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martedì 21 marzo 2017

Anti-Terra



La MITOLOGIA MESOPOTAMICA

In un testo mesopotamico (K.3558), tradotto da Charles Virolleaud, nel quale vengono descritti i membri del gruppo mulmul, ovvero del nostro sistema solare, nell’ultima riga si legge esplicitamente:
Il numero dei suoi corpi celesti è dodici.
Dodici sono le stazione dei suoi corpi celesti.
Il totale dei mesi della Luna è dodici.
Inoltre, la riga 20 della cosiddetta tavola TE diceva: naphar 12 sheremesh ha.la sha kakkab.lu sha Sin u Shamash ina libbi ittiqu in totale 12 membri a cui appartengono il Sole e la Luna, e dove orbitano i pianeti.

Il conto è presto fatto: Sole, Luna, i nove pianeti oggi conosciuti e il Planet X. Antichi testi mesopotamici, risalenti al 2000 a.C., parlano di una cosmogonia nella quale, appunto, è chiara la presenza di un pianeta che ha le caratteristiche di quello “scoperto” dal dr. Murray, ovvero la provenienza dalla profondità dello spazio, la grandezza e, cosa più strabiliante, la traiettoria opposta a quella degli altri pianeti del nostro sistema solare, cioè retrograda.

Esiste un testo mesopotamico, l'Enuma Elish (“Quando nell’alto”), risalente al 2000 a.C., scritta in caratteri cuneiformi, composta da sette tavole, ciascuna di 115/170 righe, nella quale, in chiave di racconto, si descrive la formazione del nostro sistema solare.

Ne riassumeremo alcune parti, quelle più rilevanti per la nostra ricerca.

Enuma elish la nabu shamamu Quando nell’alto il Cielo non aveva ancora un nome Shaplitu ammatum shuma la zakrat E in basso anche il duro suolo non aveva nome Esistono all’inizio solo tre dèi (o pianeti): Apsu (uno che esiste fin dal principio), Mummu (uno che è nato) e Tiamat (vergine della vita).

Comparvero poi gli altri pianeti in successione dal rimescolamento delle acque primordiali. Abbiamo infine: Apsu (il Sole), Mummu (Mercurio), Lahamu (Venere), Tiamat (il pianeta che darà origine alla Terra), Lahmu (Marte), Kishar (Giove), Anshar (Saturno), Anu (Urano), Ea (Nettuno), Gaga (Plutone). 

Il racconto prosegue poi descrivendo la turbolenza (orbite irregolari) dei pianeti e di tutta una serie di contese che portarono ad una relativa pace, interrotta dall’arrivo di Marduk, un nuovo dio, un nuovo pianeta formatosi nel Profondo.

Nella Camera dei Fati, nel luogo dei Destini, un dio fu generato, il più capace e saggio degli dèi; nel cuore del Profondo fu creato Marduk.

Attraente era la sua figura, scintillante il levarsi dei suoi occhi; maestoso era il suo passo, imponente come nei tempi antichi [...] Egli era il più alto tra gli dèi, superiore in tutto [...]

Superbo fra gli dèi, superava tutti per statura; le sue membra erano enormi, egli era eccezionalmente alto.

Il racconto prosegue con Marduk che entra nel sistema solare e, dopo una serie di correzioni di traiettoria a seguito del passaggio vicino agli altri corpi celesti, si dirige contro Tiamat.

Il Signore distese la sua rete per avvilupparla; il Vento del Male, che gli stava dietro, le scatenò contro.

Quando Tiamat aprì la bocca per divorarlo Egli le spinse contro il Vento del Male, in modo che non potesse più chiudere le labbra.


I feroci Venti di tempesta quindi caricarono il suo ventre; il suo corpo si gonfiò, la bocca si spalancò.

Egli scagliò una freccia che le dilaniò il ventre; penetrò nelle sue viscere e le si conficcò nel grembo.

Dopo averla così domata, egli spense il suo soffio vitale.

Dopo di ciò, Marduk prosegue la sua corsa, e la sua nuova traiettoria orbitale lo riporta a passare da Tiamat; e questa volta è lo stesso Marduk a colpirla, dividendola in due (una metà frantumata formerà la fascia degli asteroidi) mentre uno dei satelliti di Marduk si scontra con la metà separata (che diventerà la Terra) spingendola in un’orbita nuova assieme a Kingu (la Luna), già suo satellite.

Il Signore calpestò la parte posteriore di Tiamat; con la sua arma le tagliò di netto il cranio; recise i canali del suo sangue; e spinse il Vento del Nord a portare la parte ormai staccata verso luoghi che nessuno ancora conosceva.
  
L’altra metà di lei egli innalzò come un paravento nei cieli: schiacciatala, piegò la sua coda fino a formare la Grande Fascia, simile a un bracciale posto a guardia dei cieli.

Il testo epico afferma chiaramente che Marduk era un invasore proveniente dall’esterno del sistema solare; i Sumeri lo chiamavano Nibiru: “Il pianeta dell’attraversamento”. 

I testi mesopotamici affermano che Marduk arrivava fino a regioni sconosciute dei cieli e alle profondità dell’universo. Che il dodicesimo pianeta, il pianeta degli dèi, tornasse, nella sua grandiosa orbita, nelle vicinanze della Terra, rappresentava un punto centrale delle convinzioni astronomiche e religiose del mondo antico.

Le fonti mesopotamiche parlano di un suo periodo orbitale di tremilaseicento anni. Ma le somiglianze con il nostro Planet X si spingono addirittura oltre: alcuni testi riportano descrizioni del pianeta, come venne visto dagli stessi Sumeri
Dio Nibiru:
è colui che senza fatica
continua l’attraversamento nel mezzo di Tiamat
sia Attraversamento il suo nome 
colui che occupa il mezzo
Il grande pianeta:
in apparenza, rosso scuro
il paradiso a metà divide
il suo nome è Nibiru
 L’ERUZIONE DI THERA

Nell’estate del 1628 a.C. l’isola greca di Thera esplose con la potenza di trenta bombe all’idrogeno. Il centro dell’isola scomparve e i frammenti di terreno polverizzati e vaporizzati furono proiettati in cielo per chilometri. Campi e vigneti vennero sostituiti da un cratere largo e profondo che il mare riempì rapidamente.

Le poche zone dell’isola rimaste intorno al bordo del cratere furono coperte in breve tempo dai detriti vulcanici, strati e strati di cenere incandescente. I resti dell’isola, terreni inabitabili per generazioni, forse per centinaia di anni, costituiscono oggi le cinque piccole isole greche note con il nome di Santorini, la più grande delle quali è Thera. 

Anche Thera ha le sue rovine del periodo classico: templi, case, edifici pubblici ed un teatro. Ma ormai da molto tempo si sa che sotto gli strati di detriti vulcanici giacciono le prove concrete di una civiltà dimenticata. Negli anni, l’erosione ha portato alla luce tracce di mura e di vasellame, e nel secolo scorso furono scoperti i resti di tre case, una delle quali decorata da pitture.

Non molto lontano, a Creta, si trovavano le imponenti rovine di una grandissima civiltà, dedita alla navigazione e al commercio, di cui prima non si sapeva nulla. La capitale dell’isola era Cnosso, con il suo splendido palazzo: è qui che, nel 1899, Sir Arthur Evans diede inizio a una campagna di scavi. La civiltà di Creta è nota anche come civiltà minoica, dal nome di uno dei suoi re, Minosse, reso famoso dal mito greco del Minotauro.

Anche la potenza di Creta svanì, a quanto pare da un giorno all’altro. Nel giro di una decina d’anni dalla scoperta delle rovine di Creta qualcuno ipotizzò che esistesse un legame fra le due isole. Nei cinquant’anni seguenti furono proposti altri paralleli e, infine, nel 1967, uno dei teorici più entusiasti, l’archeologo greco Spyridon Marinatos, cominciò a cercare sottoterra le prove di questo parallelismo.

Il professor Marinatos condusse a Thera scavi sistematici per sette anni sino alla sua morte, avvenuta in loco nel 1974. In questi sette anni fu fatta la sensazionale scoperta di vari settori di una città vastissima e ciò chiarì due diversi aspetti. Per prima cosa, Marinatos ebbe la prova che Thera era esplosa quando la civiltà dell’Età del Bronzo era al suo apice. In secondo luogo, fu chiaro che esisteva un legame molto stretto fra gli abitanti di Thera e quelli dell’isola minoica. Forse Thera era un avamposto cretese, una colonia o un alleato molto stretto.

In questo modo, fu confermata la teoria di un’Atlantide dell’Età del Bronzo: l’esplosione di Thera causò la decadenza della Creta minoica e la sua “scomparsa”, che però avvenne, come oggi sappiamo, solo molti decenni più tardi. Campioni raccolti sul fondo marino rivelarono che i detriti derivanti dall’esplosione dell’isola erano sparsi in buona parte dell’Egeo meridionale e si calcolò che lo spessore della cenere caduta su Creta era circa di venti centimetri, abbastanza da rendere sterile il terreno. Sul fondale, fu anche trovata una certa quantità di pietra pomice e le prove di una catastrofe estesa: tre palazzi reali, quattro grandi ville di campagna e sei intere città, distrutte contemporaneamente.

Anche gli insediamenti della costa mostravano segni di gravi danni, dovuti agli effetti distruttivi del maremoto, che certamente deve essere seguito a un’eruzione di quella portata.

Le mura erano crollate verso l’esterno e vennero anche trovati i frammenti di vari effetti personali disseminati per un ampio raggio. Si narra che il boato dovuto all’eruzione del vulcano a Thera fu avvertito addirittura a 3.000 km di distanza. Che cosa accadde davvero nel XVII secolo a. C., circa 3600 anni fa, su quell’isola? Che cosa può aver causato uno dei più grandi disastri che la storia ricordi? Limitiamoci a costatare i fatti così come le fonti storiche ci narrano; vedremo più avanti come questa catastrofe possa entrare a far parte di un disegno ben più ampio che non coinvolge soltanto il nostro pianeta.

GLI EGIZI

Gli aspetti della civiltà egizia che c’interessano in questa nostra ricerca riguardo al Planet X sono essenzialmente due: i racconti mitologici che riguardano il Dio Seth e le Grandi Piramidi di Giza.

Nel primo caso siamo in possesso di testimonianze incerte riguardo ad alcuni racconti mitici che ci raccontano che il malvagio Dio Seth, assassino di Osiride (Dio della morte e della resurrezione), dopo essere stato decapitato (secondo alcune fonti si trattò di suicidio) e quindi scacciato, continuò a porre la Terra sotto una minaccia continua, ritornando periodicamente a seminare distruzione e morte. Gli Egizi, inoltre, ci descrivono Seth come un Dio dal capo rosso.

E’ curioso rilevare le analogie tra il malvagio Seth e il Nibiru/Marduk mesopotamico, e tra Osiride e Tiamat. In effetti non è molto per poter affermare che gli Egizi si riferissero ad un pianeta rosso che ritorna ad intervalli regolari in prossimità della terra, ma questo costituisce comunque uno spunto Interessante. Molto più interessanti sono le ricerche riguardo “I feroci Venti di tempesta quindi caricarono il suo ventre”.

IL SISTEMA PLANETARIO PITAGORICO

L’insegnamento pitagorico è molto interessante dal punto di vista storico-filosofico e, sebbene non manchi di elementi mitici e leggendari, può essere valido, ai fini della nostra ricerca, anche dal punto di vista astronomico. I pitagorici ponevano il numero all’origine del mondo.

Nelle loro complesse costruzioni matematiche e geometriche davano particolare importanza al numero 10, somma dei numeri in successione costruiti sul tetraedro perfetto: 1+2+3+4=10. E’ logico che, considerando il numero 10 la perfezione assoluta, lo ricercassero anche nei loro studi sui pianeti e sulle costellazioni. Eccoci arrivati al punto che ci interessa: il sistema planetario pitagorico era costituito di 10 pianeti, ovvero le Stelle fisse, i 5 pianeti del sistema solare allora conosciuti, il Sole, la Luna, la Terra e una misteriosa Anti-Terra. 

Il tutto ruotava attorno ad un fuoco centrale. L’importanza di questa concezione astronomica non è soltanto il tentativo incredibilmente moderno di “smontare” la teoria geocentrica, ma anche l’introduzione di un pianeta che non è mai stato trovato neanche in seguito, l’Anti-Terra appunto, antipodale alla nostra Terra e quindi normalmente invisibile, ritenuta responsabile di eclissi ed eventi osservabili sporadicamente dal nostro pianeta.

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lunedì 23 novembre 2015

Il Diluvio Sumero Accadico


"una terza categoria tra gli umani" a quando la quarta? 

Finché gli archeologi non scoprirono tracce delle civiltà mesopotamiche e non decifrarono la letteratura accadica e sumerica, il racconto biblico restò l'unica fonte sull'episodio del Diluvio, confortato solo da sparsi e primitivi riferimenti mitologici. La scoperta dell'accadica Epica di Gilgamesh mise invece il Diluvio biblico in buona compagnia, collocandolo in una prospettiva molto più antica, accanto ad altri testi e frammenti dell'originale sumerico.

Il protagonista mesopotamico del Diluvio era Ziusudra nella versione sumerica (Utnapishtim in quella accadica): dopo il Diluvio egli venne portato nella Dimora Celeste degli dèi e là visse per sempre felice. Quando, nella sua ricerca dell'immortalità, Gilgamesh arrivò alla Dimora Celeste, chiese consiglio a Utnapishtim a proposito della vita e della morte.

Questi rivelò a Gilgamesh - e attraverso di lui a tutta l'umanità che venne dopo il Diluvio - il segreto della sua sopravvivenza, "una faccenda occulta, un segreto degli dèi": la vera storia, forse, del Diluvio universale. Il segreto di cui parlava Utnapishtim era che prima che il Diluvio si riversasse sulla Terra in tutta la sua violenza, gli dèi tennero una riunione in cui votarono la distruzione dell'umanità.

Il voto e la decisione vennero tenuti segreti. Enki, tuttavia, chiamò Utnapishtim, re di Shuruppak, e lo informò della catastrofe che stava per abbattersi sulla Terra. Dovendo parlare di nascosto agli altri dèi, Enki si rivolse a Utnapishtim da dietro un paravento di canne. Il re dapprima non capì le sue parole, ma poi queste si fecero sempre più chiare:
"Uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu:
distruggi la tua casa e costruisci una nave!
Rinuncia a tutto ciò che possiedi, pensa solo alla vita!
Lascia tutti i tuoi averi e metti in salvo l'anima.
A bordo della nave metti il seme di ogni essere vivente.
Questa è la nave che devi costruire;
grande abbastanza da contenere ciò che ti ho detto."
Il parallelismo con il racconto biblico è più che evidente: in entrambe le versioni sta per arrivare un Diluvio; un solo uomo viene preavvertito; egli deve salvarsi preparando un'apposita imbarcazione, e deve prendere con sé "il seme di ogni  cosa vivente". E tuttavia la versione babilonese è più plausibile. La decisione di distruggere e il tentativo di salvare non sono propositi contraddittori di una sola divinità, ma atti compiuti da divinità diverse. 

Inoltre, la decisione di mettere in guardia e salvare il seme dell'umanità è l'atto di sfida di una divinità (Enki), che agisce in segreto e in contrasto con la decisione unanime degli altri Grandi Dèi. Perché mai Enki si arrischiò a sfidare gli altri dèi? Voleva solo che si conservasse la sua "meravigliosa opera d'arte" oppure agiva sullo sfondo di una nascente rivalità o inimicizia tra sé e suo fratello Enlil?

Effettivamente la vicenda del Diluvio sembra proprio confermare l'esistenza di un conflitto tra i due fratelli. Utnapishtim pose a Enki un'ovvia domanda: come poteva spiegare agli altri cittadini di Shuruppak la costruzione di questo strano vascello (l'arca) e l'abbandono di tutti i suoi beni? Enki gli diede questo consiglio:

Così parlerai a loro:
«Ho appreso che Enlil mi è ostile,
e perciò non posso stare nella vostra città,
né mettere piede nel territorio di Enlil.
Perciò scenderò all'Apsu,
e abiterò con il mio signore Ea».
La scusa, dunque, era che, in quanto seguace di Enki, Utnapishtim non era più ben accetto in Mesopotamia, e perciò doveva costruire un'imbarcazione che lo portasse nel Mondo Inferiore (l'Africa meridionale, come abbiamo visto): là egli avrebbe vissuto tranquillo con il suo signore, Ea/Enki. I versi che seguono accennano a una grande siccità o carestia che in quel momento affliggeva la Mesopotamia: su consiglio di Enki, Utnapishtim doveva far credere ai suoi concittadini che la sua partenza avrebbe posto fine alle loro sofferenze; se egli se ne fosse andato, ogni ricchezza sarebbe ritornata nella loro terra.

Ed effettivamente essi ci credettero, al punto che contribuirono attivamente alla costruzione   dell'arca uccidendo e servendo ogni giorno torelli e pecore e fiumi di "mosto, vino rosso, olio e vino bianco". Utnapishtim li incoraggiava a lavorare più in fretta; persino i bambini aiutavano a trasportare il bitume che serviva a rendere impermeabile l'imbarcazione.

«Il settimo giorno la nave era finita. Non fu facile metterla in acqua ed essi dovettero spostare le tavole del pavimento sopra e sotto più volte, finché due terzi della struttura non furono entrati nell'acqua» dell'Eufrate. Poi Utnapishtim fece salire a bordo dell'arca tutti i suoi familiari e parenti e «tutte le creature viventi che aveva», come pure «gli animali del campo e le bestie selvatiche del campo».

Spingendosi però un gradino più avanti di Noè, Utnapishtim stipò a bordo anche tutti gli artigiani che l'avevano aiutato a costruire la nave. Egli stesso avrebbe dovuto salire a bordo a un segnale convenuto con Enki, un segnale che avrebbe dato Shamash, il dio preposto al funzionamento dei razzi fiammeggianti. Gli ordini di Enki erano:

Quando, all'imbrunire, Shamash farà tremare [la terra] e dal cielo cadrà una pioggia di eruzioni, sali sulla nave e sbarra l'entrata!
Non sappiamo quale fosse il legame tra quello che sembrerebbe il lancio di un razzo spaziale da parte di Shamash e il momento in cui Utnapishtim doveva salire a bordo dell'arca e chiudersi dentro. Comunque sia, il momento arrivò; il razzo spaziale provocò un "tremore all'imbrunire" e vi fu una pioggia di eruzioni. Utnapishtim «sbarrò tutta la nave» e «affidò la struttura insieme   al suo contenuto» a «Puzur-Amurri, il Nocchiero».

La tempesta arrivò "con le prime luci dell'alba". Si udì un tuono spaventoso e un'enorme nuvola nera si alzò dall'orizzonte. L'uragano spazzò via i pali che sostenevano gli edifici e i moli; anche le dighe cedettero. Sopraggiunse l'oscurità e «tutto ciò che prima era stato luce ora si fece nero»; «tutta la terra fu scossa come fosse un vaso». Per sei giorni e sei notti infuriò la "tempesta del sud". E più soffiava, più si faceva impetuosa, sommergeva le montagne, abbatteva i popoli come fossero mandrie...

Quando arrivò il settimo giorno, la tempesta del sud portatrice di inondazioni finalmente placò la furia con la quale, come un esercito, aveva combattuto. Il mare si acquietò, l'uragano si calmò, l'inondazione si arrestò. Guardai il cielo: era tornata la quiete. E tutta l'umanità era ritornata argilla. Si era dunque compiuta la volontà di Enlil e dell'assemblea degli dèi.

A loro insaputa, tuttavia, si era compiuta anche la volontà di Enki: una barca aveva messo in salvo, attraverso la furia delle acque, uomini, donne, bambini e altre creature viventi. Finita la tempesta, Utnapishtim «aprì un portello della nave; la luce mi inondò il volto». Si guardò intorno: «il paesaggio era piatto come un tetto spianato». Allora si sedette e pianse, «calde lacrime mi rigarono il volto». Sulla distesa del mare cercò con gli occhi la costa, ma non la vide. 


Poi: Vide che emergeva una regione montuosa; sul Monte della Salvezza la nave si era fermata; il Monte Nisir ["salvezza"] aveva trattenuto la nave, impedendole di muoversi. Per sei  giorni Utnapishtim guardò fuori dall'arca che non poteva muoversi, imprigionata com'era tra le cime del Monte della Salvezza - le bibliche vette dell'Ararat.

Poi, come Noè, mandò una colomba in cerca di una terra dove potersi accampare, ma l'uccello tornò indietro. Fu quindi mandata una rondine, ma anch'essa tornò indietro. Infine fu la volta di un corvo: esso volò via e finalmente trovò un posto adatto. Utnapishtim allora liberò tutti gli uccelli e gli animali che aveva portato con sé, e uscì a sua volta. Subito costruì un altare "e offrì un sacrificio" - proprio come aveva fatto Noè.

Ma ecco che subito emerge nuovamente la differenza tra la singola divinità e la molteplicità di dèi: quando Noè offrì il sacrificio, «Yahweh annusò il profumo allettante»; ma quando fu Utnapishtim a offrire il sacrificio, «gli dèi annusarono il dolce profumo e accorsero come mosche attorno a colui che compiva il sacrificio».

Nella versione della Genesi, fu Yahweh che giurò di non distruggere mai più il genere umano; in quella della Genesi, invece, fu la Grande Dea che giurò:

«Non   dimenticherò...
ricorderò questi giorni, non li dimenticherò mai».
Non era questo, però, il problema più urgente. Quando infatti Enlil arrivò a controllare i risultati del suo piano, certo non aveva per la testa allettanti profumi di cibo. Il suo primo impulso fu quello di infuriarsi quando scoprì che qualcuno era sopravvissuto. «Qualche anima vivente è riuscita a sfuggire? Nessun uomo doveva sopravvivere alla distruzione!». Ninurta, figlio ed erede di Enlil, puntò immediatamente il dito accusatore contro Enki:

«Chi, se non Ea, poteva elaborare un piano di salvezza? È lui che sa ogni cosa!». Lungi dal negare le proprie responsabilità, Enki si lanciò in una delle più eloquenti arringhe difensive del mondo antico. Cominciò con una serie di lodi a Enlil per la sua grande saggezza, e insinuò che proprio per questo non era possibile che egli volesse dimostrarsi "irragionevole". Quindi,   mescolando smentite a confessioni, continuò: 

«Non sono stato io a svelare i segreti degli dèi»; io ho soltanto lasciato che un uomo, straordinariamente saggio, comprendesse da sé qual era il segreto degli dèi. E se davvero questo terrestre è tanto saggio,
Enki suggerì a Enlil, non ignoriamo le sue capacità. «Ora decidi pure che cosa vuoi fare di lui!».
Tutto ciò, dice L’Epica di Gilgamesh, era il "segreto degli dèi" che Utnapishtim rivelò a Gilgamesh. Quindi egli passò a raccontargli l'evento finale. Influenzato dalle argomentazioni di Enki, Enlil salì a bordo della nave.
Tenendomi per mano, mi condusse a bordo;
e condusse a bordo anche mia moglie
facendola inginocchiare al mio fianco.
In piedi tra noi due,
ci toccò la fronte e ci benedisse:
«Finora Utnapishtim è stato solo un uomo;
d'ora in poi lui e sua moglie
saranno per noi come dèi.
Utnapishtim dimorerà nel Luogo Lontano,
alla Bocca delle Acque!».
Così si concluse il racconto di Utnapishtim a Gilgamesh. Quando si fu trasferito nel Luogo Lontano, Anu ed Enlil Gli diedero vita, come un dio, lo elevarono alla vita eterna, come un dio. Ma che ne fu del resto del genere umano? Il racconto biblico finisce dicendo che Dio benedisse l'umanità e le consentì di "crescere e moltiplicarsi". Anche le versioni mesopotamiche sulla vicenda del Diluvio terminano con alcuni versi che parlano della possibilità, per il genere umano, di procreare.

Anche se parzialmente mutilati, i versi parlano dell'istituzione di "categorie" umane:...Che vi sia una terza categoria tra gli umani: che vi siano tra gli umani donne che partoriscono e donne che non partoriscono. Vi furono anche, a quanto sembra, nuove direttive per i rapporti sessuali:
Regolamenti per la razza umana: che il maschio ... alla giovane fanciulla ... Che essa ... Il giovane uomo alla giovane donna ... Quando il letto è preparato, la sposa e suo marito giacciano insieme.

Con l'astuzia, dunque, Enlil era stato battuto. L'umanità era salva e ormai in grado di procreare. Gli dèi avevano aperto la Terra all'Uomo.


http://ningishzidda.altervista.org/ 

lunedì 11 novembre 2013

"Riti e racconti epici a Sumer"


SUMER: LA TERRA DEGLI DÈI

È ormai certo che le "parole antiche" che per milioni di anni costituirono la lingua della cultura e degli scritti religiosi altro non erano, in realtà, che la lingua di Sumer. E non vi è dubbio che gli "antichi dèi" fossero proprio gli dèi sumeri: non sono state mai trovate, infatti, testimonianze, tradizioni o genealogie più antiche di quelle riguardanti gli dèi di Sumer.

A una prima occhiata, sembra che questi dèi (nell'originale sumerico come nelle forme successive accadica, babilonese o assira) ammontino a centinaia; ma se proviamo a classificarli, il quadro si ridimensiona notevolmente. Al vertice vi era un pantheon di Grandi Dèi, tutti imparentati l'uno con l'altro: se togliamo le innumerevoli figure minori - nipoti, pronipoti, ecc. - ne emerge un gruppo di divinità molto più ristretto e coeso, nel quale ciascuno aveva un ruolo preciso da svolgere, poteri e responsabilità ben definite.

I Sumeri credevano anzitutto in divinità "dei cieli", come Apsu, Tiamat, Anshar, Kinshar, che esistevano "prima che le cose fossero create" e che, per quanto sappiamo dalle fonti di cui disponiamo, non erano mai apparsi sulla Terra.

Se guardiamo un po' più da vicino questi "dèi" che esistevano prima della creazione della Terra, ci accorgiamo che essi corrispondono ai corpi celesti che formano il nostro sistema solare, e, come vedremo, i cosiddetti miti sumerici relativi a queste entità celesti sono, in realtà, concetti cosmologici ben precisi riguardanti la creazione del nostro sistema solare.

Vi erano poi divinità minori che stavano sulla Terra. Si trattava di semplici divinità locali, i cui centri di culto erano per lo più piccole città di provincia e che erano preposti al massimo a poche, limitate operazioni: per esempio la dea NIN KASHI ("signora della birra") sovrintendeva alla preparazione di bevande.

Intorno a questi dèi non si tramandavano racconti epici o eroici, essi non possedevano armi portentose né facevano tremare gli altri dèi a un loro cenno. Ricordano molto, in verità, la schiera di giovani dèi che marciava in coda alla processione raffigurata sulle rocce della città ittita di Yazilikaya. Tra un gruppo e l'altro vi erano gli Dèi del Cielo e della Terra, i cosiddetti "antichi dèi". Erano proprio gli "antichi dèi" dei racconti epici, quelli che, secondo quanto credevano i Sumeri, erano scesi dal cielo sulla Terra.

Non si trattava di semplici divinità locali: erano dèi nazionali, o addirittura internazionali. Alcuni si trovavano sulla Terra fin da prima che vi comparisse l'uomo; anzi, si riteneva che l'esistenza stessa dell'uomo fosse il prodotto di un atto creativo deliberatamente perpetrato da queste divinità. Esse erano davvero potenti, capaci di imprese che andavano ben al di là dell'abilità e della comprensione umana; eppure questi dèi non solo avevano un aspetto umano, ma mangiavano e bevevano come gli uomini e provavano tutta la gamma di sentimenti umani, dall'amore all'odio, dalla fedeltà al tradimento.

Anche se nel corso dei millenni i ruoli e le posizioni gerarchiche di certe divinità andarono modificandosi, alcune di esse non abbandonarono mai una posizione di preminenza che le rendeva oggetto di una venerazione internazionale.

Se guardiamo con maggiore attenzione questo gruppo principale, vediamo che esso dà forma a una dinastia di dèi, una sorta di famiglia divina, strettamente legata ma anche aspramente divisa.

Il capo di questa famiglia di Dèi del Cielo e della Terra si chiamava AN (o Anu, nei testi assiro-babilonesi). Egli era il grande padre degli dèi, il loro re; il suo dominio era l'immensa distesa dei cieli e il suo simbolo era una stella. Nella scrittura pittografica sumerica, la stella, oltre a indicare An, significava anche "cieli", "entità divina" o "dio" (derivato di An). Questi quattro significati del termine rimasero invariati attraverso i secoli, anche quando la forma di scrittura si trasformò da quella pittografica sumerica a quella cuneiforme accadica, fino a quella stilizzata babilonese e assira (vedi figura figura sotto)

 
A partire dalla più remota antichità e fino a quando la scrittura cuneiforme cadde in disuso ovvero dal IV millennio a.C. fin quasi alla nascita di Cristo questo simbolo precedette sempre il nome degli dèi, indicando che colui che veniva citato subito dopo non era un mortale, ma una divinità di origini celesti.

La dimora di Anum, la sede della sua sovranità, era nei cieli. È qui che gli dèi del cielo e della terra venivano quando avevano bisogno di un consiglio o di chiedere un favore, ed è qui che si riunivano per dirimere le controversie che sorgevano tra loro o per prendere decisioni importanti. Numerosi testi descrivono il palazzo reale di Anu (i cui portali erano sorvegliati da un dio dell'Albero della Verità e da un dio dell’Albero della Vita), il suo trono, il modo in cui gli si rivolgevano gli altri dèi o come sedevano davanti a lui.

I testi sumerici raccontavano anche di casi in cui non solo agli dèi, ma anche ad alcuni mortali era stato consentito di ascendere alla dimora di Anu, soprattutto con lo scopo di ottenere l'immortalità. Uno di questi casi riguardava Adapa ("modello di Uomo").

Egli era così perfetto e devoto al dio Ea, che lo aveva creato, che Ea fece in modo di mandarlo da Anu. Prima che egli partisse, Ea gli descrisse ciò che lo aspettava.

"Adapa, Stai per andare da Anu, il Capo supremo.
Prenderai la strada che porta al Cielo.
Quando sarai arrivato al Cielo e ti sarai avvicinato alla porta di Anu, lì, in piedi presso la porta, troverai "Colui che porta la vita" e "colui che fa crescere la verità".

Guidato dunque dal suo creatore, Adapa «salì al cielo... e si avvicinò alla porta di Anu». Ma quando gli fu offerta l'occasione di divenire immortale, Adapa rifiutò di mangiare il "pane della vita", convinto che Anu, adirato con lui, gli avesse offerto del cibo avvelenato. Venne quindi rimandato sulla Terra come sacerdote consacrato, ma sempre mortale. Un'eco di questa credenza sumerica secondo cui non solo gli dèi, ma anche certi mortali potevano salire alla dimora divina si ritrova nell'Antico Testamento, dove si parla dell'ascesa al cielo di Enoch e del profeta Elia.

Anu viveva dunque in una dimora celeste, ma i testi sumerici parlano di casi in cui egli discese sulla Terra, sia in momenti di grande crisi, sia per visite cerimoniali (quando era accompagnato dalla sua consorte ANTU), sia (almeno una volta) per fare della pronipote IN.ANNA la sua sposa terrena.

Poiché non risiedeva stabilmente sulla Terra, non si riteneva necessario attribuirgli in via esclusiva una città o un centro di culto, ma si costruì per lui una dimora, o "alta casa", a Uruk (la biblica Erech), dominio della dea Inanna. Tra le rovine di Uruk figura ancora oggi un enorme tumulo artificiale, in cui gli archeologi hanno trovato tracce di un tempio più volte ricostruito - il tempio di Anu, appunto; vi furono scoperti non meno di diciotto strati successivi, segno che si trattava di un sito sacro, che non poteva mai rimanere senza un tempio

 

Il tempio di Anu era chiamato E.ANNA ("casa di An") e, almeno in alcune delle sue fasi, doveva avere un aspetto davvero spettacolare. Secondo la tradizione, erano stati gli dèi stessi a costruirne alcune parti.

«Il cornicione era come rame», «le sue grandi mura arrivavano a toccare le nuvole - un luogo davvero alto fino al cielo»; «era la casa dal fascino irresistibile, dall'incanto senza fine8». E i testi precisano anche qual era la funzione di questo tempio: «la Casa per discendere dal cielo».

 

Una tavoletta proveniente da un archivio di Uruk ci illustra con quale pompa e sfarzo veniva accolta questa specie di "visita di stato" di Anu e della sua sposa. Poiché il documento è alquanto danneggiato, conosciamo la cerimonia solo da un certo punto in poi, da quando, cioè, Anu e Antu erano già seduti nel cortile del tempio. Gli dèi, "esattamente nello stesso ordine di prima", formavano poi una processione, davanti e dietro colui che portava lo scettro. Il protocollo prescriveva quindi: 

"Essi scenderanno nella Maestosa Corte
e si volgeranno verso il dio Anu.
Il Sacerdote della Purificazione solleverà lo scettro,
e colui che porta lo scettro entrerà e si siederà.
Gli dèi Papsukal, Nusku e Shala
si siederanno infine nella corte del dio Anu."
 

Le dee, intanto, "la divina progenie di Anu, le figlie divine di Uruk", portavano un secondo oggetto, di cui non è chiaro il nome e neanche la funzione, a E.NIR, "La casa del letto d'oro della dea Antu". Poi tornavano in processione alla corte, dove Antu era seduta. 

Mentre, secondo un rigido rituale, veniva preparato il pasto serale, un sacerdote spalmava una mistura di "buon olio" e vino sui cardini della porta del santuario in cui più tardi Anu e Antu si sarebbero ritirati per la notte: un atto di cortesia, a quanto sembra, per far sì che la porta non cigolasse mentre le due divinità dormivano. 

Mentre veniva servito il "pasto serale" - diverse bevande e antipasti - un sacerdote-astronomo saliva "all'ultimo piano della torre del tempio principale" per osservare il cielo. 

Doveva aspettare l'ascesa, in una determinata parte del cielo, del pianeta chiamato Grande Anu del Cielo, e quindi recitare due composizioni: A colui che diviene sempre più splendente, il pianeta celeste del Signore Anu e È sorta l'immagine del creatore. 

Avvistato il pianeta e recitate le poesie, Anu e Antu si lavavano le mani con l'acqua di una bacinella d'oro e cominciava a questo punto la prima parte del convito. Poi, anche i sette Grandi Dèi si lavavano le mani con l'acqua attinta da sette grandi recipienti d'oro e si dava inizio alla seconda parte della festa.
Seguiva il "rito del lavaggio della bocca" e i sacerdoti intonavano l'inno il pianeta di Anu è l'eroe del cielo.

Si accendevano delle torce e infine dèi, sacerdoti, cantori e servitori si disponevano in processione e accompagnavano i due visitatori al santuario per la notte. Quattro tra le maggiori divinità restavano nel cortile e vegliavano fino allo spuntare del giorno; altri, invece, montavano la guardia presso altre porte. Tutta la città, intanto, si illuminava e festeggiava la presenza dei due visitatori divini.

A un segnale proveniente dal tempio principale, i sacerdoti di tutti gli altri templi di Uruk dovevano "accendere fuochi con le torce" e altrettanto dovevano fare anche i sacerdoti delle altre città. Poi: 

Gli abitanti di tutta la regione
accenderanno fuochi nelle loro case,
e offriranno banchetti a tutti gli dèi...
Le guardie delle città accenderanno fuochi
nelle strade e nelle piazze.
 

Anche la partenza dei due Grandi Dèi era pianificata fin nei minimi dettagli:

Il diciassettesimo giorno,
quaranta minuti dopo il sorgere del sole,
la porta si aprirà davanti agli dèi Anu e Antu,
ponendo fine al loro soggiorno.
 

La parte finale di questa tavoletta è andata perduta, ma un altro testo con tutta probabilità descrive la partenza degli dèi: la colazione mattutina, le formule di commiato, le strette di mano ("si afferrano le mani") con gli altri dèi. I Grandi Dèi venivano quindi condotti al luogo della partenza su portantine simili a un trono, portate a spalla da funzionari del tempio. 

Una raffigurazione assira, benché molto posteriore, di una processione di divinità ci dà forse un'idea di come Anu e Antu venivano portati in corteo a Uruk (guarda figura sotto).
 

Mentre la processione passava per le cosiddette "strade degli dèi" venivano recitate formule speciali; all'approssimarsi del "molo sacro", poi, si cantavano salmi e inni, finché non si arrivava alla "nave di Anu". Cominciavano allora i riti di commiato e, accompagnandoli con ampi movimenti delle braccia, si recitavano e si cantavano altre formule. 

Infine, tutti i sacerdoti e i funzionari del tempio che accompagnavano il corteo, a cominciare dal sommo sacerdote, offrivano una speciale "preghiera per la partenza": «Grande Anu, che il Cielo e la Terra ti benedicano!», intonavano sette volte. In tal modo essi chiedevano la benedizione dei sette dèi celesti e invocavano gli dèi del Cielo e quelli della Terra. Alla fine, così salutavano Anu e Antu: 

Che gli Dèi del Profondo,
e quelli della Dimora Divina
vi benedicano!
Che vi benedicano ogni giorno -
ogni giorno di ogni mese di ogni anno!
 

Tra le migliaia e migliaia di raffigurazioni di antichi dèi che sono venute alla luce, nessuna sembra rappresentare Anu. E tuttavia egli sembra nascondersi dietro ogni statua e ogni ritratto di ogni re che sia mai esistito, dall'antichità a oggi. Perché Anu non era soltanto il "grande re", il re degli dèi, ma anche colui per grazia del quale altri venivano incoronati re.
Secondo la tradizione sumerica, la sovranità "fluiva" da Anu, e infatti veniva indicata con il termine Anutu ("qualità propria di Anu"). Le insegne di Anu erano la tiara (il copricapo divino), lo scettro (simbolo di potere) e il bastone (emblema del pastore-guida ).

Ai giorni nostri, il bastone del pastore ("pastorale") si trova più nelle mani dei vescovi che in quelle dei re, ma la corona e lo scettro sono tuttora attributi di tutti i re ancora presenti sulla Terra.

Capitolo quarto de: Il Pianeta degli Dèi 

®wld

martedì 28 maggio 2013

Il perfetto sviluppatore e creatore delle cose.

 http://gizidda.altervista.org/images/enki.jpg 

CARATTERI SATANISTI  

Spesso mi sono sentito fare alcune domande: ma chi é il satanista? Quali sono i caratteri che lo contraddistinguono? Come si comporta? Come pensa? Non sono domande facili, perché tutto ciò che la gente sa dei satanisti é ciò che loro é stato detto dai media, dalla Chiesa (servita dai media), e da religiosi di ogni genere che hanno ogni convenienza nel dipingere il satanista come un losco individuo dedito al male.

Questa idea é spesso stata rafforzata da quelli che io definisco “falsi satanisti”, cioè persone che non sanno cosa sia il Satanismo , ma ne vengono affascinati e dichiarandosi satanisti cercano di seguire e vivere quel poco (e sbagliato) che sanno del Satanismo, assumendo caratteri e comportamenti derivanti da una idea errata.

Abbiamo fatto un percorso storico, e abbiamo affermato in una sezione precedente che Satana é l'Avversario. Dunque un satanista vero avrà in se i caratteri di Satana, o meglio, della forma di Satana a cui si sente più vicino. Un satanista teista sarà portato ad assumere caratteri derivanti dalla nozione teista che ha del Satana, dunque magari una avversità alle religioni monoteistiche e al loro tentativo di ingabbiare la conoscenza e lo spirito umano secondo canoni da loro prefissati... un satanista spiritualista, magari, avrà o assumerà caratteri più spirituali ed elevati di quelli di un teista, ma comunque caratteri fideistici.

Un satanista razionalista, ateo o agnostico che sia, assumerà o sarà portato a manifestare caratteri di agnosticismo o ateismo; non é raro vedere satanisti atei razionalisti farsi beffa degli aderenti a un qualsiasi credo, ma questo non è un carattere satanista, é un carattere umano che si rafforza grazie alla componente atea derivante da una idea di Satana come “Ego umano”. E così via....

Credo che la cosa migliore, per capire i caratteri satanisti, sia sempre andare alle fonti, ed esaminare i caratteri delle varie figure che sono servite nel tempo per creare il mito di Satana, in male o in bene. E in parte l'abbiamo fatto quando abbiamo conosciuto i quattro personaggi utilizzati dai “falsificatori” per creare il modello del Satana. Qui é bene entrare in una analisi profonda solo di un personaggio, Enki, il proto- Satana per eccellenza.

Leggendo i vari miti riguardanti Enki saltano all'occhio subito alcune caratteristiche fondamentali: innanzitutto Enki era un profondo amante e sostenitore dell' uomo. E non può essere altrimenti visto che fu proprio lui a crearlo. I due miti chiamati “Enki e Ninmah” e “Atra Hasis” ci raccontano che furono lui e sua sorellastra Ninmah (in alcune versioni al posto di Ninmah compare la moglie Damkina, in altre versioni le due sono identificate come la stessa persona)a creare l’uomo, ma mentre Ninmah fu sempre distante dalle cose umane, Enki fu sempre presente, guidò lo sviluppo della civiltà, intercedette per gli uomini in ogni momento.

Basti ricordare che fu Enki ad avvisare Ziusudra ( il Noè biblico) che sarebbe arrivato il diluvio, e gli consigliò come mettere in salvo se, la sua famiglia, e il seme delle cose viventi in modo che, passato il diluvio, il mondo potesse riprendere a popolarsi. E fu sempre lui a salvare il suo protetto e sacerdote Adapa da punizione certa (mi riferisco al mito chiamato “Adapa e il vento del Sud”) con uno stratagemma che impedì alla stirpe umana di diventare immortale, ma non impedì all' uomo di avere profonda conoscenza delle cose. 

E anche quando Enki agisce contro il genere umano per volere di Enlil, 
confondendone le lingue, lo fa in effetti per uno scopo più nobile. Aveva già creato le razze, dopo il diluvio... non restava che distinguerne le lingue, le culture, per variegare il nuovo mondo. Enki non solo é il creatore della stirpe umana, ma anche il suo più grande mecenate e protettore. 

Inoltre Enki era un grande scienziato. Aveva conoscenze di metallurgia, di tecniche per l' agricoltura, di ingegneria, di edilizia, di medicina e genetica, di matematica e geografia... e dispensava queste cognizioni prima ai suoi figli, dèi anche loro, in primo luogo Ningishzidda e Marduk, e successivamente ai suoi sacerdoti, dai quali le nozioni sarebbero passate ai prediletti esponenti della stirpe umana. 

Si, perchè Enki fu anche colui che istituì il sacerdozio, che iniziò a Eridu, la sua città sacra in terreno mesopotamico - l'unica città di una divinità della sua fazione - mentre tutte le altre erano dedicate a personaggi della fazione di suo fratello Enlil. L'unico altro enkita che provò a costruire una sua città a Sumer, Marduk, fu severamente punito, e anche in questo caso Enki intervenne per salvare suo figlio ma anche gli umani che lo sostenevano.

Donò loro l'Egitto, che millenni prima aveva risollevato dalle acque dopo il diluvio. Fondò quindi indirettamente anche la civiltà egiziana, dove viene ricordato come Ptah “lo sviluppatore”. Fondò i primi insediamenti nell' Africa sudorientale, abitati da rozzi umani - le prime versioni - la cui evoluzione, una volta lasciati da soli nelle loro terre, proseguì più lenta di quella della gente di Sumer, il famoso popolo dalla testa nera di cui ci parlano le leggende, gli abitanti della terra di Shin-ar di cui si parla nella Bibbia. 

Lì, in sud-Africa, la struttura da poco scoperta, e chiamata “Calendario di Adamo”, giace indisturbata dopo 60.000 anni. Si, lì in sud-Africa giace il primo orologio astrologico del pianeta, ma non è la costruzione più antica... infatti gli insediamenti circostanti sembra risalgano a circa 200.000 anni fa. 

Alcuni miti ci raccontano di un Enki ubriacone, lussurioso, che cerca di portarsi a letto la nipote di suo fratello, la bella e furba Inanna, la “puttana di Sumer”. Inanna lo fa ubriacare e gli ruba i ME della civilizzazione (documenti scritti su cristalli). Il fare libertino di Enki ci viene inoltre tramandato da altri miti frammentari...alcuni sono famosi, come “Enki e Ninhursag”, altri sono meno noti, come il mito in cui Enki si unisce a Ereshkigal che gli dà alla luce Ningishzidda. Enki dona a lei il suo regno, l'Apsu, appunto il sud-Africa, che successivamente divenne per i sumeri il mondo di sotto, l'aldilà... il “creato ad arte” mondo degli inferi.

Altri caratteri Enkiti sono l' altruismo ben pesato per poter comunque trarne dei vantaggi, per sè o per la sua stirpe... alcuni tendono a dipingere Enki come un sessantottino che predica e mette in pratica la lussuria, il godersi i piaceri della vita, ma questa a noi sembra una visione abbastanza riduttiva. Enki era un personaggio molto pratico e istintivo, ma sempre con la mente puntata alla mediazione. 

Non é un personaggio orgoglioso, come invece suo fratellastro Enlil.Enki era il primogenito di Anu, ma nonostante ciò, per complicate regole di successione, il comando di Sumer passò al suo fratello minore. Eppure Enki non si ribellò mai a questo, non mosse mai guerra per questo, e quando suo figlio Marduk sfidò la fazione enlilita, contravvenendo alle regole, Enki prese le sue difese pur dovendone pagare lo scotto. Venne privato dei suoi titoli, per aver difeso un figlio testardo ed orgoglioso. Enki mostra amore incondizionato, passione, gioia di vivere e scoprire.

È il perfetto genitore premuroso dell' uomo. Il perfetto sviluppatore e creatore delle cose. 

Tratto dal libro di Alessandro Demontis p. 121-122-123-124-125
http://gizidda.altervista.org/site.html

Enki e l’ordine mondiale – e la battaglia continua ancora oggi

COSA ACCADE NEI NOSTRI CIELI? - GIORGIO PATTERA

L’OZONO POTREBBE INDEBOLIRE UNO DEI PIÙ IMPORTANTI MECCANISMI DELLA TERRA

Una nuova classe globale che modella il nostro futuro comune in base ai propri interessi

Gli umani non sono sovrappopolati - Stiamo invecchiando e diminuendo

Li chiamano effetti collaterali - quando sapevano che sarebbe successo ... Essi sapevano che questo

E c'è chi ancora nega affermando che non siamo una colonia USA…

GUARDA IL CIELO! CHE COSA STANNO FACENDO?

Come osano? come osano fare questo? Questa deve essere la reazione dell’umanità.

Perché questa mancanza di interesse dei nostri cieli?

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