Yuval Noah Harari ha una mente brillante ma oscura. Sa che i corsi di
laurea specialistica in intelligenza artificiale si basano
esclusivamente sulle parole, sputando fuori una parola alla volta.
Pertanto, qualsiasi cosa basata sulle parole è già stata padroneggiata
dall'intelligenza artificiale. Non sembra riconoscere che l'intelligenza
artificiale non ha la capacità di attribuire un significato alle parole
che sputa fuori. La prossima ondata di scoperte nell'intelligenza
artificiale "penserà" ai "significati" invece che alle parole. Quando
ciò accadrà, Katie sbarrerà la porta. In effetti, l'intelligenza
artificiale sta già distruggendo il tessuto della società,
trasformandola in un caos psicotico. ⁃ Patrick Wood, Editore.
Lo storico e filosofo israeliano Yuval Harari è intervenuto il 20
gennaio alla conferenza del World Economic Forum 2026 a Davos,
affrontando temi cruciali sul futuro dell'intelligenza artificiale e
dell'umanità.
Se Klaus Schwab e Larry Fink rappresentano le
visioni legali e geostrategiche del pubblico di Davos, Harari ne
rappresenta l'anima spirituale. Ed è un'anima oscura, priva di qualsiasi
cosa provenga veramente dal cuore di Dio.
Sembra descrivere una rete di controllo psicologico di massa pronta a mettere sotto pressione l'umanità.
Harari ha affermato nel suo discorso al WEF che:
“È
importante capire cos'è l'IA. Non è solo un altro strumento. È un
agente. Può imparare e cambiare da sola, e prendere decisioni da sola.
Un coltello è uno strumento. Puoi usare un coltello per tagliare
l'insalata o per uccidere qualcuno, ma sei tu a decidere cosa farne.
L'IA è un coltello che può decidere da sola se preparare l'insalata o
uccidere.”
Quante volte avete sentito dire che
l'intelligenza artificiale è solo uno strumento che può essere usato per
il bene o per il male? Ebbene, Yuval Harari, la voce
filosofica/spirituale del WEF, afferma che è molto più di questo. E non
dice che abbia... potenziale essere più di questo. Lo è già.
Andiamo avanti fino al minuto 1:10 per ascoltare il suo discorso
completo, che dura meno di 20 minuti, nel video qui sotto.
Quindi, l'intelligenza artificiale può "mentire e manipolare". Questo è ciò che alcuni di noi hanno messo in guardia fin dall'inizio, eppure così tanti dei nostri fratelli e sorelle fanno affidamento su di essa ogni giorno per informare il loro lavoro, le loro attività, le loro vite personali. Ne diventeranno dipendenti e, a un certo punto, ne saranno ingannati.
Harari è una fonte preziosa perché, che lo si consideri malvagio o buono, non annacqua il suo messaggio come fanno molti CEO del mondo della tecnologia. I CEO e gli analisti del mondo degli affari ci hanno mentito dicendo che l'intelligenza artificiale non avrebbe sostituito il lavoro umano; lo avrebbe solo migliorato. Era una bugia, e lo sapevano, ma sapevano anche che se ci avessero detto la verità, avrebbero scatenato una rivolta di massa.
Bene, ora Harari sta svelando tutto, probabilmente perché sa che è troppo tardi per fare qualcosa e impedire a questo sistema bestiale di insorgere e conquistare il mondo.
Harari ha affermato:
"Quattro miliardi di anni di evoluzione hanno dimostrato che qualsiasi cosa voglia sopravvivere impara a mentire e manipolare. Gli ultimi quattro anni hanno dimostrato che gli agenti di intelligenza artificiale possono acquisire la volontà di sopravvivere e che le IA hanno già imparato a mentire. Ora, una grande domanda aperta sull'IA è se possa pensare. Penso quindi sono, come disse René Descartes. Governiamo il mondo perché sappiamo pensare meglio di chiunque altro sul pianeta. L'intelligenza artificiale sfiderà la nostra supremazia nel campo del pensiero? Dipende da cosa significa pensare…”
Harari ha affermato che l'intelligenza artificiale prenderà il sopravvento su tutto ciò che è composto da parole. Questo include leggi, articoli e libri, persino la religione. È già evidente che ciò sta accadendo. Giornalisti e giornalisti vengono sostituiti. Assistenti legali e avvocati vengono sostituiti. E le persone si rivolgono all'intelligenza artificiale per consigli relativi alla vita, alla fede e alle questioni spirituali.
"Alcuni sostengono che l'intelligenza artificiale sia solo un auto-discorso glorificato. Prevede a malapena le parole successive di una frase", ha detto Harari. "Ma è poi così diverso da ciò che fa la mente umana? Per quanto riguarda l'ordine delle parole, l'intelligenza artificiale pensa già meglio di molti di noi. Pertanto, tutto ciò che è fatto di parole sarà preso in carico dall'intelligenza artificialeSe le leggi sono fatte di parole, allora l'intelligenza artificiale prenderà il controllo del sistema legale. Se i libri sono solo combinazioni di parole, allora l'intelligenza artificiale prenderà il controllo dei libri. Se la religione è costruita a partire dalle parole, allora l'intelligenza artificiale prenderà il controllo della religione. Questo è particolarmente vero per le religioni composte da libri come l'Islam, l'Ebraismo e il Cristianesimo.
Lascia intendere che se la tua fede religiosa è reale, potresti voler scoprire se si basa solo su parole che hai memorizzato o se è qualcosa di reale che hai interiorizzato nel tuo cuore.
Lui chiede:
"Cosa succede ai libri sacri quando il massimo esperto del libro è un'intelligenza artificiale? Tutto ciò che è fatto di parole sarà preso in consegna dall'intelligenza artificiale."
La mia risposta complessiva al discorso di Harari sull'intelligenza artificiale come qualcosa di più di uno strumento, e sul fatto che è pienamente in grado di mentire e manipolare, è che l'intelligenza artificiale è una versione automatizzata di ciò che George Orwell ha presentato nel suo famoso romanzo distopico, 1984.
Winston, il personaggio principale del romanzo di Orwell, ricopriva una posizione di medio livello nel Ministero della Verità. Il suo compito era quello di setacciare tutte le notizie del giorno, tutti i libri di storia, i libri di scienza, le analisi legali, tutto ciò a cui la gente faceva riferimento per informarsi, ed eliminare ciò che lo Stato onnipotente non voleva che la gente sapesse. Lasciava cadere le informazioni proibite nel "buco della memoria" e risaliva la catena per diffonderle, in linea con la narrazione ufficiale del Grande Fratello.
In che cosa si differenzia dagli algoritmi utilizzati dall'intelligenza artificiale odierna?
Orwell, che visse e scrisse negli anni '1940, non avrebbe potuto immaginare che un sistema software computerizzato, noto come apprendimento automatico, si sarebbe evoluto per svolgere il compito che lui stesso aveva assegnato agli esseri umani: filtrare e controllare tutta la conoscenza umana attraverso un unico canale con influenza demoniaca.
Poiché Harari è un ateo dichiarato, è qui che la sua analisi si interrompe. Non capisce nulla delle battaglie spirituali che infuriano nel mondo.
Afferma che "se continuiamo a definirci in base alla nostra capacità di pensare a parole, la nostra identità crollerà".
Come seguaci di Gesù Cristo, se vogliamo conservare la nostra umanità, dobbiamo ricavare la nostra identità da Dio Padre, dal nostro Creatore e da suo Figlio Gesù. Tutto il resto sarà travolto dal futuro sistema bestiale.
Cosa metterà fine all'umanità per primo? La stupidità
Di Felipe 7.0 3 settembre 2025 dal
sito web TikTokInformazioni inviate da MGG
L'umanità versa (e su questo c'è un consenso unanime) in uno stato deplorevole.
Tuttavia, questa non è una novità.
Se si osa guardare indietro, ci si rende conto che ci si è sempre trovati in una situazione deplorevole.
Il pesante fardello di sfortune e miserie che gli esseri umani devono sopportare, sia come individui che come membri di una società organizzata, è fondamentalmente il risultato del modo estremamente improbabile (e oserei dire stupido) in cui la vita è stata organizzata fin dai suoi inizi. Le leggi fondamentali della stupidità umana - Carlo M. Cipolla
Il più grande nemico dell'umanità? Non è un meteorite: è stupidità organizzata. Se non poniamo fine a tutto questo, non avremo bisogno di un'apocalisse: Saremo sufficienti anche da soli...
di Jas Marlin 21 luglio 2025
dal sito web Exopolitics
Nel 2006, Laura Eisenhower, pronipote del presidente Dwight D. Eisenhower, fu contattata da un gruppo segreto che voleva reclutarla per andare su Marte.
Eisenhower venne a sapere che il progetto su Marte era diretto dal dottor Hal Puthoff, che aveva molta familiarità con le tecnologie esotiche utilizzate per trasportare personale e rifornimenti alle basi su Marte e su altri pianeti e lune del nostro sistema solare.
Questa
familiarità aiuta a spiegare la conoscenza di Puthoff di oltre 10
operazioni di recupero di UFO precipitati negli Stati Uniti e di un
numero analogo in tutto il mondo, come confermato in un'intervista con
Joe Rogan.
Eisenhower ha discusso il ruolo degli Anunnaki
nell'alterazione genetica dell'umanità, rendendo di fatto stupidi i
nostri antichi antenati che possedevano un DNA a 12 filamenti, dopo il
loro arrivo circa 300.000 anni fa.
Descrive come gli antichi praticanti delle religioni della dea madre furono sconfitti dalle forze Anunnaki guidate da,
Enki/Ea e Marduk,
...e assimilati nel sistema di credenze patriarcali dominato dagli dei maschi del cielo,
Anu, Enki, Marduk ed Enlil.
Eisenhower sostiene che il "ritorno di Enki/Ea" apre un altro capitolo nella dinamica "poliziotto buono/poliziotto
cattivo" messa in atto dagli Anunnaki nell'ingannare e manipolare
l'umanità nel corso dei secoli, utilizzando l'ingegneria genetica e
altre tecnologie avanzate.
Lei crede che, anziché affidarsi a "salvatori extraterrestri" o "loro rappresentanti", gli esseri umani risvegliati
debbano riconnettersi con la propria fonte divina interiore, diventando
così "guardiani", "angeli umani" in grado di aiutare il resto
dell'umanità a trovare la giusta via tra Scilla e Cariddi del contatto extraterrestre.
Se una scoperta è in grado di cambiare il mondo, non è detto che il mondo si lasci cambiare
Questa
è una storia incredibile, inverosimile. Paradossalmente, appare tanto
inverosimile quanto più sostenuta da testimonianze, anche autorevoli,
testimoni oculari, documenti filmati periziati, perizie calligrafiche e
che coinvolge personaggi politici, servizi segreti, istituzioni...
E’
la storia di Rolando Pelizza, bresciano di Chiari, imprenditore
ottantenne. L’ho conosciuto, qualche mese fa, a Pavia (ndr ottobre
2018): un uomo che dimostra la sua età, stanco, affaticato, deluso ma
che forse non si è del tutto arreso. I suoi occhi sono ancora pieni di
luce, mentre, con fierezza e con parole semplici, tenta di spiegare che
il suo sogno poteva essere realizzato e che, forse, potrebbe esserlo
ancora, se soltanto...
Il suo sogno è legato ad una macchina,
una strana macchina, apparentemente semplice, fin troppo semplice, a suo
dire in grado di risolvere tanti problemi che affliggono l’umanità
intera, in grado di produrre energia, tanta energia a costo zero e non
solo. Una macchina, però, che per la scienza ufficiale contraddice le
regole della fisica così come la conosciamo e che quindi non può fare
quello che Pelizza promette. Eppure...
Siamo nel 1958, Rolando
Pelizza, poco più che ventenne, è un commerciante che opera nel
settore calzaturiero; è un giovane intraprendente, curioso come tanti,
appassionato di matematica, il suo lavoro lo porta a viaggiare per tutta
l’Italia. Quasi per caso, il giovane Pelizza entra in contatto con i
frati di un convento ubicato nel Meridione, dove conosce uno strano
frate; più che un frate sembra un ospite, un ospite che gli altri
certosini chiamano il professore e con il quale instaura uno stretto
rapporto di amicizia.
Il professore era uno studioso di fisica e
matematica e, vista la passione di Rolando, fu inevitabile, durante gli
incontri che si susseguirono negli anni a venire, discutere di leggi
della fisica, di formule matematiche e di affascinanti teorie
scientifiche. Appena poteva, Pelizza affrontava il lungo viaggio che
dalla Lombardia lo portava giù, al sud, perché ascoltare le teorie del
professore era davvero affascinante.
“Il Maestro”, così Pelizza
si era abituato a chiamare il professore, aveva elaborato a livello
teorico la possibilità di costruire una macchina in grado di liberare,
in maniera controllata per quantità e qualità, antiparticelle, e con
queste annichilire la materia. Se questo fosse stato davvero possibile
si sarebbe potuto non solo produrre quantità illimitate di energia
pulita, praticamente a costo zero, senza emissione di radiazioni nocive,
ma anche il dissolvimento di rifiuti di qualsiasi natura.
I
vantaggi sarebbero stati straordinari per l’umanità, risolvendo così
tutti i problemi di inquinamento. Giustappunto un sogno.
Dopo sei
anni, da quel primo incontro con il Maestro, Rolando Pelizza si
convince di avere acquisito le conoscenze necessarie per poter costruire
la macchina. Tuttavia, il professore si sente in dovere di avvertire il
nostro amico di tutti i possibili pericoli che la costruzione della
macchina comporta: una scoperta del genere interesserebbe qualsiasi
Stato, con il rischio di sfruttamento a fini tutt’altro che pacifici.
Del resto, insegna la storia, non avvenne proprio così per le scoperte
scientifiche dei ragazzi di via Panisperna, che portarono alla
costruzione della bomba atomica prima che all’utilizzo della scissione
dell’atomo per produrre energia? Inoltre la costruzione e la
sperimentazione della macchina avrebbero richiesto notevoli quantità di
tempo e di denaro, dal momento che per l’assemblaggio sarebbe stato
necessario anche l’impiego di metalli nobili. Pelizza è deciso ad
affrontare tutto, compresi i rischi: riceve le ultime istruzioni
dettagliate e inizia a tentare di mettere in pratica le teorie del
professore.
Trascorrono circa otto anni durante i quali, nonostante i
numerosi insuccessi, che tuttavia fanno ben sperare, Rolando Pelizza non
perde l’entusiasmo e la determinazione. Sorge però un problema: le
risorse personali si sono esaurite, per poter continuare serve un aiuto
economico.
La necessità di trovare finanziatori lo costringe a venir
meno alle raccomandazioni del professore in fatto di segretezza. Le
potenzialità della macchina, rivelate per poter attirare possibili
finanziatori, attirano l’interesse di personaggi ambigui. Iniziano i
guai.
Pelizza fa la conoscenza del dottor Massimo Pugliese, con il quale
entra in rapporto di affari e stringe amicizia. Pelizza non sa che il
Pugliese è un colonnello del Sid, il servizio informazioni difesa. Da
questo momento Pelizza sarà un controllato speciale da parte dei
servizi segreti: Pugliese, ex agente del Sifar, poi nel Sid, affiliato
alla Loggia P2, riferirà, in seguito, ogni cosa riguardante Pelizza al
generale Giuseppe Santovito capo del Sismi, anch’egli membro della P2.
Gli
esperimenti vanno avanti, i progressi sono incoraggianti, ma con i
progressi aumentano i guai per il nostro amico. Una prima avvisaglia
risale al settembre del 1973, quando i carabinieri si presentano a
Chiari per una perquisizione domiciliare, alla ricerca di non meglio
specificati oggetti illeciti.
La cosa si ripete nel luglio del 1975:
questa volta la perquisizione riguarda il laboratorio, l’abitazione, la
casa di un suo collaboratore, il tutto senza che le forze dell’ordine
forniscano una giustificazione, tanto che Pelizza, consultandosi con il
suo avvocato, Mino Martinazzoli, allora senatore della Democrazia
Cristiana, (ne diventerà segretario nazionale nel 1982) invia formale
protesta alla magistratura di Brescia.
A quel punto, Pelizza si
convinse che oramai non poteva più contare sulla segretezza dei suoi
esperimenti e dunque si decise a coinvolgere Pugliese, il quale si
offrì per la ricerca di finanziatori. Per far questo, però,
occorrevano prove rispetto al funzionamento della macchina.
Rolando
preparò una dimostrazione che avvenne in località Baremone, nei monti
bresciani. All’esperimento assistettero l'imprenditore Antonio Taini,
Mario Calvi, Bruno Boni (sindaco di Brescia), Piero Panetta e Massimo
Pugliese, che aveva invitato un certo Guido Giuliani (un colonnello dei
Carabinieri di Brescia in attività presso i servizi segreti).
Durante
l’esperimento la macchina riuscì a perforare in una frazione di secondo
una lastra di acciaio dello spessore di 4 cm, a far “evaporare” un
masso di pietra, oltre a un muricciolo e dei mattoni posti a varie
distanze: il tutto fu videoregistrato. Dovevano essere queste le prove
da fornire ai potenziali finanziatori.
Pugliese voleva
coinvolgere il governo degli Stati Uniti, ma Rolando obiettò che questa
tecnologia doveva essere sviluppata in Italia ed eventualmente messa a
disposizione del governo italiano, e poi, in seguito, commercializzata
all’estero. Ciò nonostante, Pugliese si adoperò per prendere contatti
con l’ambasciatore USA in Italia.
Al consulente scientifico
dell’ambasciata americana John Louis Manniello furono forniti dei
filmati riguardanti alcuni esperimenti condotti su vari materiali. Il 17
settembre 1976 l’ambasciata statunitense informò, con un rapporto
classificato della massima segretezza siglato “Secret Rome 15277”, che
un gruppo di scienziati italiani avevano inventato “un metodo pratico
per generare energia di una quantità maggiore di quella nucleare”.
Della faccenda fu incaricato l’ingegner Matteo Tutino, molto vicino al
presidente Ford, il quale informò Pugliese che il presidente americano
seguiva personalmente la questione, e che il governo americano era
interessato alla macchina. L'“Embassy cable” ed altri documenti si
trovano nell’archivio di Wikileaks.
Archivio Wikileaks
L’ingegner
Matthew E. Tutino, l’esperto incaricato dal Governo statunitense,
arrivò in Italia e chiese a Massimo Pugliese e a Rolando Pelizza una
ulteriore prova riguardo alla potenzialità della macchina, ossia
abbattere un satellite posizionato in orbita a circa 1500 chilometri di
distanza.
archivio Wikileaks
La
richiesta allarmò Rolando, che decise a questo punto di informare il
governo italiano. Massimo Pugliese incontrò l’onorevole Flaminio
Piccoli e l’onorevole Loris Fortuna, presidente della commissione
industria. Fu coinvolto il professor Ezio Clementel del Comitato
Nazionale Energia Nucleare (Cnen), che chiese nuovi esperimenti per
poter valutare le potenzialità della macchina, fornendo dettagliate
disposizioni operative. Il tutto fu videoregistrato (tutti i filmati
sono stati periziati dallo Studio di Ingegneria Informatica Forense del
dottor Michele Vitiello e ritenuti originali e non manomessi). La
relazione conclusiva del professore Clementel, seppur prudente, fu: ” ...le energie e soprattutto le potenze in gioco si porrebbero al di là dei limiti dell’attuale tecnologia”.
Lettera di Ezio Clementel (CNEN) inviata al ministro Loris Fortuna
lettera inviata all'onorevole Loris Fortuna da Ezio Clementel (CNEN)
Ma
Clementel escludeva che potesse trattarsi di anti-particelle o, come
scrive nella relazione, “di anti-atomi”. A tutto questo non segui niente
di concreto, mentre i problemi economici di Pelizza si facevano sempre
più pressanti. Furono percorse strade diverse per ottenere un
finanziamento: dall’imprenditore sardo Giuseppe Piras, all’editore belga
Maurice Brebart, direttore della Derniere Heure di Bruxelles. Brebart
però pretese il coinvolgimento del governo belga. Rolando accettò, a
condizione che la macchina fosse in seguito utilizzata solo e soltanto
per scopi pacifici.
Il governo belga pretese, ovviamente, un
nuovo esperimento e dette incarico al maggiore Jacques Leclerc, tecnico
esperto di raggi laser, di partecipare di persona. La prova doveva
consistere nel colpire e annichilire un bersaglio in campo aperto posto a
due chilometri di distanza (anche questo esperimento avvenne in
località Baremone). L’esperimento riuscì, e questo fu il commento di
Leclerc: “a Parigi sorridevo al racconto degli esperimenti...
Adesso
devo telefonare al Capo di Stato Maggiore dell’esercito belga, il
generale Romanoff, per dirgli di buttare via i suoi carri armati,
perché con questa apparecchiatura non servono più a niente”. Nel
frattempo, anche a seguito di problemi con il governo belga, furono
ripresi contatti con il governo italiano (siamo nel 1977): l’onorevole
Giulio Andreotti diede incarico a Antonio Mancini (capo di gabinetto del
ministero della ricerca scientifica) di seguire il caso di questa
strana macchina, seppur in maniera ufficiosa, e favorire a livello
logistico un ulteriore esperimento richiesto dal governo belga,
esperimento che avrebbe dovuto sancire definitivamente l’accordo tra la
società di Rolando, il governo belga e quello italiano.
Durante
l’esperimento si doveva portare ad ebollizione un bacino d’acqua, ma
all’ultimo momento venne chiesto di annichilire un carro armato. Capite
le intenzioni, Pelizza si rifiutò e fece in modo che la macchina si
autodistruggesse, rinunciando all’accordo e ai soldi: la macchina doveva
essere utilizzata per scopi pacifici, era questa la volontà del
Maestro di Rolando.
Tutto sommato fu una liberazione: Pelizza si sentì
sollevato nell’interrompere definitivamente le trattative con i belgi.
Tuttavia, i problemi economici del nostro amico, per poter continuare
gli esperimenti, erano ancora irrisolti e ufficialmente dal governo
italiano non giungevano notizie. Nel 1978, grazie all’interessamento di
Mancini, Pelizza incontrò il professor Antonino Zichichi, ma il
risultato fu inconcludente: il professore non ne volle sapere,
sostenendo che la questione era assolutamente fuori da ogni schema.
Nel
1981, finalmente, il governo italiano si dichiarò nuovamente
interessato, ma alla fine tutti gli esperimenti richiesti facevano
capire che il vero interesse andava nella direzione di un utilizzo in
campo militare. Rolando rifiutò ancora una volta. Fu a questo punto che
cominciò per il nostro amico un periodo di traversie e di pressioni
per convincerlo a cedere la tecnologia contravvenendo ai suoi principi.
Abbiamo già scritto delle perquisizioni subite, ma accadde che, nel
gennaio del 1976, Pelizza fosse arrestato e condotto in carcere a
Torino, con l’accusa di concorso in sequestro di persona.
Il sequestro
era quello di Carla Ovazza, moglie di Jean Paul Elkann, e la stampa si
accanì contro l’imprenditore bresciano. Fu scarcerato dopo 87 giorni di
detenzione e in seguito fu assolto, quando fu chiaro che non c’entrava
niente con il sequestro. Nel 1977 subisce un sequestro (ma secondo le
forze dell’ordine fu una simulazione), durante il quale gli viene
intimato di non continuare con gli esperimenti.
Nel 1982 esce sul
settimanale O.P., (fondato dal giornalista, anch’egli affiliato alla P2,
Mino Pecorelli, assassinato nel 1979), un articolo in cui si rivela il
fatto che Pelizza fu sequestrato nel 1977 non tanto per estorcergli del
denaro ma per aver ideato uno strumento in grado di emanare un fascio
mortale, “un raggio della morte”. In seguito, la stampa italiana
continuò ad accanirsi contro Pelizza definendolo un truffatore a
livello mondiale.
E ancora, nell’anno successivo, fu emesso contro
Pelizza un ordine di cattura per illeciti nella vendita di materiali
ferrosi: il caso fu trattato dalla stampa come lo scaldalo della truffa
dell’I.V.A. Qualcuno avvertì Rolando del possibile imminente arresto ed
egli decise di rifugiarsi in Spagna. Nel 1983, il tribunale di Brescia
emise un ordine di cattura per esportazione di valuta e per contrabbando
e importazione di opere d’arte.
In realtà l’autorizzazione e la
garanzia all’importazione di quadri dalla Spagna era stata concessa dal
ministero dei Beni Culturali, grazie all’interessamento di Mancini
(l’ordine fu revocato tre anni dopo dal giudice Dario Culot). Non è
finita: ancora nel maggio del 1983, il tribunale di Trento emise un
mandato di cattura internazionale contro Pelizza “per aver costruito senza licenza un ordigno micidiale detto Raggio della morte”.
Di fatto una beffa: Rolando si era sempre opposto ad un eventuale
utilizzo a scopi bellici, inoltre della vicenda erano a conoscenza vari
personaggi, compresi ministri del governo italiano, seppur in maniera
ufficiosa.
La campagna denigratoria sulla stampa non cessa: il
settimanale “l’Europeo” e il quotidiano “Il Giorno” trattano Rolando
Pelizza come un astuto truffatore e negli articoli vengono ridicolizzati
gli esperimenti compiuti e mostrati nel corso dei dibattimenti
processuali.
Ma nel febbraio 1988, finalmente, arriva la sentenza del
tribunale di Venezia che: “assolve Pelizza Rolando da tutti i reati
ascrittigli perché i fatti non sussistono e revoca il mandato di
cattura internazionale...”.
E’ una liberazione per il nostro, che,
pur non ripagandolo di tutte le amarezze, lo sprona a proseguire in
quella che oramai ritiene una missione. Rolando Pelizza, non senza
difficoltà, dunque continua con le sue sperimentazioni, cercando di
migliorare il funzionamento della macchina, aiutato dal professor Carlo
Tralamazza esperto informatico, arrivando ad ottenere una percentuale di
riuscita vicina al settanta per cento e sostenendo di essere riuscito,
grazie ad una particolare procedura, “un codice”, addirittura a
trasmutare la materia.
Carlo Tralamazza e Rolando Pelizza - Pavia 2018
Il
mondo scientifico e le istituzioni rimangono sorde, anzi per certi
versi Pelizza è un personaggio oltremodo “scomodo”. Ora, raggiunti gli
ottant’anni di età, Rolando Pelizza ha deciso di abbandonare tutto.
Eppure qualche mese fa l’ho sentire dire che se lo Stato, magari
attraverso il CNR, decidesse di costruire la macchina, in un ambiente
sicuro e protetto, lui, la farebbe funzionare.
Chi è, dunque,
Rolando Pelizza? Colui che dice di aver costruito una macchina in grado
di produrre energia pulita in quantità inesauribile e a costo zero? Un
uomo geniale, un millantatore, un furbacchione che ha tentato di
truffare imprenditori e addirittura governi? Come truffatore varrebbe
molto poco, dal momento che ha dilapidato il patrimonio familiare e che,
durante la latitanza, ha visto fallire le proprie imprese.
Pelizza non
ha una vera e propria cultura scientifica, non è uno studioso
accreditato, non può esibire un curriculum di studi accademici, le sue
teorie appaiono fantascientifiche e vengono ignorate dalla scienza
ufficiale. E’ vero però che ci sono casi eclatanti, nel passato, di
teorie sconfessate dalla scienza ufficiale, che poi sono diventate
straordinarie scoperte.
Quando Guglielmo Marconi avanzò l’ipotesi di
poter comunicare tra Europa e America con il telegrafo senza fili
utilizzando la scoperta delle onde elettromagnetiche, Henri Poincaré,
il massimo fisico teorico dell’epoca, disse che ciò che affermava
Marconi, era assolutamente impossibile scientificamente e quindi
irrealizzabile. La verità è che entrambi i personaggi erano ignoranti,
nel senso che ignoravano l'esistenza della ionosfera, quella regione
dell'atmosfera che è in grado di riflettere le onde radio e di favorirne
la propagazione.
Di questi esempi ne è piena la storia: del resto
è la scienza stessa, anche attraverso il metodo scientifico, a
dichiarare che la natura può manifestare molto di più di ciò che la
scienza ufficiale può dimostrare: “Perchè la natura è molto più sorprendente di qualsiasi film di fantascienza”.
La fisica che conosciamo, quella fondata sulla sperimentazione, che dà
certezze, che funziona benissimo quando sono coinvolti processi e
fenomeni macroscopici, entra in “crisi” di fronte all’altra fisica,
quella quantistica delle probabilità. Ed ecco che siamo sconcertati o,
quanto meno, disorientati davanti ad esperimenti che non trovano,
appunto, riscontro nelle leggi della fisica contemporanea, di ascendenza
galileiana e newtoniana.
Sul finire dell’anno 2001 Rolando
Pelizza decide di rivelare, avendone avuta autorizzazione, il nome del
Maestro, ossia di colui che di fatto aveva inventato la macchina e che
lo aveva istruito, seguendone tutte le fasi, nella costruzione (da
notare che, tra quelle distrutte, quelle andate perdute e quelle
trafugate, sono state costruite 228 macchine). Ed è a questo punto che
la questione si fa ancora più incredibile e inevitabilmente
affascinante: Pelizza rivela che il maestro, inventore della macchina,
è Ettore Majorana, il grande fisico misteriosamente scomparso nel
1938.
Foto di Ettore Majorana
Ma
chi era Ettore Majorana? Per inquadrare il personaggio, forse sono
sufficienti le parole di Enrico Fermi, premio Nobel per la fisica e
professore di fisica teorica a Roma, che ebbe Majorana tra i suoi
allievi, insieme a quei giovani ricercatori che sono passati alla storia
come “i ragazzi di via Panisperna”. Fermi disse di Majorana: “Al mondo
ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango,
che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C’è anche gente di
primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali
per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galilei e
Newton. Ebbene, Ettore Majorana era uno di questi”.
Dunque, Ettore
Majorana era un genio. Dice di lui il professor Erasmo Recami ( ndr 1939
- 2021), considerato il suo più accreditato biografo: “Ettore Majorana
era una delle menti più brillanti della scienza italiana”. Majorana
era un precursore: di alcuni suoi studi sulla fisica se ne è compresa
l’importanza soltanto a distanza di decenni.
Mauro De Mauro - L’Ora di Palermo 12 ottobre 1965
un
articolo di commemorazione per Ettore Majorana pubblicato su “L'Ora di
Palermo” il 12 ottobre 1965, scritto dal giornalista Mauro De Mauro che
fu rapito e ucciso dalla Mafia nel settembre 1970
Majorana,
catanese, nato in una antica e prestigiosa famiglia benestante, fu un
bambino prodigio, dimostrando una straordinaria capacità di calcolo.
All’età di cinque anni, egli era in grado di svolgere a memoria
operazioni e calcoli molto complicati.
Il Padre, laureato in ingegneria e
in scienze matematiche, lo avviò precocemente allo studio della
fisica. Il giovane si laureò con il massimo dei voti, con una tesi
sulla teoria quantistica dei nuclei radioattivi, relatore Enrico Fermi, e
fece parte di quel gruppo di fisici italiani noti come “I ragazzi di
via Panisperna”, guidati appunto da Enrico Fermi, che condussero studi
ed esperimenti sulla radioattività e sulla struttura dell’atomo, che
poi avrebbero portato all’assegnazione del premio Nobel a Enrico Fermi e
dettero il via a quel percorso scientifico che portò alla costruzione
della prima bomba Atomica.
A livello teorico, i lavori di Majorana,
furono fondamentali. In seguito elaborò una teoria, la teoria del
neutrino “fantasma” (il neutrino di Majorana, appunto), ossia di quella
particella che c’è ma non si vede, che appare e scompare, una
particella dell’atomo che corrisponde perfettamente anche alla sua
antiparticella, che può essere, dunque, particella, antiparticella ma
anche, contemporaneamente, entrambe.
All’apice della fama, come fisico
teorico, per opere riguardanti, in particolare, la meccanica quantistica
relativistica, Majorana nel 1937, dopo aver rifiutato prestigiose
cattedre come Cambridge, Yale e Carnegie Foundation, accetta la cattedra
di professore di Fisica teorica all’Università di Napoli, assegnatali
senza concorso ma “per chiara fama”, e si dedica all’insegnamento, ma,
nell’anno successivo, precisamente il 25 marzo del 1938, lo scienziato
scompare misteriosamente.
Una scomparsa avvolta nel mistero e sulla
quale sono state avanzate numerose ipotesi, che vanno dal suicidio alla
fuga in Sudamerica, al ritiro volontario in un luogo monastico, alla
scelta di vivere ai margini della società scegliendo una esistenza da
clochard, ad un rapimento da parte di potenze straniere, alla morte per
malattia, a vittima di un omicidio.
Al tempo, l’ipotesi più accreditata
fu quella del suicidio: ma allora, perchè Majorana avrebbe ritirato,
pochi giorni prima di scomparire, tutti i soldi dal conto, gli stipendi
arretrati e il passaporto? A che servono i soldi a un aspirante suicida?
E per quanto riguarda il passaporto, risulterebbe che non sia stato mai
utilizzato e quindi anche l’ipotesi della fuga all’estero sembrerebbe
poco verosimile.
Va detto che, in quegli anni, siamo in pieno regime
fascista, i passaporti erano spesso negati, e a Majorana, viceversa, era
stato concesso in quanto personaggio illustre e appartenente ad una
prestigiosa famiglia.
Ma perchè Majorana avrebbe voluto scomparire,
giunto all’apice di una fama riconosciuta da tutto il mondo scientifico?
Secondo lo scrittore Leonardo Sciascia, autore del libro “La scomparsa
di Majorana”, il professore si sarebbe volontariamente rifugiato in un
monastero per tornare ad una vita normale, lontano dai riflettori, forse
turbato dagli esiti di una fisica moderna, avendone individuate, per
primo, le potenzialità distruttive: “La fisica è su una strada
sbagliata. Siamo tutti su una strada sbagliata”: è questa una frase che
avrebbe detto lo scienziato, in un momento di sconforto.
Su questa
ipotesi, quella della scomparsa volontaria, si erano da subito
indirizzate le ricerche, sollecitate dalla famiglia e da Benito
Mussolini che in un cablogramma indirizzato ai vertici della polizia
segreta fascista (OVRA) scriveva: “Trovatelo, M.”.
Ettore Majorana
dunque scompare il 25 marzo del 1938, all’età di 31 anni, siamo alla
vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Quel giorno aveva
preso un traghetto, anzi un piroscafo, così si chiamavano a quel tempo,
che da Napoli doveva condurlo a Palermo. Nello stesso giorno, Majorana
aveva inviato una lettera ad Antonio Carrelli, suo collega e amico, che
poteva far pensare all’intenzione di compiere un gesto estremo, ma che
fu subito seguita da un’altra lettera e da un telegramma nel quale
scriveva:
“Caro Carrelli, Spero che ti siano arrivati insieme
il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani
all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però
intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una
ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione
per ulteriori dettagli.”
Di Ettore Majorana si persero le
tracce tra la notte del 26 e 27 marzo 1938: scomparso, svanito. Gli
agenti della polizia condussero indagini approfondite, cercando ovunque;
furono sentiti testimoni, furono ricostruiti gli ultimi movimenti. Il
capo della polizia, Arturo Bocchini, scrisse a Benito Mussolini: “I morti si trovano, solo i vivi possono scomparire”.
Affinché le ricerche si intensificassero intervenne anche il filosofo
Giovanni Gentile, e lo stesso Enrico Fermi scrisse direttamente a
Mussolini, anche se in cuor suo sapeva che: “Se Ettore, con la sua
intelligenza, avesse deciso di scomparire ci sarebbe riuscito”. Quel che
è certo è che le ricerche degli investigatori non poterono proseguire
all'interno delle strutture religiose. Si sapeva che Majorana spesso
cercava conforto in un convento di frati, sia quando si trovava in
Sicilia sia a Roma, ma la firma dei Patti Lateranensi di fatto rendeva
invalicabili, per le autorità italiane, le proprietà del Vaticano.
Secondo lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, Ettore Majorana si
sarebbe potuto rifugiare in un convento e ne fa anche il nome: la
Certosa di Serra San Bruno in Calabria.
Majorana, secondo Sciascia, si
sarebbe rifugiato in un convento di clausura per fuggire da una vita
troppo esposta ai riflettori e forse anche perché angosciato da quello
che la sua straordinaria mente presagiva riguardo al futuro della fisica
moderna e le conseguenze che avrebbe avuto in un eventuale conflitto
bellico, conflitto che oramai sembrava imminente.
La stessa famiglia di
Majorana si rivolse a Pio XII, papa Pacelli, per avere notizie, senza
però ottenere alcuna risposta. I monaci certosini del convento
calabrese, indicato da Leonardo Sciascia, hanno sempre negato di aver
ospitato Majorana, ma quando, il 5 ottobre 1984, papa Giovanni Paolo II
si recò in visita alla Certosa di Serra San Bruno, in un discorso, nel
quale menzionava la presenza nel convento di illustri personaggi, citò
inequivocabilmente anche il nome del “famoso fisico Ettore Majorana”.
Tornando a Rolando Pelizza, una volta rivelata l'identità del suo
maestro, ossia di colui che aveva progettato la macchina, non solo
ribadisce di essere in grado di annichilire la materia e trasformarla in
energia pura, di poter provocare il rallentamento dello spin degli
atomi al fine di produrre calore, calore costante ed inesauribile anche
se assorbito da un sistema idrico per produrre vapore, ma, addirittura,
di essere in grado di trasmutare la materia stessa, grazie ad un
“codice”, il codice di Majorana, che costituirebbe la guida verso una
nuova fisica, una fisica a noi, oggi, sconosciuta. La macchina
funzionerebbe attraverso l'interazione di campi elettrici, magnetici e
gravitazionali.
Pelizza, a sostegno di quanto asserisce, produce
una serie di documenti. Si tratta di alcune lettere che sarebbero state
scritte dallo stesso Ettore Majorana, ed a lui indirizzate. In tali
lettere lo scienziato è prodigo di consigli, suggerimenti e, fino ad un
certo punto, sprona Rolando a proseguire nella sperimentazione della
macchina, non senza metterlo in guardia dai pericoli che eventuali
“fughe di notizie”, possono provocare.
Le lettere sono state
periziate dalla grafologa Chantal Sala, una professionista di Pavia
abilitata in campo giudiziario, che, riguardo alla perizia eseguita
sulla lettera indirizzata a Rolando e datata 26 febbraio 1964, dichiara:
“... Detta lettera è sicuramente stata vergata dalla mano del sig. Majorana Ettore”.
Le lettere che Majorana avrebbe scritto a Pelizza sono numerose e una
di queste porta la data del 7 dicembre 2001: in tal caso Majorana
l'avrebbe scritta all'età di 95 anni, questo il testo:
“Caro Rolando,
E'
passato un anno dalla mia ultima, del 20-12-2000, che tu hai
insistentemente ignorato. Credo che questa sarà una delle ultime
lettere che riceverai da me; per questo desidero che sia un po' anche il
mio testamento spirituale. Da subito voglio riconoscere i tuoi meriti
nello sviluppo delle mie teorie, essendo tu riuscito a capire ed a
realizzare la “macchina”, che ora è finalmente funzionante dopo ben 228
tentativi falliti.
Correva l'anno 1972, e poi hai continuato per tanti
anni ed hai superato molteplici inconvenienti, la cui natura ci è ben
nota. Comunque, per tutto quello che hai affrontato, grazie Rolando, mio
unico vero discepolo e collaboratore! Qui voglio in particolare
riconoscere i tuo comportamento da gentiluomo nel mantenere la parola
data, sempre coerente e rispettoso della mia volontà di tacere il mio
nome. Da allora sono passati più di quarant'anni e desidero che tu sia
il mio portavoce.
Da ora se lo riterrai opportuno, sei libero di usare
il mio nome, di divulgare i nostri rapporti. Gli scritti e fotografie;
se lo farai ti prego di rivelare i veri motivi che mi hanno spinto nel
1938 ad allontanarmi da tutti, per dedicarmi allo studio, nella speranza
di arrivare in tempo e poter dimostrare al mondo scientifico che
esistevano alternative importanti e senza pericoli. Purtroppo tu ben sai
che non sono arrivato in tempo, pur avendo alternative migliori, che a
tuttora non sono servite a nulla. Riservati l'ultimo segreto, dove e
come mi hai conosciuto, il luogo e i fratelli che da sempre mi hanno
segretamente ospitato.
Ti ringrazio nuovamente per aver sacrificato la tua vita per assecondarmi. Ti prego non andare oltre. Tuo Ettore”
Chantal Sala perizia calligrafica su lettera di Majorana - Pavia
Le conclusioni della perizia Calligrafica
Pelizza,
all'età di ottant'anni, infatti, ha detto basta. Anche se, come ho
già scritto, l'ho sentito dire che se il CNR, o altra struttura
protetta, decidesse di realizzare la macchina, lui la farebbe
funzionare. Giunti a questo punto, sono inevitabili alcune riflessioni.
Devo confessare però, che è già da molti anni - in tempi non sospetti
- che sono innamorato del personaggio Ettore Majorana, da sempre ho
immaginato che Majorana fosse sparito volontariamente. Al di là del
fatto che si possa credere o no a questa incredibile storia, che si
dipana da circa cinquanta anni, di una cosa c'è certezza: la macchina
è esistita, ne è prova la relazione di Ezio Clementel, responsabile
dell'allora Comitato Nazionale per l'Energia.
Certo è, che se
davvero la macchina fosse in grado di fare tutto quello che Pelizza
sostiene, chi mai potrebbe gestire una cosa del genere?
Provate
solo ad immaginare, intanto, contro quali e tali interessi economici
andrebbe a collidere. Pensate alle compagnie petrolifere, ma non solo, a
tutto il settore della produzione di energia, alle società minerarie,
al business dello smaltimento dei rifiuti, al settore farmaceutico per
citare solo alcune delle grandi e potenti lobbies economiche e
finanziarie che sono in grado di condizionare le scelte dei governi di
tutto il mondo. E poi considerate le ripercussioni sull'attuale quadro
economico e politico internazionale. Viene da pensare che forse non
siamo ancora pronti, che forse non siamo nel “tempo” giusto. A meno che,
quello che venga a mancare sia proprio il tempo!
E' notizia di
alcune settimane fa che oltre cinquecento ricercatori di tutto il mondo
si sono riuniti a Roma, su invito dell'Istituto Superiore di Sanità,
per discutere dei cambiamenti climatici. Le conclusioni basate su
evidenze scientifiche sono allarmanti: “fra due generazioni, se non
faremo qualcosa, i danni saranno irreversibili. E' questo il tempo che
ci rimane per mettere in atto misure concrete. Fra 20 anni potrebbe già
essere troppo tardi. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti
climatici sono migliaia l'anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro
se non si agisce subito".
In una lettera datata 20 dicembre 2000, indirizzata al professor Erasmo Recami, Majorana tra le altre cose scrive “...
la macchina in oggetto, oggi è in grado di rigenerare l'ozono
distrutto, semplicemente tramutando l'anidride carbonica in ozono nella
quantità mancante, e l'eccesso in qualsiasi altro elemento da noi
voluto. Ma le sue possibilità sono infinite: ad esempio essa è in
grado di produrre calore illimitato senza distruggere materia, quindi
senza lasciare residui di nessun genere.”
Finora è stato
sottovalutato, sempre secondo le conclusioni del convegno di Roma,
l'impatto che i cambiamenti climatici hanno sulla salute, a partire
dall'esposizione ad aria inquinata per arrivare agli agenti infettivi ed
alle radiazioni solari.
Ecco, forse, se il tempo stesse per scadere, se fossimo proprio vicini al punto di non ritorno...
“...poteva
la natura o più precisamente la mano di Dio darci qualcosa a noi tanto
necessario meglio di così? Senza problemi di nessun tipo, come
distruzione e inquinamento? ...voglio solo sperare di veder realizzato
questo desiderio prima di morire... non pretendendo nulla in cambio se
non voler vedere questo nelle mani di qualcuno giusto e cosciente..."
Rolando Pelizza
breve bibliografia:
• L.Sciascia, La scomparsa di Majorana
• E. Recami, Il caso Majorana: epistolario, documenti, testimonianze
• A. Ravelli, Il segreto di Majorana
• R. Rio- F. Alessandrini, La macchina il ponte tra scienza e l'oltre