degli esploratori sul pianeta Terra.

In verità, alcuni scrittori popolari hanno già avanzato l'ipotesi che certe costruzioni dell'antichità, come le piramidi o le gigantesche sculture in pietra, possano essere opera di genti progredite provenienti da un altro pianeta: sembra infatti alquanto difficile credere che un uomo certamente primitivo potesse disporre delle necessarie conoscenze tecnologiche. Inoltre, per fare un altro esempio, come è possibile che la civiltà dei Sumeri sembri nata improvvisamente dal niente, quasi 6.000 anni fa, senza un precursore, un antecedente?

Alcuni autori si sono già posti questi problemi, ma poiché di solito non ci dicono quando, come e soprattutto da dove questi antichi astronauti sarebbero venuti, le loro domande, per quanto interessanti, rimangono speculazioni senza risposta.

Mi ci sono voluti trent'anni di ricerche, in cui sono più volte tornato a esaminare le fonti antiche, cercando di accettarle letteralmente, per ciò che davvero esse dicevano, prima di riuscire a ricreare nella mia mente una ricostruzione cronologica continua e plausibile degli eventi preistorici. Il Pianeta degli Dèi, dunque, cerca di fornire al lettore una narrazione che dia delle risposte a domande specifiche (quando, come, perché e da dove). 
Le prove alle quali farò riferimento sono in primo luogo gli antichi testi e raffigurazioni artistiche. Ne Il Pianeta degli Dèi ho cercato di decifrare una sofisticata cosmogonia che spiega, forse proprio come fanno le moderne teorie scientifiche, in che modo il sistema solare si sia formato, un pianeta "invasore" sia rimasto intrappolato nell'orbita solare e come si sia arrivati alla formazione della Terra e di altre parti del sistema solare.

La documentazione che presento ai lettori comprende mappe della sfera celeste che illustrano il viaggio nello spazio da quel Pianeta, il Dodicesimo, verso la Terra. Subito dopo spiegherò come i Nefilim abbiano fondato i loro primi insediamenti sulla Terra; darò un nome ai loro capi e descriverò i loro rapporti, gli amori, le gelosie, le lotte e i risultati che essi conseguirono; illustrerò infine la natura della loro "immortalità".

Più di ogni altra cosa, però, Il Pianeta degli Dèi intende spiegare i grandiosi eventi che portarono alla creazione dell'uomo e i metodi estremamente progrediti con i quali tale impresa fu compiuta. Il testo tratterà inoltre degli stretti rapporti tra l'uomo e i suoi "signori" e cercherà di gettare nuova luce sul significato di concetti come il giardino dell'Eden, la torre di Babele, il Diluvio universale. Infine, illustrerà come l'uomo, mettendo a frutto i doni biologici e materiali che gli avevano dato i suoi stessi creatori, finì per costringere i suoi dèi a restare per sempre fuori dalla Terra.

Questo libro insinua l'idea che non siamo soli nel nostro sistema solare. Eppure esso può accrescere, anziché affievolire, la fede nell'esistenza di un'entità assoluta e onnipotente: perché, se furono davvero i Nefilim a creare l'uomo sulla Terra, nel far questo non poterono che adempiere a un più ampio progetto universale.
Z. SITCHIN

New York, febbraio 1977

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domenica 8 luglio 2012

Da Babilonia a Cueva de los Tayos

Padre Carlo Crespi, il vero scopritore del tesoro della Cueva de los Tayos (+ Video)


Padre Carlo Crespi, el verdadero descubridor del tesoro de la Cueva de los Tayos (+ Video)
Nella regione amazzonica ecuadoriana chiamata Morona Santiago esiste una caverna molto profonda, detta in spagnolo Cueva de los Tayos.

La caverna, che si trova ad un’altezza di 800 metri sul livello del mare, viene denominata Tayos, dal nome di caratteristici uccelli quasi ciechi che vivono nelle sue profondità. Gli indigeni Shuar o Jibaros (che avevano l’usanza di rimpicciolire il cranio dei nemici uccisi in battaglia), che vivono nelle vicinanze della grotta, usavano cibarsi di detti volatili. 
La più antica notizia della caverna risale al 1860 quando il generale Victor Proano inviò una breve descrizione della grotta al Presidente dell’Ecuador di allora, Garcia Moreno. 

Solo nel 1969 però, un ricercatore ungherese naturalizzato argentino, di nome Juan Moricz, esplorò a fondo la caverna, trovando molte lamine d’oro che riportavano delle incisioni arcaiche simili a geroglifici, statue antiche di stile mediorientale, e altri numerosi oggetti d’oro, argento e bronzo: scettri, elmi, dischi, placche.

Il ricercatore ungherese fece anche uno strano tentativo di ufficializzare la sua scoperta, registrando i suoi ritrovamenti nell’ufficio di un notaio di Guayaquil, il giorno 21 luglio 1969, ma le sue richieste non furono accolte. 
Nel 1972 lo scrittore svedese Erik Von Daniken diffuse nel mondo il ritrovamento del ricercatore ungherese.
Quando la notizia dello strano ritrovamento di Moricz si sparse nel mondo, molti studiosi ed esoteristi decisero di esplorare la caverna con spedizioni private. 

Una delle prime e più ardite spedizioni fu quella condotta nel 1976 dal ricercatore scozzese Stanley Hall alla quale partecipò l’astronauta statunitense Neil Armstrong, il primo uomo che mise piede nella Luna, il 21 luglio 1969
.
Si narra che l’astronauta riferì che i tre giorni nei quali rimase all’interno della grotta furono ancora più significativi del suo leggendario viaggio sulla Luna.
All’impresa prese parte lo speleologo argentino Julio Goyen Aguado, amico intimo di Juan Moricz, dal quale aveva avuto delle precise indicazioni sull’esatta localizzazione delle placche e lamine d’oro intagliate.
Sembra che Goyen Aguado, su indicazione di Moricz, che non partecipò alla spedizione, abbia depistato Stanley Hall, senza permettere agli anglosassoni di appropriarsi degli antichi reperti d’oro.

 



Altre versioni della storia indicano invece che gli anglosassoni razziarono parte del tesoro, trasportandolo illegalmente al di fuori dell’Ecuador.
Secondo altri ricercatori il vero scopritore degli immani tesori archeologici della Cueva de los Tayos non fu l’ungherese Moricz, ma bensì il prete salesiano Carlo Crespi (1891-1982), nativo di Milano.
Crespi avrebbe indicato a Moricz come entrare nella caverna e come trovare la giusta via nel labirinto senza fondo situato nelle sue profondità.
Carlo Crespi, che giunse nella selva amazzonica ecuadoriana nel lontano 1927, seppe conquistarsi nel tempo la fiducia degli autoctoni Jibaro, e si fece consegnare, nel corso di decenni, centinaia di favolosi pezzi archeologici risalenti ad un epoca sconosciuta, molti di essi d’oro o laminati d’oro, spesso intagliati magistralmente con arcaici geroglifici che, a tutt’oggi, nessuno ha saputo decifrare. 

A partire dal 1960 Crespi ottenne dal Vaticano l’autorizzazione ad aprire un museo nella città di Cuenca, dove era ubicata la sua missione salesiana. Nel 1962 ci fu un incendio, e alcuni reperti furono perduti per sempre.

Crespi era convinto che le lamine e le placche d’oro da lui trovate e studiate, indicassero senza ombra di dubbio che il mondo antico medio-orientale antecedente al diluvio universale fosse in contatto con le civiltà che si erano sviluppate nel Nuovo Mondo, che erano già presenti in America a partire da sessanta millenni fa (vedi mia 
intervista all’archeologa Niede Guidon).

Secondo Padre Crespi, gli arcaici segni geroglifici che erano stati incisi o forse pressati con degli stampi, non erano altro che la lingua madre dell’umanità, l’idioma che si parlava prima del diluvio (vedi mio articolo sul nostratico).
Le conclusioni di Carlo Crespi erano stranamente simili ad altri ricercatori dello stesso periodo, come l’esoterico peruviano Daniel Ruzo (studioso di Marcahuasi), il medium statunitense G.H.Williamson, l’archeologo italiano Costantino Cattoi, o il ricercatore italo-brasiliano Gabriele D’Annunzio Baraldi (che documentò a fondo la Pedra do Ingá). 
Verso la fine degli anni 70’ del secolo scorso Gabriele D’Annunzio Baraldi visitò a lungo Cuenca, dove conobbe sia Carlo Crespi che Juan Moricz.

In quell’occasione Carlo Crespi confidò all’italo-brasiliano che la Cueva de los Tayos era senza fondo e che le migliaia di diramazioni sotterranee non erano naturali, ma bensì costruite dall’uomo nel passato. 
Secondo Crespi la maggioranza dei reperti che gli indigeni gli consegnavano provenivano da una grande piramide sotterranea, situata in una località segreta. Il religioso italiano confessò poi a Baraldi che, per timore di futuri saccheggi, ordinò agli indigeni di coprire interamente di terra detta piramide, in modo che nessuno potesse mai più trovarla. 









Secondo Baraldi gli arcaici geroglifici incisi nelle lamine d’oro della Cueva de los Tayos, richiamavano all’antico alfabeto degli Ittiti, che secondo lui avevano viaggiato e parzialmente colonizzato il Sud America diciotto secoli prima di Cristo. Baraldi notò che in molte placche e lamine d’oro erano ricorrenti vari segni: il sole, la piramide, il serpente, l’elefante.
In particolare la placca dove venne incisa una piramide con un sole nella sua sommità venne interpretata da Baraldi come una gigantesca eruzione vulcanica che avvenne in epoche remote.

Quando Carlo Crespi morì, nell'aprile del 1982, la sua fantasmagorica collezione d’arte antidiluviana fu sigillata per sempre, e nessuno poté mai più ammirarla. Vi sono molte voci sulla sorte dei preziosissimi reperti raccolti pazientemente durante lunghi decenni dal religioso milanese.
Secondo alcuni furono semplicemente inviati in segreto a Roma, e giacerebbero ancora adesso in qualche cavó del Vaticano.

Altre fonti proverebbero che il Banco Centrale dell’Ecuador abbia acquisito, per la somma di 10.667.210 $, circa 5000 pezzi archeologici in oro e argento. Il responsabile del museo del Banco Centrale dell’Ecuador, però, Ernesto Davila Trujillo, smentì categoricamente che l’entità di Stato acquisì la collezione privata di Padre Crespi. 

A prescindere dalla localizzazione fisica attuale dei reperti archeologici di Padre Crespi, restano le fotografie e le numerose testimonianze di molti studiosi a prova della loro veridicità.

Sembra quasi che qualcuno abbia voluto occultare i fantastici pezzi archeologici collezionati e studiati dal religioso milanese. Perché?
Sicuramente la prova che popoli antidiluviani, e altri successivi al diluvio, ma prettamente medio-orentali, abbiano visitato il bacino del Rio delle Amazzoni in tempi così remoti e vi abbiano lasciato una tale quantità di meravigliosi reperti, è una verità che potrebbe essere scomoda. Molti storici convenzionali hanno descritto Padre Crespi come un impostore o semplicemente un visionario, che ha mostrato come autentiche delle lamine d’oro che erano semplicemente dei falsi o delle copie di altre creazioni artistiche medio-orientali. 

La mia opinione sugli immani tesori della Cueva de los Tayos è che sono autentici e provengono dal Medio-Oriente.
Bisogna però distinguere tra alcuni reperti dove sono stati intagliati degli apparenti geroglifici e altri che sono rappresentazioni d’arte Sumera, Assira, Egizia, Ittita. 

Sono convinto che prima del diluvio i popoli che vivevano nella terraferma corrispondente all’attuale piattaforma continentale del continente africano (poi sommersa), avessero frequenti scambi con i popoli che, già da sessanta millenni prima di Cristo, vivevano nell’attuale Brasile. 
La Pedra do Ingá, studiata a fondo dal ricercatore Baraldi, e da me descritta nel gennaio del 2010, testimonia che popoli antichissimi rappresentarono un evento per loro importantissimo (forse il diluvio universale?), utilizzando un arcaico metodo di scrittura (una forma di nostratico?), dopo essere giunti nell’odierno Brasile in seguito ad un evento fortuito. 


E’ utile ricordare inoltre, anche l’arcaico alfabeto inciso nella statuetta (che proveniva dall’interno del Brasile), di basalto nero che fu donata all’esploratore Percy Fawcett dallo scrittore Rider Haggard. Detto alfabeto è molto simile ai segni incisi nelle lamine d’oro della Cueva de los Tayos.

In questo senso si possono individuare e descrivere alcune iscrizioni arcaiche dei reperti trovati nella Cueva de los Tayos come facenti parte dell’idioma nostratico. 

 

Per quanto riguarda invece altri reperti, di chiara derivazione medio-orientale post-diluviana, ritengo opportuno considerarli come resti di varie spedizioni occasionali che furono attuate a partire dal terzo millennio prima di Cristo dai Sumeri e in seguito da Egizi, Fenici e Cartaginesi.

Queste mie conclusioni non sono solo supportate dal fatto che resti di foglia di coca furono travati nelle mummie egizie, ma soprattutto dai recenti ritrovamenti nell’altopiano andino come la Fuente Magna e il monolito di Pokotia

Resta il mistero del perché tutto quell’immane tesoro sia stato ammassato nella Cueva de los Tayos e nei labirinti che si trovano nelle sue profondità. 
A mio parere è possibile che limitati gruppi di discendenti di anti-diluviani, sopravvissuti all’enorme catastrofe, una volta sbarcati in Sud America, abbiano voluto salvare le loro preziosissime reliquie, nascondendole in seguito in una grotta ritenuta da loro sicura. 



Per quanto riguarda invece i popoli medio-orientali post-diluviani, mi riferisco in particolare ai Sumeri, Egizi, Fenici e Cartaginesi, è possibile che ogni gruppo viaggiasse con particolari insegne della loro stirpe e della loro origine, che nel corso dei secoli si persero nelle Ande (come il caso della Fuente Magna). In seguito gli antenati degli indigeni Suhar ammassarono dette reliquie nella Cueva de los Tayos ritenendoli oggetti sacri che dovevano per forza essere raccolti in un luogo ritenuto magico dalla loro tradizione.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

E’ possibile riprodurre questo articolo indicando chiaramente il nome dell’autore e linkando la fonte www.yurileveratto.com

Si ringrazia il ricercatore Claudio Cacchi per l'invio di materiale relazionato all'argomento.

NB: il video è tratto dal sito personale di Stanley Hall.
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