sabato 23 aprile 2016

Si pubblichino, suvvia, le 28 pagine

Giulietto Chiesa: Negli USA si riapre il caso 11 settembre 
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11 Settembre: Trump adotta la nuova versione ufficiale. Ed è nuovo anche lui.


Dai giornali americani: “Il genero di Donald Trump pubblica un articolo sui cospirazionisti sull’11 Settembre: ‘Idioti deleteri, scemi e ciarlatani che teorizzano su Internet su come le Twin Towers siano stata ‘in realtà’ distrutte dagli ebrei, dagli Illuminati,o dagli extraterrestri”. Notizia che assume il suo sapore se si viene informati che il genero di Trump (che ha sposato sua figlia Ivanka) si chiama Jared Kushner, e (da Wikipedia) “è cresciuto in una famiglia ebraica nel New Jersey, s’è diplomato alla Frisch School, una jeshiva privata a Paramus, New Jersey, e allo Harvard College nel 2003 con laurea in sociologia”.

Harvard, e sia pure lo Harvard College è un nome prestigioso di una difficile università. Notizia che assume tutto il suo sapore quando si viene informati (cito da Wiki): “secondo il giornalista Daniel Golden, Kushner e sua fratello Joshua Kushner vi sono stati ammessi nonostante le modeste credenziali accademiche dopo che suo padre ha fatto una donazione di 2,5 milioni di dollari all’università”. Un professore ha descritto l’ammissione di Jared “una scelta insolita per Harvard”, essendo il ragazzo “per nulla al vertice della sua classe”. Papà Kushner, Charles, un immobiliarista di lusso (ha l’ufficio a 666 Fifth Avenue) che ha fatto la ricca donazione, “è stato arrestato per evasione fiscale e donazioni elettorali illegali”.

Questo per sfatare al mito, diffuso tra i goy, che “gli ebrei siano più intelligenti della media”. Jared è la prova incarnata che esistono ebrei stupidi, anche con laurea ad Harvard. E conferma la sua stupidità col farsi saltare i nervi nel mezzo di una finissima operazione di depistaggio in corso nella Washington che conta: la minaccia o decisione di render pubbliche le 28 pagine del rapporto del Congresso Usa sugli attentati dell’11 Settembre, che a suo tempo George Dubya Bush fece segretare, e che provano che fu l’Arabia Saudita, e specificamente la famiglia reale Saud, ad architettare il mega-attentato e pagare la compagnia di attentatori guidata da Mohamed Atta e il suo gruppo di piloti della domenica. Segreto di Pulcinella, perché quelle 28 pagine (sulle oltre 800 del Rapporto della Commissione) sono sì “classificate”, ma qualunque senatore Usa ha potuto leggerle, se voleva. Molti le hanno lette e già da anni vanno sussurrando che incastrano i sauditi. L’ex senatore Bob Graham, che co-presiedeva quella Commissione, lo disse quasi subito.
Poi, per 15 anni, silenzio.

E’ stato proprio Trump, il suocero, a tirar fuori di nuovo le 28 pagine. A febbraio, durante un comizio in South Carolina, ha detto: se mi fate presidente scoprirete chi ha tirato giù davvero il World Trade Center…potete scoprire che sono stati i sauditi, OK?”. Allora parve un colpo quasi diretto a Jeb Bush, il fratello del presidente segretatore, che difatti s’è subito ritirato dalla corsa.

I ‘grandi’ media, che di solito hanno irriso come buffonesche le altre uscite di Trump, questa invece non l’hanno lasciata cadere. Anzi l’hanno ripresa e amplificata, e i politici più in vista l’hanno avallata: il candidato Bernie Sanders (J) ha dichiarato: “Era tempo che si guardasse al coinvolgimento saudita nell’11 Settembre”…La tesi è salita alla luce mediatica sempre pù accreditata, fino alla consacrazione definitiva della trasmissione “60 Minutes” della CBS, il più ufficioso e mainstream dei talk, ed anche uno dei più ebraici (tale è il conduttore, il celebre Dan Hewitt) che ha invitato l’ex senatore Bob Graham, il quale ha confermato: sì, sono stati i sauditi. Adesso tutti i media invocano la pubblicazione delle 28 pagine; la casa regnante saudita minaccia che se quelle pagine vengono rese pubbliche, svenderà i 750 miliardi di Buoni del Tesoro americano che detiene; insomma questa sta per diventare la nuova versione ufficiale: “Sono stati i sauditi”.

Il tutto in coincidenza non casuale col fatto che i rapporti fra i Saud e Washington sono al punto più basso: i monarchi detestano Obama per la pacificazione con l’Iran e per non aver “esportato la democrazia” in Siria rovesciando Assad, e se la sono legata al dito per la nascente industria dello shale oil, che renderebbe gli Usa meno dipendenti dal greggio del Golfo; e Washington ha motivi di vendetta per i conati di politica indipendente dal Protettore che il principino ereditario, “l’impulsivo” Bin Salman, ha provato a mettere a segno di testa sua. Obama, in visita a Ryad, ha consigliato ai Saud e agli emiri del Golfo di introdurre ‘riforme democratiche’ nei loro possedimenti (il che è quasi una minaccia di “esportarvela”) e di ridurre il loro “settarismo”, ossia annacquare la dose di fanatismo nel wahabismo.

Insomma: la nuova versione ufficiale è pronta per l’accettazione generale, dal Presidente ai politici ai media: “I mandanti sono stati i sauditi”. Ma allora perché il genero si scaglia contro gli “idioti scemi e ciarlatani” che non l’accettano? Forse perché l’operazione di revisione della versione ufficiale di prima è comunque un’operazione ad alto rischio. Risveglia cani che dormono: i segugi cacciatori della ‘verità sull’11 settembre’, che raccolte decine di prove del coinvolgimento israeliano nell’attentato, s’erano assopiti per stanchezza. E adesso, svegli, latrano in coro: “No, è stata la Cia col Mossad”.

L’assopimento è scusabile. Son passati 15 anni. La versione ufficiale di prima (“E’ stato Bin Laden”) è stata difesa dai media in modo da almeno, scoraggiare e demoralizzare le critiche dei “complottisti”. Chi oggi ha, poniamo, 25 anni, allora ne aveva dieci: allora non ne capì molto, ed oggi è per lui storia antica. Proprio per loro rievoco qui i tre o quattro fatti accertati, che saranno seppelliti dalla nuova versione ufficiale, se si affermerà.

Larry Silverstein (J) , immobiliarista, amico personale di Netanyahu, il 24 luglio 2001 rileva dal proprietario (la New York Port Authority) l’intero complesso del World Trade Center. E’ un contratto d’affitto per 99 anni, per il quale Silverstein s’impegna a pagare 3,2 miliardi di dollari; naturalmente a rate. Paga la prima (essenzialmente con prestiti bancari) e intanto assicura il complesso di grattacieli con 23 compagnie di assicurazione, per un totale di 3,55 milioni.

Dopo l’attentato e il crollo delle Twin Towers, Silverstein chiederà agli assicuratori il doppio – 7,1 miliardi – pretendendo che i sinistri sono stati due, due essendo gli aerei che hanno colpito le Towers. Ne nacque una battaglia legale, assai complessa, in cui 10 assicuratori poterono dimostrare che il sinistro era stato uno; altri dieci dovettero anno sostenuto che la IM accettare la tesi dei due sinistri. Alla fin fine, Silverstein ha incassato 4,577 miliardi di dollari.

 Secondo alcuni, non senza l’aiuto del giudice Alvin Hellerstein (J), davanti al quale sono passate quasi tutte le cause legali concernenti l’11 Settembre. Il figlio di Hellerstein ha fatto alyah in Israele, abita fra i coloni fanatici nei Territori Occupati, ed è l’avvocato che rappresenta la ICTS ( International Consultants on Targeted Security) la ditta israeliana che gestisce la sorveglianza degli aeroporti, fra cui quelli dove l’11 settembre sono passati i pretesi attentatori islamici.

ZIM Shipping: grossa compagnia di navigazione cargo, per metà posseduta dallo Stato d’Israele, aveva 250 dipendenti, per sistemare i quali aveva preso in affitto l’intero sedicesimo piano e parte del 17mo della Torre 1. Il 4 settembre 2001, la compagnia trasloca con tutto il personale in una nuova sede, a Norfolk Virginia; per risparmiare, aveva poi spiegato la ditta. 

I cospirazionisti han sostenuto che la ZIM in realtà aveva pagato l’affitto della North Tower fino alla fine del 2001, quindi non aveva risparmiato nulla; torme di debunker si sono lanciati a smentire questa circostanza, dicendo che i cospirazionisti se l’erano inventata. Alla fine, questi hanno obbligato la New York Port Authority, in forza del Freedom of Information Act, ad esibire il contratto d’affitto che la ZIM aveva firmato: e così s’è scoperto di peggio. Ossia che la ditta aveva firmato nel 1996 un contratto decennale d’affitto, che spirava nel febbraio 2006. Ossia poteva stare lì altri quattro anni e mezzo.

Invece se ne va il 4 settembre 2001. E la ZIM non aveva interrotto il contratto, né aveva cercato di subaffittare quello spazio che abbandonava, quindi in teoria avrebbe dovuto continuare a pagare l’affitto fino al 2006; si stima, sugli 8 milioni di dollari. Per fortuna sua, la distruzione della Torre Nord l’ha liberata da quell’impegno. Una armatrice preveggente e fortunata.

Gli Israeliani Danzanti. Il giorno 11 settembre, una cameriera segnò alla polizia dei giovanotti che, sul tetto di un furgone parcheggiato al Liberty State Park di Jersey City, “esultavano” , “saltavano su e giù di gioia”, e si fotografavano a vicenda con le Torri in fiamme sullo sfondo, facendo il gesto di “V” con le dita. Fermati col loro furgone, sono risultati israeliani, di nome Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari. 

Lavoravano (illegalmente) per l’agenzia di traslochi Urban Moving Systems, a cui apparteneva il furgone; al momento del fermo, hanno farfugliato scuse come “Non siamo noi i vostri nemici, i vostri nemici sono anche i nostri: gli arabi”. Naturalmente anche su questo evento si sono lanciati i “debunker” per cercre di farlo svanire, di dimostrare che è “un mito complottista”. Ma non è un mito che il proprietario della Urban Moving System, di nome Dominik Suter, israeliano, appena quei suoi lavoranti (tutti ex militari israeliani) sono stati presi, è fuggito in Israele; e in gran fretta, lasciando anche i computer accesi negli uffici; e ricercato dall’FBI, non è più tornato.

Israeliani danzanti, alla tv israeliana
Israeliani danzanti, alla tv israeliana

I cinque ragazzoni sono stati detenuti a lungo dal FBI. Poi sono stati espulsi per aver lavorato in Usa senza permesso, e quindi sottratti a ulteriori indagini, da Michael Chertoff, che il giorno 11 Settembre era il capo della divisione penale nel Dipartimento della Giustizia, e si trovava in New Jersey: qui avocò a sé tutte le prime indagini sull’attentato e guidò le polizie (locale e federale) dove era opportuno. Ne 2005 Chertoff fu elevato da Bush a ministro: capo del nuovo ministero della sicurezza interna, Department of Homeland Security. Michael Chertoff è figlio del rabbino Gherson Baruk, e di Livia Eisen, israeliana, hostess della compagnia di bandiera El Al, e divenuta famosa a suo tempo per aver sventato un dirottamento aereo da parte di palestinesi. 

Michael_Chertoff,_official_DHS_photo_portrait,_2007
Chertoff
Philip Zelikow (la cui identità J è negata da alcuni, sostenuta da altri) è stato il capo del ‘transition team” di Bush jr.; dopo il mega-attentato Bush l’ha nominato direttore esecutivo della Commissione senatoriale sull’11 Settembre: quella dove sono le 28 pagine. In quella veste, è stato lui che ha deciso quali informazioni sulle indagini e d’intelligence passare ai senatori della Commissione, e quali non far loro vedere; anzi, secondo il giornalista Philip Shenon del New York Times, è stato lui, Zelikov, a scrivere, se non ampie parti del Rapporto della predetta Commissione, almeno la “scaletta” di esso, prima ancora che la Commissione si radunasse effettivamente.


Zelikow
Zelikov, che si è auto-definito “un esperto nella creazione e mantenimento di mitologie pubbliche”, nel 1998 scrisse (con Ashton Carter, il ministro della Giustizia l’11 Settembre, e l’ex capo della Cia nonché J John Deutsch) un articolo su Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations, dal titolo: “Catastrophic Terrorim”, in cui speculava sulle conseguenze politiche di un attentato grosso come quello di Pearl Harbor, per esempio la distruzione del World Trade Center. Una vera profezia.  


Nel 2004, Zelikow ha riconosciuto pubblicamente che le guerre ingaggiate nel mondo islamico dagli Usa non erano la risposta ad una minaccia contro gli Usa, ma “Per la sicurezza di Israele; una minaccia che non osa dire il suo nome, perché francamente gli europei non sono molto preoccupati di questa minaccia, e quanto al governo americano, non la dichiara troppo, perché non è una causa popolare”.

http://www.vdare.com/articles/philip-zelikow-and-the-iraq-threat-that-dare-not-speak-its-name 

Difficile essere più espliciti di così.

Chi vuole, può controllare ciò che ho rapidamente riportato su “history commons”, sito collettivo che titanicamente raduna, in ordine cronologico, tutte le prove della versione ’non ufficiale”, con a fianco le fonti. Fatelo prima che scompaia.

http://www.historycommons.org/project.jsp?project=911_project

La nuova versione ufficiale è vantaggiosa per tutti. Il senatore Chuck Schumer, J, democratico di New York, ha fatto passare una legge su misura, secondo cui “l’immunità diplomatici di cui godono i capi politici stranieri non si applica se la nazione che guidano ha ucciso cittadini americani sul suolo americano”: così le famiglie delle vittime dell’11 Settembre potranno trascinare in giudizio i Saud par farsi pagare profumati risarcimenti. Soldi li hanno.

Washington potrà operare un “cambio di regime” a Ryad, magari tramite i classici bombardamenti. Anche se non credo: i Saud “faranno le riforme” (come Renzi o Monti) , e pagheranno una multa colossale di decine di miliardi alla giustizia federale Usa, come già ha dovuto fare Volkswagen. 


Il furgone dei danzanti

Il New York Times ha già preconizzato come andrà a finire nel suo editoriale del 22 aprile: “Il ristabilimento delle relazioni, ora rotte, con l’Arabia Saudita, richiede che tutti i fatti siano conosciuti”. Si pubblichino, suvvia, le 28 pagine.  
Anche l’Establishment, specie quello repubblicano, ha cessato di essere terrorizzato da Trump, e non cercherà più di sbarragli il passo verso la Casa Bianca con tutti mezzi e colpi bassi possibili. E’ molto tranquillizzato. Donald ha persino detto che tutta la storia degli israeliani danzanti è un mito complottista. Antisemita.

“Mister Trump ha riconosciuto la necessità di rimodellare il suo personaggio, e che la sua campagna deve cominciare collaborare con l’Establishment politico; poiché è vincente, non è interessato a cambiare le regole”, ha detto Paul Manafort, il manager della sua campagna, lobbista di grandi qualità (faceva lobby anche per i Saud, pensate).



E i media? Ormai non vedono più in Donald Trump l’impresentabile pagliaccio, il ridicolo rozzo sessista, razzista, politicamente scorretto; di colpo ravvisano in lui  le doti intellettuali dell’Uomo di Stato,  la dignità, l’eleganza, la allure adeguata al prossimo inquilino della Casa Bianca. Anche la Botteri, nel suo piccolo, comincia a descrivercelo nella nuova veste dignificata di Statista.  Un nuovo presidente per una nuova versione ufficiale: cosa volete di più?


venerdì 22 aprile 2016

L'ideologia della crescita


Oggi, si celebra "La Giornata della Terra" e in occasione dell'inizio della conferenza al Palazzo di Vetro dell'Onu, a New York, dove 165 paesi si sono riuniti sull'accordo di Parigi lo scorso dicembre inerenti al riscaldamento globale, vale la pena fare alcune considerazioni, anche che se pur utopistiche. 

Non so cosa i partecipanti metteranno in atto (oltre al rimanere sotto i due gradi per frenare il global warming) per evitare conseguenze catastrofiche. Il leitmotiv è sempre quello: La CO2, dimenticando completamente (se non incentivarla) la sfrenata crescita economica ormai non più comprensibile in "un mondo finito", "con un ecosistema già fortemente compromesso".
 

L'eclatante menzogna della crescita 
come panacea di tutti i mali della società. 

Con questo breve saggio intendo smentire con la forza della ragione quei millantatori che presentano la tesi del "creare più lavoro facendo crescere l'economia" come se fosse una panacea per tutti i mali della società.

La crescita del PIL, e il relativo aumento dei consumi, forse risolveranno temporaneamente la crisi occupazionale, ma di certo incrementeranno anche l'impatto ambientale e condanneranno gli esseri umani ad un lavoro totalizzante.

E tutto ciò dovrebbe accadere in un mondo con un ecosistema già fortemente compromesso, dove i lavoratori devono sacrificare 8 ore al giorno della propria unica esistenza per il lavoro, bene che vada, a prescindere dalla propria volontà.

Ma che senso ha far crescere l'economia se poi questa crescita non si traduce in un maggior tempo libero, in un minor inquinamento ambientale o in un qualche incremento di felicità per l'umanità? 


Inseguiamo ciecamente la crescita economica, ma ci siamo mai fermati un istante a domandarci se questo processo sia sostenibile?

La risposta non può che essere sì, nel breve termine, e no, nel lungo termine. Viviamo in un mondo finito ed è fisicamente impossibile che la crescita dell'economia possa continuare in modo indefinito.

I principali indicatori ambientali, uno su tutti l'Ecological Footprint, ci dicono chiaramente che abbiamo superato di gran lunga i limiti che sanciscono la sostenibilità.

Assistiamo quotidianamente ai primi segnali di un collasso dell'ecosistema che però, al motto di “più crescita per tutti”, stiamo follemente ignorando.

Pensiamo di essere delle divinità onnipotenti che operano in uno spazio infinito, ma in realtà siamo simili a dei batteri insignificanti intrappolati in una capsula di Petri intenti a consumare il nutrimento di cui disponiamo più velocemente di quanto quest'ultimo riesca a rigenerarsi.

Potremmo continuare a fingere che non esistano limiti dovuti alla finitezza del pianeta sul quale viviamo, ma prima o poi pagheremo a caro prezzo le conseguenze delle nostre illusioni.

Che cosa dovrebbe fare un'economia sana che agisce in un mondo finito?

Inizialmente dovrebbe crescere, per poi tendere asintoticamente verso il limite imposto dalla finitezza del pianeta, esattamente quel limite che sancisce la sostenibilità.

A quel punto si potrebbe agire sull'efficienza, ad esempio concentrandosi sull'incremento della qualità e non della quantità.

Ma si dà il caso che noi abbiamo già superato tale limite, quindi un qualche tipo di decrescita economica è inevitabile.

Sta a noi scegliere se continuare a correre sempre più veloci per scontrarci contro un muro o rallentare per deviare dalla rotta di collisione, salvando l'umanità da un tremendo impatto.

Non tutte le strategie per decrescere sono uguali: si può decrescere in modo stupido provocando gravi ripercussioni sociali, o lo si può fare con intelligenza migliorando le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi.

La decrescita infatti non è necessariamente una cosa negativa, come politici ed economisti al servizio del capitale intendono farci credere.

O meglio, non è un male per gli esseri umani in generale, ma lo è senza alcuna ombra di dubbio per tutti coloro che intendono realizzare profitti. Cerchiamo di capire perché.

Che cosa accadrebbe all'economia se non ci fossero più guerre, se gli oggetti durassero a lungo e gli esseri umani smettessero di fumare e non si ammalassero più di cancro?

Miliardi e miliardi di dollari di profitto svanirebbero, il PIL collasserebbe e di certo l'economia crollerebbe sotto il peso delle sue contraddizioni. Un'eclatante crisi occupazione causerebbe ancor più eclatanti problemi sociali.

Ma eliminare le guerre, diminuire le malattie e produrre oggetti durevoli, riducendo anche l'inquinamento ambientale, sarebbe un male o un bene per gli esseri umani?

Bisogna intenderci sui fini delle nostre azioni: vogliamo continuare a far crescere l'economia per salvarla dalle sue contraddizioni, o vogliamo salvare l'umanità dalle contraddizioni dell'odierna economia?

La drastica diminuzione del PIL lascerebbe gran parte delle persone disoccupate... vediamo quindi come si potrebbe risolvere la crisi occupazione senza alcuna necessità di far cresce l'economia.

Il lettore imbevuto dell'ideologia crescitista probabilmente resterà sconcertato scoprendo che esistono almeno tre soluzioni praticabili.

Numero uno: si può ridurre l'orario di lavoro, in modo tale che tutti tornino a lavorare, così come sostenuto in quel famoso motto che andava tanto di moda negli anni '70.

Numero due: si può istituire un reddito d'esistenza, universale ed incondizionato, in modo tale che tutti abbiano la certezza di poter vivere in modo più che dignitoso, anche senza lavorare.

Numero tre: si possono togliere i mezzi di produzione dalle grinfie dei capitalisti, iniziando ad impiegarli per produrre beni e servizi necessari e di elevata qualità in modo quanto più possibile automatizzato, al fine di distribuirli a tutti, senza pretendere alcun prezzo, guardando alle vere esigenze dei membri della società e non al profitto.

Cerchiamo di analizzare brevemente pregi e difetti di queste soluzioni così “alternative” rispetto al pensiero dominante.

La proposta di ridurre l'orario è senz'altro attuabile ed ha il grande merito di diminuire il tempo dedicato al lavoro che oggi è paradossalmente totalizzante.

Perché dico “paradossalmente”? Perché ciò accade nell'epoca in cui la tecnologia può sostituire grandemente l'uomo nel lavoro, in modo decisamente efficiente e soprattutto automatizzato.

Se le automazioni ed i sistemi informatici possono lavorare al posto degli esseri umani, per quale assurdo motivo continuiamo a lavorare al posto loro?

Ad ogni essere umano dotato di un quoziente d'intelligenza di poco superiore a quello di uno scimpanzé, sembrerebbe ragionevole sfruttare questa grande opportunità... e invece no!

Solo per fare un esempio tra i più eclatanti: nei supermercati non ci sono casse automatiche ma commesse che sprecano la loro vita davanti a calcolatrici semi-automatiche.

In generale, c'è una forte inerzia che c'impedisce di sostituire i lavoratori umani con delle automazioni, perché altrimenti diminuirebbe l'occupazione.

Ma ancora più paradossale, è che il sistema riesca a convincere i lavoratori di dover essere addirittura grati per l'“opportunità” che gli viene concessa, vale a dire l'opportunità di essere schiavi di un lavoro inutile che non è più necessario, perché potrebbe essere svolto da qualche apparato tecnologico.

Simili dinamiche, a mio avviso, rappresentano una follia sociale e devono assolutamente essere eliminate.

Se una macchina è in grado di svolgere un lavoro al posto degli esseri umani, quella macchina deve svolgere quel lavoro.

È compito del sistema economico fare in modo che l'automatizzazione del lavoro rappresenti una dinamica auspicabile, e che quindi possa avvenire senza generare alcun problema sociale.

Diminuendo l'orario di lavoro, si potrebbe ripristinare la piena occupazione a prescindere dal quantitativo di lavoro sottratto all'umanità dalle automazioni; e così si potrebbero arginare le criticità dovute al fenomeno noto come "disoccupazione tecnologica".

La diminuzione d'orario, però, implicherebbe anche una diminuzione dello stipendio, che, almeno in prima battuta, potrebbe essere facilmente eliminata integrando i salari.

Come? Redistribuendo la ricchezza esistente.

E non mi si venga a dire che “non si può fare”, perché in un mondo dove l'1% della popolazione ha accumulato una ricchezza complessiva pari a quella del restante 99% (fonte Oxfam 2016), redistribuire la ricchezza non solo è possibile ma è doveroso.

Possiamo ora prendere in considerazione la soluzione numero due.

Il reddito d'esistenza, universale ed incondizionato, ha il grande pregio di eliminare l'obbligo del lavoro, pur garantendo a tutti di vivere. Il che, a mio avviso, rappresenta un enorme progresso dal punto di vista sociale.

Tutti gli individui dovrebbero avere la certezza di poter vivere dignitosamente solo ed esclusivamente per il fatto di essere umani, ed il lavoro non dovrebbe essere una costrizione, come invece accade oggi per i più, ma una libera, matura e volontaria espressione dell'essere di ogni individuo.

Con il reddito d'esistenza entrambi gli obiettivi sarebbero immediatamente raggiunti.

Nel futuro le macchine prenderanno sempre di più il posto degli uomini nel mondo del lavoro e ad un certo punto si dovrà accettare l'idea di svincolare il reddito ricevuto dal lavoro effettuato.

Un simile passo, prima o poi, dovrà essere attuato, perché entro qualche decennio il costo delle automazioni scenderà notevolmente, e il lavoro umano potrebbe diminuire a tal punto da non essere più necessario (o quasi).

La concessione di un reddito d'esistenza consentirebbe di eliminare ogni sorta di criticità dovuta all'eccessiva povertà, come ad esempio fame, furti, impossibilità di accedere alle cure mediche e così via; inoltre, i processi produttivi potrebbero essere automatizzati, senza più alcun problema dovuto alla creazione di disoccupazione.

Si può davvero dare un reddito a tutti senza nessun obbligo di lavorare?

Certo che si può fare, o meglio, si sarebbe potuto fare agevolmente se i “lungimiranti” politici non avessero ceduto la sovranità monetaria a banche centrali private ed indipendenti (come nel caso della BCE).

Così come gestito oggi, il denaro è il più grande mezzo di dominio dell'umanità. Ma se il popolo riuscisse a impadronirsi della gestione della moneta, potrebbe compiere un primo grande passo verso la libertà, eliminando debiti immaginari e concedendo un reddito d'esistenza degno di questo nome a tutti gli esseri umani.

Il secondo e assai più importante passo da compiere consiste nel liberare il pensiero dalle logiche del profitto, ponendo al primo posto tra i nostri fini il raggiungimento del benessere di tutti gli esseri viventi.

A quel punto si potrebbe perfino pensare di pianificare l'economia avvalendoci di una rete di calcolatori ed eliminando l'uso del denaro. Arriviamo così alla terza soluzione.

Ci sono beni che non devono avere un prezzo come l'aria o l'acqua, ad esempio, e perché no, anche del buon cibo, un'istruzione elevata, trasporti, cure mediche, un'abitazione e qualche capo di vestiario di qualità.

Alla luce dell'odierna conoscenza scientifico-tecnologica, che cosa c'impedisce di fornire gratuitamente a tutti gli esseri umani un insieme essenziale di beni e servizi, se non una mera questione di volontà?

Di certo non mancano i mezzi e le risorse per farlo, è solo che il nostro agire non guarda a quel fine, così come non guarda all'efficienza, ma pensa solo al profitto.

Ormai siamo abituati all'idea che i mezzi di produzione debbano essere di proprietà privata, e che i loro possessori abbiano il diritto di impiegarli a proprio vantaggio, inseguendo il profitto e sfruttando in modo indiscriminato risorse e altri esseri umani.

Ma se ci fermassimo a riflettere, scopriremmo immediatamente che non c'è niente di più sbagliato di una simile organizzazione sociale.

In nome della proprietà privata e della competizione finalizzati al profitto personale, abbiamo costruito la più distopica delle società, nella quale non ci si preoccupa degli altri ma si pensa a come sottometterli per sfruttali; non si guarda alla sostenibilità ambientale ma a quanto utile in più si può ricavare consumando il petrolio piuttosto che l'energia derivante dalle fonti rinnovabili; la malattia non è un male da eliminare ma una condizione profittevole da ricercare... e così via di assurdità in assurdità.

Le risorse dovrebbero essere comuni, così come i mezzi necessari per trasformarle, ed il fine non dovrebbe essere il profitto ma l'interesse generale.

L'economia non dovrebbe basarsi sul libero mercato ma dovrebbe essere scientificamente pianificata al fine di soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri viventi, con la massima efficienza ed in modo sostenibile.

Non dovrebbero esistere fabbriche dei capitalisti e lavoratori che mendicano il lavoro per sopravvivere, ma fabbriche dell'umanità nelle quali lavorano dei robot che producono ciò che serve agli esseri umani per vivere in libertà.

Capisco che tutto ciò richieda un'evoluzione della coscienza che è ancora di là da venire, ma non per questo una simile soluzione si può escludere dal dominio delle umane possibilità.

Un eclatante punto di criticità risiede nell'attuale paradigma economico capitalistico che deve essere superato.

Ma se vogliamo seriamente risolvere le problematiche non possiamo soltanto limitarci a cambiare l'economia, dobbiamo elevare anche il nostro livello di pensiero, con una nuova concezione socio-economico-culturale.

La diminuzione d'orario a stipendio invariato e/o la concessione di un reddito d'esistenza, sono dei passi necessari per risolvere le odierne problematiche che devono assolutamente essere attuati.

Ma purtroppo funzioneranno solo nel breve termine; nel lungo termine infatti perderanno la loro efficacia, perché non intervengono alla radice dei problemi, eliminando le vere cause delle criticità.

Il loro limite consiste nel restituire ossigeno al sistema capitalistico, mantenendo in essere le sue logiche.

Ad esempio, l'idea di produrre per realizzare profitto resterebbe in essere, con tutte le distorsioni che ne derivano, come un iper-consumo inutile e dannoso.

L'umanità sarebbe un po' più libera dal lavoro, ma ci sarebbe comunque sfruttamento da parte dell'uomo sull'uomo. E ci sarebbe ancora divario sociale, pur essendo attenuato in qualche misura.

Con la nuova disponibilità di reddito, e la spinta dovuta all'inseguimento del profitto, i consumi tornerebbero a crescere, e con essi l'impatto ambientale.

È chiaro quindi che come minimo si debba ripensare l'approccio alla produzione (e al consumo), svincolandolo dall'idea del profitto e orientandolo all'efficienza e all'utilità.

Ma il sistema capitalistico basato sulla moneta debito non può fare a meno di crescere, perché se non cresce è intrinsecamente condannato a fallire.

Quindi, se s'intende spezzare questo circolo vizioso basato sulla ricerca della crescita per la crescita, è altresì necessario ripensare i fondamenti dell'economia.

I problemi dell'odierna società non possono essere risolti continuando a preservare le logiche del sistema capitalistico, perché da esse sono generate.

Dobbiamo comprendere che il problema non consiste nel lavoro che non c'è, o in quello che mancherà a causa del crescente impiego della tecnologia, ma nella più totale incapacità dell'attuale sistema economico di impiegare le automazioni e i sistemi informatici basati sull'intelligenza artificiale a vantaggio di tutti.

Non si tratta di creare più lavoro in modo da ottenere la piena occupazione, ma di diminuire il lavoro umano delegandolo alle automazioni, per quanto possibile, facendo in modo che gli esseri umani possano comunque usufruire dei beni e dei servizi realizzati e forniti dal sistema.

Non è una questione di far crescere l'economia ma d'iniziare a guardare all'efficienza per assicurare la sostenibilità.

Non ci servono più beni di scarsa qualità per realizzare un maggior numero di vendite, ma meno beni di alta qualità costruiti per durare a lungo, in quantità tali per fare in modo che tutti possano disporne.

Non dobbiamo aumentare i profitti, ma la libertà, l'uguaglianza e la felicità.

Se daremo ancora una volta ascolto agli ideologi della crescita, alimenteremo le disgrazie dei molti per il vantaggio dei pochi.

Mediante un iper-lavoro ed un iper-consumo inutili condanneremo i lavoratori ad una vita da schiavi e comprometteremo ulteriormente l'ecosistema del pianeta sul quale viviamo.
L'unica cosa che dovrebbe crescere non è l'economia, ma la nostra umanità.

Mirco Mariucci

http://utopiarazionale.blogspot.it/2016/04/leclatante-menzogna-della-crescita-come.html

giovedì 21 aprile 2016

Il Crollo della Civiltà Sumero/Accadica

di Alan F. Alford
IL CROLLO IMPROVVISO DI SUMER

La misteriosa nascita della civiltà di Sumer quasi 6000 anni or sono trova corrispondenza nell'altrettanto improvviso e misterioso suo declino. Le circostanze di questa fine non non vengono di solito affrontate nei libri di storia. Ci spiegano che questa meravigliosa civiltà finì con l'avere una rivale nel vicino e altrettanto misterioso impero di Accad, e che intorno al 2000 a.C. sia i Sumeri che gli Accadi scomparvero senza un motivo apparente.

Ci viene detto che due nuove civiltà, quella babilonese e quella assira, spuntarono dal nulla e assunsero il controllo della Mesopotamia. Tutti questi semplicismi sembrano servire solo ad addormentare la questione. Eppure, esistono abbondantissime documentazioni che descrivono la caduta di Sumer: come mai, allora, non compaiono nei libri di storia?

La risposta è questa: la natura del definitivo disastro che colpì i Sumeri disorientò loro tanto quanto disorientò gli studiosi. La descrizione lasciata dai Sumeri della catastrofe è talmente strana che si è scelto di considerarla mitologia. Ma è una realtà archeologica il fatto che la morte di Sumer sia aggiunta all'improvviso.

Nel 1986 Zecharia Sitchin propose un'ipotesi plausibile relativamente all'uso di armi nucleari a ovest di Sumer, in un'epoca che coincide proprio con il misterioso crollo di quella civiltà. Discuteremo più avanti questa ipotesi, ma intanto proviamoci a considerare l'asserzione di Sitchin, secondo il quale i Sumeri vennero decimati dalla ricaduta sulla superficie terrestre di polvere di materiale radioattivo.

Le prove sono racchiuse in testi noti come "lamentazioni" per la distruzione di molte città sumere. Le traduzioni che seguono sono state pubblicate dal massimo esperto di Sumer, il professor Samuel Kramer.
Sulla Terra (Sumer) cadde una calamità
sconosciuta all'uomo una che mai prima fu vista,una che non poté essere sopportata.Una grande tempesta dal cielo ...
Una tempesta che uccideva la Terra ... 
Un vento maligno, come un torrente impetuoso ...
Una cruenta tempesta unita a un calore divampante ...
Privava di giorno la terra di sole splendente,
la sera le stelle non rilucevano.
Le persone terrorizzate a malapena respiravano;
le ghermiva il vento maligno
senza concedere loro un altro giorno ...
Le bocche erano piene di sangue,
le teste nel sangue sguazzavano ...
Il volto era reso pallido dal vento maligno.
Provocò la desolazione nelle città,
la desolazione entrò nelle case;
le stalle divennero desolate, 
e vuoti gli ovili ...
I fiumi di Sumer fece scorrere
con un'acqua amara;
i campi ben arati diedero gramigna,
nei pascoli crebbe erba appassita.
La natura del disastro fu tale che neppure gli dèi poterono farvi fronte. Una tavoletta intitolata Il lamento di Uruk racconta:
Così gli dèi tutti evaquarono Uruk;
lontano si tennero;
si nascosero nella montagna,
fuggirono nelle lontane pianure.
Un altro testo, intitolato Il lamento di Eridu, Enki e sua moglie Ninki fuggono dalla città di Eridu:
Ninki la sua grande signora, volando come un uccello lasciò la sua città ...
Padre Enki rimase della città all'esterno ...
Per il destino della sua città ferita pianse lacrime amare.
Negli ultimi cento anni sono state rinvenute numerose tavolette sumere contenenti lamentazioni riguardanti Uruk, Eridu, Ur e Nippur. Esse indicavano che tutte le città vennero colpite contemporaneamente dal medesimo fenomeno. Ma non c'è accenno ad azioni di guerra, un argomento assai consueto per i cronisti di Sumer.

Al contrario, il disastro viene presentato non come "distruzione" bensì come "desolazione". Uno studioso, Thorkid Jacobsen ha tratto la conclusione che Sumer fu colpita non da degli aggressori, bensì da una catastrofe pura e semplice, di natura inspiegabile.

Come i testi spiegano, ciò che colpì le città sumere era un <<vento malvagio>> che recò morte con un invisibile fantasma, cosa <<che mai prima fu vista>>. Nessuna meraviglia che taluni abbiano interpretato questa sciagura come il risultato della ricaduta di polvere e di materiale radioattivo.

Quali alternative potrebbero esserci? E' possibile che si sia trattato di un'epidemia senza precedenti? Certo, è possibile ma non scordiamo le descrizioni lasciate dai Sumeri, che raccontano di acque divenute amare, di persone che vomitano sangue, di vittime tra gli animali oltre che tra gli uomini, tutte cose che indicano come non si sia trattato di malattie quali oggi conosciamo.

Inoltre, diversi testi contenenti le lamentazioni, come quello già citato, fanno riferimento a una <<tempesta>> che si accompagnava all'invisibile fantasma. Coloro che hanno esperienza con l'invisibile radioattività conseguente a una esplosione nucleare non potrebbero descriverla meglio. 

Nel Sinai pietre bruciate ricoprono un sottosuolo di colore chiaro
capitolo 10: "2024 A.C. LA CATASTROFE NUCLEARE"
p: 254-255-256   

mercoledì 20 aprile 2016

Trilateral Commission al Quirinale


Lo Stato Italiano e la Commissione Trilaterale 

Il presidente della Repubblica Italiana accoglie al Quirinale la Commissione Trilaterale – una organizzazione paramassonica molto potente - e la elogia. Credo che questo dica molto, ma veramente molto. Anche l’Italia è controllata e influenzata dalla Commissione Trilaterale che conduce al Nuovo Ordine Mondiale

  

Ora, che cos’è la commissione trilaterale?   

La Commissione Trilaterale (in inglese, Trilateral Commission) è un gruppo non governativo e non partitico di studio-discussione sorto nel giugno del 1973 per opera dell’Illuminato David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di altri dirigenti e notabili, tra cui l’ebreo Henry Kissinger (ex segretario di Stato USA) e Zbigniew Brzezinski (che fu consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza di Jimmy Carter). La Trilaterale conta oltre trecento membri (uomini d’affari, politici, intellettuali) provenienti dall’Europa, dal Giappone e dall’America Settentrionale, e ha l’obiettivo di promuovere una cooperazione più stretta tra queste tre aree (di qui il nome). Ha la sua sede sociale a New York.

Tra i membri italiani si annoverano tra gli altri: Mario Monti, l’attuale presidente del Consiglio dei ministri italiano nonché senatore a vita e presidente dell’Università Bocconi, che nel 2010 era diventato presidente europeo della Commissione Trilaterale, e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, ma che a seguito della nomina a presidente del Consiglio si è dimesso da questi incarichi il 24 novembre 2011; John Elkann, presidente di Fiat SpA, Exor e della Giovanni Agnelli e C; Enrico Letta, politico italiano e attuale vicesegretario del Partito Democratico; e Marco Tronchetti Provera, imprenditore e dirigente d’azienda italiano (da Wikipedia). 

Lo scrittore e giornalista francese Jacques Bordiot (1900 – 1983) ha affermato riguardo ai membri della commissione, che 
‘il solo criterio che si esige per la loro ammissione, è che essi siano giudicati in grado di comprendere il grande disegno mondiale dell’organizzazione e di lavorare utilmente alla sua realizzazione’ e che ‘il vero obiettivo della Trilaterale è di esercitare una pressione politica concertata sui governi delle nazioni industrializzate, per portarle a sottomettersi alla loro strategia globale’.(‘Présent’, 28 e 29 gennaio 1985).
E il senatore americano Barry Goldwater (1909-1998) nelle suo libro With No Apologies ha scritto che
‘il vero impegno della Trilaterale è la creazione di un potere economico mondiale superiore al governo politico delle nazioni implicate. Essi sono convinti che lo sfrenato materialismo che si propongono di creare possa superare le differenze esistenti. In quanto dirigenti e creatori del sistema, governeranno il futuro’ (citato in Arthur Goldwag, Il Libro che la Massoneria non ti farebbe mai leggere, pag. 206).
Tratto dal libro “La massoneria smascherata” di Giacinto Butindaro

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http://www.ilmoralista.it/wp-content/uploads/untitled32.pngL’EUROPA DI OGGI, SEMPLICE E IGNARA PEDINA NELLA “GRANDE SCACCHIERA” DISEGNATA DA ZBIGNIEW BRZEZINSKI 

Per capire l’attuale stato dell’Unione Europea, più che le fesserie dette di volta in volta da politicanti ora di finta destra ora di finta sinistra, è indispensabile leggere un libro di Zbigniew Brzezinski, “La Grande Scacchiera”, pubblicato da Longanesi nel lontano 1997. Il libro in questione non è facilmente reperibile e, dopo averlo letto, la cosa non stupisce.

Brzezinski, per chi non lo sapesse, è uno dei più influenti player della politica americana da molti anni; appartenente al primo cerchio del potere globale, già ideatore e fondatore di consessi paramassonici potentissimi come la “Trilateral Commission”, Brzezinski fa parte di quella categoria di uomini che i fatti non li analizza: li determina.

L’autore ha il dono di parlare chiaro, dipingendo la realtà senza concedere nulla né alla “forma” né al “garbo”. I Paesi “amici” dell’America vengono definiti senza tanti giri di parole “Stati vassalli”, da blandire o minacciare a seconda degli interessi contingenti delle élite statunitensi. Brzezinski parte da un dato di fatto: Gli Stati Uniti esercitano oggi una indiscutibile leadership sul piano globale, leadership che il definitivo crollo dell’impero sovietico ha reso esclusiva e assoluta.

Come mantenere e consolidare un simile primato negli anni a venire? Il libro si snoda intorno a questa priorità, approfondita da Brzezinski con approccio tanto lucido quanto cinico. Il politologo di origine polacca individua nell’Eurasia la zona strategica da presidiare sull’assunto che chi “comanda in Europa comanda nel mondo intero”.

Per gli Stati Uniti quindi è decisivo non perdere influenza nel Vecchio Continente, favorendo un progressivo processo di unificazione trainato dall’asse franco-tedesco. Brzezinski sostiene inoltre che, nell’ottica americana, è preferibile avallare la leadership dei tedeschi, considerati più “gestibili” rispetto ai francesi ancora nostalgici di una “grandeur” che ne gonfia l’ego rendendoli più imprevedibili.

La Germania, invece, anche per i trascorsi nazisti, senza l’ombrello militare a stelle e strisce non godrebbe di nessuna legittimazione in campo internazionale, onde per cui un eventuale processo di disallineamento da parte delle classi dirigenti teutoniche rispetto agli ordini impartiti da oltre Oceano viene considerato altamente improbabile. Brzezinski, fautore di un progressivo allargamento ad est dell’Europa (cosa poi puntualmente avvenuta), individua per tempo nella Russia il principale antagonista di un simile progetto, dimostrando anche in questo caso di possedere una certa “lungimiranza”.

I semi delle odierne tensioni in Ucraina sono già presenti all’interno delle pagine de “La Grande Scacchiera” (pubblicato, lo ricordiamo, quasi venti anni orsono), allorquando Brzezinski preconizza il futuribile ingresso della Patria di Poroshenko nella grande famiglia della Ue in un periodo che va dal 2005 al 2010. Nel rapporto con l’Europa l’autore tradisce sentimenti ambivalenti: da un lato ritiene indispensabile scoraggiare il possibile riemergere di nazionalismi intraeuropei non funzionali al controllo americano sul Continente; dall’altro però coglie come una Europa politicamente unita avrebbe tutte le carte in regole per ristabilire in termini paritari il rapporto-ora di “puro vassallaggio”- con lo zio Sam.

La paralisi odierna è tutta racchiusa nell’analisi di Brzezinski. Ai manovratori serve una “Europa unita ma non troppo”. La lettura del libro in argomento è utile anche per capire le fisime sulle politiche di austerità, considerate da Brzezinski funzionali non tanto al rilancio dell’economia, quanto indispensabili per risvegliare lo spirito di un popolo - quello europeo - ora ripiegato a causa dell’eccesso di benessere. Una tesi che ricorda la “riscoperta della durezza del vivere” teorizzata da un altro bel personaggio come Tommaso Padoa Schioppa.

E’ interessante notare infine come Brzezinski, legato a doppio filo ai principali circuiti massonici mondialisti, individui proprio nel “cristianesimo” il collante culturale buono per accelerare il progetto di integrazione comunitaria. A pagina 83 del suo libro l’autore rivendica infatti come “imprescindibile, sul piano politico ed economico, l’azione civilizzatrice dell’Europa cristiana, depositaria di una antica eredità religiosa comune”.

Nel libro “Wojtyla segreto” di Galeazzi e Pinotti, d’altronde, si ricostruiscono gli strettissimi rapporti intercorsi fra Giovanni Paolo II e lo stesso Brzezinski, quest’ultimo fortemente sospettato di avere recitato un ruolo nell’elezione del papa polacco, secondo solo a quello esercitato dallo “Spirito”.

Francesco Maria Toscano 

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#Monica Raccontaci ... 

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martedì 19 aprile 2016

Impatto biologico dei nostri telefoni cellulari


Nuovi pericoli correlati all’uso dei telefoni cellulari 
che tutti devono conoscere

Dr. Mercola

Se pensate che l’uso dei telefoni cellulari non sia pericoloso per la vostra salute, allora dovreste trovare il tempo di leggere cosa ne pensa la Dott.ssa Devra Davis autrice di “Disconnect – La verità sulle radiazioni da telefoni cellulari” che ha fatto delle ricerche approfondite sui pericoli delle radiazioni emanate dai cellulari.

Come molti di noi, quando iniziò i suoi studi, la Dott.ssa Davis non pensava che i telefoni cellulari potessero essere pericolosi. Ma oggi, basandosi su prove tossicologiche ed epidemiologiche è convinta che le radiazioni da cellulare non solo siano pericolose, ma addirittura, che possano essere letali.

Nelle sue conferenze la Davis spiega come l’impatto biologico dei nostri telefoni cellulari non sia legato alla potenza del segnale emesso dal dispositivo, quanto dalla frequenza irregolare in grado di interferire con il DNA.

Questa teoria, secondo la Davis, fornirebbe le risposte sull’insorgenza di una vasta gamma di patologie, cancro compreso…

Può il nostro cellulare provocare il cancro?

Un caso molto interessante, che può essere un utile avvertimento sul potenziale cancerogeno delle radiazioni da telefono cellulare, è quello di una giovane donna affetta da cancro al seno con la presenza di diversi focolai di metastasi. Indagando sulle abitudini della paziente si è scoperto che aveva l’abitudine di tenere il cellulare infilato nel reggiseno.

I due specialisti che seguivano il caso, Robert Nagourney e John West, hanno concluso che non c’era altra possibilità per la causa del suo cancro: “Abbiamo collegato i puntini” e la distribuzione delle cellule cancerose era allineata perfettamente con la forma del suo cellulare e del posto in cui era solita riporlo.

Anche se i due medici non possono dimostrare che sia stato il cellulare la causa del tumore, questa storia dovrebbe servire come avvertimento per tutte le donne che hanno la stessa “brutta” abitudine. Ma anche per tutti coloro che tengono il telefono nella tasca dei pantaloni o della camicia.

Il nostro consiglio è di tenere a mente che i punti maggiormente pericolosi per queste radiazioni si estendono per un raggio di circa 15 centimetri attorno all’antenna del dispositivo. Fate quindi attenzione a dove riponete il vostro cellulare, tenendolo a debita distanza dal vostro corpo.

Ecco perché tenere il cellulare vicino al corpo non è una buona idea…

Alcune zone del nostro corpo sono più vulnerabili alle radiazioni da telefono cellulare.

Nel 2009 è stato pubblicato uno studio che ha preso in esame 150 uomini con l’abitudine di tenere il telefono su di un fianco, attaccato alla cintura. I soggetti avevano portato il telefono al fianco per circa 15 ore al giorno, per una media di 6 anni di tempo.

Mediante l’uso di raggi X e tecniche utilizzate nella diagnosi e nel monitoraggio di pazienti affetti da osteoporosi, i ricercatori hanno misurato la densità minerale pelvica.

Scoprendo che i soggetti della ricerca avevano una densità minore sul lato in cui erano soliti tenere il telefono. Questo dato è molto importante per lo studio dell’influenza dei campi elettromagnetici emessi dai nostri dispositivi.

Bisogna rendersi conto che il telefono emette radiazioni anche quando non si sta effettuando una chiamata. Di conseguenza tenere sul proprio corpo il cellulare per tutto il giorno ci espone a radiazioni quasi continuamente.

Molti studi concordano che le radiazioni emesse dai nostri cellulari siano in grado di influenzare negativamente: quantità, qualità e motilità degli spermatozoi umani. Un’altro problema da aggiungere alla minor densità ossea…

Uno studio pubblicato su “PLoS One” rileva che: “RF-EMR nella gamma di densità e frequenza dei telefoni cellulari aumenta le reazioni mitocondriali riducendo la motilità e la vitalità degli spermatozoi umani e in ultima analisi la frammentazione del DNA. Questi risultati hanno chiare implicazioni sulla sicurezza dell’uso di telefoni cellulari da parte di maschi in età riproduttiva. Implicazioni che interessano sia la fertilità e la salute sia il benessere dei figli.”

Per questo motivo, in particolare gli uomini, non dovrebbero tenere il proprio cellulare in tasca, evitandone il posizionamento vicino agli organi riproduttivi. Inoltre nella medesima zona vi sono altri organi sensibili alle radiazioni come fegato, reni, colon e vescica.

Prove recenti incolpano i cellulari dell’insorgenza del cancro.

L’anno scorso, un gruppo di ricerca israeliano, ha registrato un aumento dell’incidenza di tumori della ghiandola parotide negli ultimi 30 anni. Con un picco dopo il 2001. La parotide è un ghiandola salivare che si trova vicino alla guancia, proprio dove solitamente appoggiamo il telefono durante una conversazione.

Nello stesso anno il Dott. Siegal Sadetzki ha testimoniato in un intervento al senato degli stati uniti che i telefoni cellulari sono stati identificati come causa del cancro alla parotide.

Lo studio afferma che il rischio di questo tipo di tumore, sul lato di ascolto abituale, aumenta del:
34% nel caso di utenti che abbiano usato il cellulare per 5 anni.
58% se si hanno più di 5500 chiamate nel corso della vita.
49% se si hanno più di 266,3 ore di conversazioni telefoniche ne corso della vita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica le radiazioni dei telefoni cellulari come cancerogeno di classe B

Gli abbonamenti di telefonia cellulare nel mondo sono stimati in circa 5,9 miliardi, ovvero l’87% della popolazione globale… Penso si possa dire che abbiamo superato il punto di non ritorno per quel che concerne questa tecnologia. Ma, così come il numero di utenti, cresce anche il numero di ricercatori che studia e ci avverte in merito agli effetti collaterali.

Fortunatamente? I loro moniti stanno lentamente quanto inesorabilmente cominciando a farsi sentire.

Il 31 Maggio 2011 l’OMS (organizzazione mondiale della sanità) insieme al IARC (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha pubblicato un rapporto in cui ammette la connessione tra telefoni cellulari e cancro. Classificando i campi elettromagnetici a radiofrequenza “possibilmente cancerogeni per l’uomo” (Classe 2B). Questa classificazione è la risposta ai molti studi che indicano i cellulari come responsabili del cancro al cervello. Il Dott. Jonathan Samet ( Università della California) presidente del gruppo di lavoro ha indicato che: “Mentre stiamo accumulando altre prove, è giusto sostenere una giusta conclusione la classificazione 2B. Date le potenziali conseguenze per la salute pubblica è importante prendere misure pragmatiche e a lungo termine per ridurre l’esposizione“.

I bambini sono i soggetti più a rischio, già nell’utero materno.

Purtroppo, bambini e adolescenti sono i soggetti più a rischio per i tumori della parotide, alle ossa e al cervello. Le ossa del cranio nei più piccoli sono più sottili permettendo alle radiazioni di raggiungere il mesencefalo, dove il cancro risulta più letale.

Inoltre, l’alta velocità di riproduzione cellulare, rende i più giovani maggiormente suscettibili alla crescita cellulare anomala quanto aggressiva di un tumore. Secondo il professor Lennart Hardell (Svezia) nei giovani che iniziano in tenera età ad usare telefoni cellulari aumentano di 4/5 volte le possibilità di cancro al cervello.

L’immagine seguente mostra chiaramente le differenze di penetrazione delle radiazioni tra adulti e bambini. Nei bambini le radiazioni attraversano il cranio molto più facilmente che negli adulti. 



La foto è stata tratta dal libro “Sanità pubblica SOS: il lato oscuro della rivoluzione wireless”

Le donne in gravidanza dovrebbero evitare l’uso del cellulare. Nel 2008 alcuni ricercatori analizzando i dati provenienti da 13000 bambini hanno scoperto che l’esposizione ai telefoni cellulari nel grembo materno e durante l’infanzia potrebbe essere collegata a disturbi comportamentali.

Un utilizzo minimo, due o tre volte al giorno durante la gravidanza alzerebbe il rischio nei futuri bambini di iperattività e difficoltà emozionali. Il fattore di rischi cresce ulteriormente se i bambini faranno uso di cellulari in età prescolare.

Nello specifico, il rischio di problemi comportamentali è aumentato del 54% nei figli di madri che hanno fatto uso di cellulare durante la gravidanza.

Quando i bambini hanno iniziato ad usare telefoni cellulari gli incrementi riscontrati sono stati i seguenti:
80% in più di probabilità di soffrire di disturbi comportamentali.
25% in più di rischio di problematiche emotive.
34% in più di rischio di complicazioni nella sfera relazionale con i coetanei.
35% in più di rischio di iperattività.
49% in più di rischio di problemi legati alla condotta.

Gli esperti categoricamente dichiarano che gli effetti nocivi sono dimostrabili.

I ricercatori in campo di impatto biologico delle frequenze elettromagnetiche (CEM) e tecnologie wireless ritengono che non ci siano più dubbi sulla relazione radiazioni cellulari e cancro. Esistono svariate patologie in relazione alle radiazioni elettromagnetiche. Come ad esempio la depressione, il diabete, le irregolarità cardiache e perdita di fertilità. Gli studiosi hanno spiegato come le onde elettromagnetiche danneggino cellule e DNA.

Il Dott. Martin Blank ha tenuto una conferenza nel 2010 intitolata ” Gli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici” in cui spiega come la struttura a doppia elica del DNA sia particolarmente vulnerabile a campi elettromagnetici di ogni tipo.

Il DNA possiede delle caratteristiche strutturali, conduzione elettronica e auto-simmetria, che contribuiscono ad una maggiore reattività con i campi elettromagnetici. Rendendo le lunghe e ripetute esposizioni alle radiazioni particolarmente dannose.

Blank sottolinea in molti suoi articoli e relazioni di come la scienza abbia già dimostrato questi effetti nocivi. Come ad esempio l’articolo del novembre 2010 intitolato: “Effetti non termici e meccanismi di interazione tra campi elettromagnetici e materia vivente”. Inoltre altri studi mostrano un aumento del rischio di tumore al cervello in soggetti che abbiano usato il cellulare per più di 1640 ore. Uno studio indipendente svedese del 2007 ha riscontrato un aumento di rischio del 540% in soggetti con un uso del cellulare maggiore di 200 ore.

I miei consigli sull’uso del telefono cellulare
I bambini fino a 10 anni non dovrebbero mai usare i telefoni cellulari.
Ridurre l’uso del telefono.
Usa la rete di telefonia fissa a casa e in ufficio.
Riduci o elimina l’uso di dispositivi wireless.
Utilizza il cellulare solo quando la ricezione è buona (quando la ricezione è bassa il cellulare emette più radiazioni per ricevere segnale)
Non utilizzare il cellulare in macchina (le onde elettromagnetiche sono maggiori)
Evita di tenere il telefono vicino al corpo.
Usa un auricolare.
Non pensare che possa esistere un cellulare sicuro.
Spegni il cellulare di notte e non tenerlo vicino al letto.


Marco Falda
Come Difendersi dalle Onde Elettromagnetiche
Accademia Vis Vitalis



Riccardo Stagliano
Toglietevelo dalla Testa.
Cellulari, tumori e tutto quello che le lobby non dicono
Chiarelettere




Riferimenti
i The Environmental Health Trust June 6, 2012
ii Journal of Craniofacial Surgery September 2009;20(5):1556-60
iii PLoS ONE 4(7): e6446
iv Epidemiology January 2011 – Volume 22 – Issue 1 – pp 130-131
v Mobithinking.com Mobile statistics 2012
vi Electromagnetichealth.org, WHO/IARC Classifies Radiofrequency Electromagnetic Fields as Possibly Carcinogenic to Humans
vii International Agency for Research on Cancer, May 31, 2011, Press release # 208
viii Epidemiology. 2008 Jul;19(4):523-9
ix International Journal of Radiation Biology April 2011, Vol. 87, No. 4 , Pages 409-415
x Electromagnetichealth.org, Non-Thermal Effects and Mechanisms of Interaction Between Electromagnetic Fields and Living Matter
xi International Journal of Epidemiology June 2010;39(3):675-94
xii International Journal of Occupational Safety and Ergonomics 2007: 13(1); 63-71

Disclaimer: Questo articolo non è destinato a fornire consigli medici, diagnosi o trattamento.

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Enki e l’ordine mondiale – e la battaglia continua ancora oggi

COSA ACCADE NEI NOSTRI CIELI? - GIORGIO PATTERA

L’OZONO POTREBBE INDEBOLIRE UNO DEI PIÙ IMPORTANTI MECCANISMI DELLA TERRA

Una nuova classe globale che modella il nostro futuro comune in base ai propri interessi

Gli umani non sono sovrappopolati - Stiamo invecchiando e diminuendo

Li chiamano effetti collaterali - quando sapevano che sarebbe successo ... Essi sapevano che questo

E c'è chi ancora nega affermando che non siamo una colonia USA…

GUARDA IL CIELO! CHE COSA STANNO FACENDO?

Come osano? come osano fare questo? Questa deve essere la reazione dell’umanità.

Perché questa mancanza di interesse dei nostri cieli?

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