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sabato 30 dicembre 2017

Alarico Re di tutti


 

Il Re Cristiano: Alarico era giudeo, chi glielo spiega a Hitler? 

Gettate la rete dall’altra parte della barca, e troverete. E’ una pesca miracolosa quella che il redivivo Gesù, nel Vangelo di Giovanni, promette agli apostoli increduli: se volete pesce, calate le vostre reti sul fianco destro dell’imbarcazione. Linguaggio cifrato: la verità ti attende dove mai avresti pensato che fosse – magari dentro di te, nell’emisfero destro del cervello? Tra le pagine (romanzesche) dedicate a un personaggio devotissimo all’uomo di Betlemme – il “Re Cristiano”, appunto, in azione trecento anni dopo gli eventi evangelici – Gianfranco Carpeoro avverte: li state cercando dalla parte sbagliata, i resti del mitico sovrano dei Visigoti, l’autore del primo Sacco di Roma.

Lui, Alarico, recava scritto già nel suo nome il proprio destino: “Re di tutti”, in lingua norrena proto-germanica. “Re di tutti”, tant’è vero che non voleva affatto radere al suolo Roma: al contrario, ambiva a diventarne l’imperatore. Per questo, lasciata la città (non saccheggiata da lui, ma dai detenuti liberati) si portò via l’augusta principessa discendente della “gens Flavia”, Galla Placidia, sua promessa sposa, insieme a cui si spinse in Calabria per poi attraversare il Mediterraneo: diretto in Africa o a Gerusalemme? Morì a Cosenza, di malaria o avvelenato. Fu sepolto insieme al suo tesoro, a lungo inutilmente cercato – anche da Hitler. E adesso chi glielo spiega, al Führer, che forse il suo Alarico era addirittura un giudeo?

Avete sempre scavato dalla parte sbagliata, scrive Carpeoro, perché Alarico non era un barbaro germanico: era romanizzato e cristiano, sia pure di confessione ariana. E forse addirittura ebreo, discendente nientemeno che dalla Maddalena e da Giuseppe di Arimatea, il misterioso armatore che riscattò il corpo di Cristo da Pilato.

L’oscuro Giuseppe d’Arimatea, cioè l’uomo che poi, si racconta, nel Primo Secolo guidò la spedizione navale che portò in Europa il Cristianesimo, tramite lo sbarco in Provenza delle “Marie venute dal mare” guidate proprio da Maria di Magdala, il cui vero nome – Miriam – è quello che tuttora i Gipsy attribuiscono alla loro regina, consacrata ogni anno a Saintes-Marie-De-La-Mer, in Camargue. Ma che c’entrano, i Goti, con i profughi palestinesi di origine semitica, probabilmente giudei, che raggiunsero le coste meridionali della Francia dopo i fatti di cui parlano i Vangeli? C’entrano eccome, se è vero che i Goti discesi dal Baltico e spintisi a ovest del Danubio – i Derving – poi cambiarono nome, secondo l’abate calabrese Gioacchino da Fiore, adottando la “M” di Miriam per diventare Merovingi, dinastia regale.

E’ così strano pensare che un popolo erratico di origine baltica, poi attestatosi in Francia, sia entrato in contatto con i proto-cristiani di Palestina? Certo che no, se si pensa che i Goti furono in gran parte cristianizzati, già nel Quarto Secolo. Ma attenzione: non erano cattolici, erano seguaci di Ario.

Corrente gnostica, secondo cui Cristo è “figlio di Dio” esattamente quanto noi, ciascuno avendo in sé la propria quota di divinità, l’Arianesimo (bocciato nel 325 dal Concilio di Nicea insieme a tutti gli altri cristianesimi non cattolici) ebbe un vastissimo seguito, specie nell’Europa balcanica popolata dai Goti, all’epoca reduci dal Medio Oriente turco: il loro primo vescovo, Wulfila, a partire dall’anno 348 tradusse la Bibbia in lingua gotica.

E’ proprio lui, Ulfila, che apre il romanzo meta-storico di Carpeoro, svelando al giovane Alarico il senso profondo e segreto della sua missione: conquistare la regalità nella giustizia, proprio nel nome della mitica antenata Miriam. Simbologo e studioso dei Rosacroce, Carpeoro fa discendere quel “mandato ancestrale” (il governo terreno illuminato dall’alto) direttamente dalla Bibbia: è il compito che Abramo riceverebbe dal misterioso Melchisedek, “Re di Giustizia”, al quale chiede di essere autorizzato a regnare sugli ebrei.

E’ il mandato che poi Giuda riceverà a sua volta da Giacobbe-Israele, che descrive le doti del figlio con i tre colori della bandiera italiana. Nella tradizione, proprio il bianco, il rosso e il verde designeranno il contenuto simbolico della discendenza di Davide, fino a tradursi nelle virtù teologali cristiane (fede, speranza e carità). Valori che il potere del mondo ha bandito, ma che qualcuno – in nome di Cristo – ha provato a restaurare? Anche indossando i panni, germanici ma romanizzati, dell’inquieto sovrano dei Goti dell’Ovest?

E’ la tesi attorno a cui si interroga Carpeoro, avvicinando il lettore ai primissimi secoli attraverso l’espediente letterario del noir, impersonato dall’anomalo ricercatore milanese Giulio Cortesi, appassionato di musica e soprattutto di cucina.

Come già nel “Volo del Pellicano” e poi in “Labirinti”, Cortesi è vegliato dal suo ruvido angelo custode, il commissario Amedeo Bertossi, il cui mestiere non è inseguire fantasmi del passato, ma brutali assassini in carne e ossa. Killer contemporanei, che questa volta fanno fuori un professore – tedesco – che aveva scoperto qualcosa di sconcertante sulla vera identità di Alarico. Un’intuizione fondamentale, imbarazzante e molto pericolosa, che porta dritto anche alla precisa ubicazione della leggendaria sepoltura del condottiero.

Se Cosenza è tuttora alla ricerca del Tesoro di Alarico su quella che era la riva pagana del Busento, Carpeoro – che è cosentino di nascita – cita il conterraneo Vincenzo Astorino per suggerire che le spoglie del sovrano vanno cercate sulla sponda opposta del fiumicello, quella che all’epoca era cristiana, dove sorgeva l’antichissima chiesetta di San Pancrazio, oggi interrata dai detriti alluvionali. Secondo la leggenda – e la poesia di August von Platen, tradotta da Carducci –quel piccolo corso d’acqua avrebbe addirittura sommerso il Re dei Goti, inumato (come poi Attila) insieme al suo cavallo nel letto del torrente, deviato per l’occasione.

A decrittare anche quei versi ottocenteschi – scomponendoli, in un gioco enigmistico – provvede, nel romanzo, la favolosa équipe di cui si avvale Cortesi: il professore torinese e il suo amico simbologo, l’anziano architetto milanese che tiene in casa un Caravaggio non censito, e poi il vero “aiutante magico”, Fra’ Tommasino, il decano dell’Abbazia di Chiaravalle, “coadiuvato” (in sogno) da Cecilia, la ragazza amata dall’immenso pittore Giorgione, sulla cui “Tempesta” la critica non ha finito di arrovellarsi.

Una trama agile e avvincente, piena di colpi di scena giocati tra Milano e la Calabria, riesce a trasportare il lettore tra le brume meno esplorate degli ultimi decenni dell’Impero Romano, dato già per morto quando invece era ancora enorme l’impronta di un grande imperatore come Teodosio. E’ proprio nella guerra di successione che si inserisce l’apparente outsider “germanico” Alarico, che contende Galla Placidia al figlio del suo altrettanto apparente antagonista, il generale Stilicone, accanto al quale ha anche combattuto per difendere Roma. Alarico? Era sì il Re dei germanici Dervingi, ma anche un cittadino romano, promosso addirittura governatore dell’Illiria. E non era pagano: era cristiano. Di più: era ariano, devoto al vescovo Ulfila.

Se poi il termine “ariano” ha assunto tutt’altro significato, lo si deve all’Uomo Nero, Hitler, che – in nome del mito della purezza razziale – spedì a Cosenza gli archeologi di Himmler e cercare, inutilmente, le spoglie (e il tesoro) del loro presunto campione germanico. Quello è il modo in cui la lettura distratta della storia può deviare dalla verità, coniando stereotipi e luoghi comuni che poi innescano dinamiche che finiscono sempre nello stesso modo, cioè con una strage di massa.

Ne sa qualcosa il sinistro Rudolf von Sebottendorff , il vero fondatore del nazismo “etnico”, il cui spettro si presenta puntuale all’appuntamento coi lettori di Carpeoro – che non è uno storico, ma un simbologo: nella storia, cerca quello che gli storici non dicono, e forse non vedono. Per esempio: perché Alarico, conquistata Roma, porta con sé Galla Placidia? E perché, se voleva dirigersi in Africa, non è salpato da qualsiasi porto tirrenico, spingendosi invece fino a Reggio Calabria, cioè verso la rotta ionica del Medio Oriente? Aveva forse con sé qualcosa di prezioso, che – come poi i Templari – doveva essere “rimesso al suo posto”, cioè nel Tempio di Salomone a Gerusalemme, simbolo dell’unità pacifica di tutti i popoli della Terra?  

“Il Re Cristiano” (l’acronimo è R+C, Rosacroce) è un romanzo per chi ama le domande, più che le risposte. E’ il sequel della storia che lo precede, “Labirinti”, e in fondo disegna un altro dedalo: come Teseo ha bisogno dell’amore di Arianna per uscire vivo dal labirinto del Minotauro, il valoroso Alarico deve avere al suo fianco Galla Placidia. 

Non riuscirà a portare a termine la missione, morendo ancora giovane senza poter instaurare il suo “regno di giustizia” a Roma? Ma la storia non finisce lì, avverte Carpeoro. 

Vi siete mai chiesti chi fosse, davvero, Galla Placidia? Perché era così ambita, importante, decisiva? Vi siete mai domandati perché si fece erigere lo spettacolare mausoleo funebre a Ravenna, poi scegliere di essere sepolta altrove? Cosa nasconde, allora, il Mausoleo di Galla Placidia? E perché proprio lì, a due passi – come fosse un “guardiano della soglia” – volle farsi seppellire Dante Alighieri, amico dei Càtari e dei Templari, nonché capo della confraternita iniziatica dei Fidelis in Amore? Sono solo domande, non risposte. 

Ma quelle, del resto, spesso mancano anche agli storici. E appunto, a proposito di Goti: qualcuno s’è mai chiesto perché si chiamino “gotiche” le meravigliose cattedrali che ornano le capitali europee, erette mille anni dopo Alarico? E dunque: cosa salterebbe fuori, magari proprio a Cosenza, se qualcuno prima o poi si decidesse a gettare la rete “dall’altra parte”?

(Il libro: Giovanni Francesco Carpeoro, “Il Re Cristiano”, Melchisedek, 272 pagine, 22 euro).

martedì 22 ottobre 2013

Babilonia, l'antica capitale del clero



L'Antico Testamento narrato da David Icke

Pare che nel 721 a.C. Israele sia stata invasa dagli Assiri e che gli Israeliti o Cananei siano stati ridotti in schiavitù. Tuttavia, le tribù che la storia ufficiale identifica con i nomi di Judah e Benjamin sopravvissero ancora per più di cento anni, prima di essere conquistate e catturate dai nostri amici, i Babilonesi, intorno al 586 a.C. Fu a Babilonia, l'antica capitale del clero e dei vertici ariano-rettili, che i sacerdoti ebrei, i Leviti, cominciarono a inventarsi una storia per occultare la verità dei fatti.

Come può, infatti, una Confraternita che dappertutto ha distrutto antiche conoscenze e biblioteche, rivelare nei suoi testi come sono andate le cose? E' assai più probabile che si serva di quei testi per diffondere la versione dei fatti che vuol far credere alla gente.

Durante e dopo il loro soggiorno in Babilonia, arricchiti dalle conoscenze e dalle leggende creditate dai Sumeri, i Leviti mescolarono la verità, una verità spesso simbolica, con la fantasia e su questa commistione si basa l'Antico Testamento. I cosiddetti Israeliti non scrissero questi testi, né ne condivisero i presupposti.

Pur ammettendo che siano esistiti, gli Israeliti si dispersero molto tempo prima rispetto all'epoca in cui i Leviti intinsero la penna nell'inchiostro. La Genesi, l'Esodo, il Levitico e i Numeri, che insieme formano la Torah "ebraica"; furono tutti scritti dai Leviti, o sotto la loro supervisione, durante o dopo il loro soggiorno babilonese.

Questo gruppo di fanatici del sangue, dei sacrifici umani e della magia nera, di cui non mi fiderei per nessun motivo al mondo, compilò la legge che il popolo ebraico dovrebbe tuttora seguire. Allo stesso modo, molti fanatici cristiani citano questa riba come la parola di Dio! Non è la parola di Dio, è la parola dei Leviti, supervisionati dai purosangue e dai ibridi rettili della Confraternita Babilonese.

Le tavolette sumere dimostrano oltre ogni dubbio che la Genesi fu una versione molto rivisitata e condensata dei documenti sumeri. La storia sumera di Edin fu ripresa dalla Bibbia laddove essa parla del Giardino dell'Eden. Ricordate la storia di "Mosè"  che viene trovato tra i giunchi da una principessa egizia? La stessa storia la raccontavano i Sumeri-Babilonesi a proposito di re Sargon il vecchio.

La storia di Mosè è una finzione, come lo sono la cattività egiziana l'Esodo (almeno nella storia descritta) e le 12 Tribù che discesero da Giacobbe. Questi testi furono scritti dai Leviti, i cui capi erano gli iniziati delle scuole misteriche rettiliane  babilonesi.

Le storie che essi presentano sono simboliche, ma solo gli iniziati sono in grado di decifrarle, mentre le masse si fermano al loro significato letterale. Secondo i Leviti, Dio consegnò a Mosè le leggi e i comandamenti su la sommità di una montagna. Ancora una volta la montagna acquista un significato simbolico. Ciò si spiega sulla base del fatto che la montagna è vicina al simbolo di Dio, il Sole.

Monte sion significa montagna del Sole. Il sole che sorge sulle montagne orientali è ancora oggi un importante simbolo per la Confraternita. La storia degli Israeliti e degli Ebrei è per lo più frutto di fantasia: il velo dietro cui la verità è stata occultata.

Nessuno si è fatto fregare di più, nel corso dei millenni del popolo che si definisce Ebreo nel suo complesso non sospetta minimamente l'esistenza. Non c'è esempio migliore di questa manipolazione del sostegno e dell'appoggio di alcune stirpi rettiliane come gli ebrei "Rothschild hanno dato ai nazisti, facendone pagare le indicibili conseguenze alla massa del popolo ebreo.

La storia Levitica dall'Esodo è una cortina fumogena dietro cui si nasconde il fatto che le conoscenze "ebraiche" furono rubate dalle scuole misteriche egizie, dopo che in esse si infiltrò la Confraternita Babilonese. Gli egizi considerarono la Rivelazione di Geova come un furto commesso a danno delle sacre scienze. Manly P. Hall, storico e iniziato dalla Frammassoneria, sostiene che la magia nera impose in Egitto la  religione di Stato e che le attività intellettuali e spirituali della popolazione furono paralizzate da una completa osservanza del dogma abilmente formulato dalla classe del clero.

Si tratta di una descrizione perfetta del metodo levitico-babilonese e di quello di tutte le future religioni, come il cristianesimo, che si basavano sulle menzogne diffuse dai Leviti. E questo è un punto fondamentale da tenere a mente. I principi fondamentali del giudaismo, del cristianesimo e del islamismo si fondano sulle stesse storie scritte dai leviti, dopo il loro soggiorno a Babilonia.

Stiamo considerando un momento della storia che si rileverà poi cruciale per il mondo di allora come quello di oggi. Le conoscenze che i Leviti rubarono in Egitto e diffusero dopo il loro soggiorno babilonese, divennero note con il nome di Cabala (Kabala, Qaballa), che deriva dalla radice ebraica "QBC", che significa "bocca vicino all'orecchio". Questo è il metodo usato per comunicare agli iniziati le informazioni segretissime.

La Cabala è la corrente esoterica di ciò che si chiama giudaismo, che in realtà è una facciata della Confraternita Babilonese, come lo è il Vaticano. La Cabala si basa sulle conoscenze segrete nascoste in codice all'interno dell'Antico Testamento e di altri testi. Il giudaismo ne è un'interpretazione letterale.
Questa è una tecnica che si può riscontrare in tutte le religioni. 

Un esempio della codificazione Levitica sono i nomi dei cinque scribi Garia, Dabria, Echanu, e Azrel, che compaiono nel secondo libro di Esdra o Ezra, ecco i veri significati di quei nomi:
  • Garia: segni che gli antichi scribi usavano per indicare che un testo è lacunoso o presenta duplice significato.
  • Dabria: parole che comprendono una frase o un testo.
  • Tzelemia: cifre, espressioni figurate o indicate in maniera oscura.
  • Echanu: qualcosa che è stato cambiato o radoppiato.
  • Azrel: il nome Esdra/Ezdra; il suffisso "el" significa "l'opera di Ezra"
Questi cinque nomi di "scribi" perciò suonano come un'unica frase diretta agli iniziati: "Segni di ammonimento-parole oscuramente cifrate-che sono state cambiate o raddoppiate-opera di Ezra.

Dal Segreto più Nascosto di David Icke pagine: 108-109-110

Enki e l’ordine mondiale – e la battaglia continua ancora oggi

COSA ACCADE NEI NOSTRI CIELI? - GIORGIO PATTERA

L’OZONO POTREBBE INDEBOLIRE UNO DEI PIÙ IMPORTANTI MECCANISMI DELLA TERRA

Una nuova classe globale che modella il nostro futuro comune in base ai propri interessi

Gli umani non sono sovrappopolati - Stiamo invecchiando e diminuendo

Li chiamano effetti collaterali - quando sapevano che sarebbe successo ... Essi sapevano che questo

E c'è chi ancora nega affermando che non siamo una colonia USA…

GUARDA IL CIELO! CHE COSA STANNO FACENDO?

Come osano? come osano fare questo? Questa deve essere la reazione dell’umanità.

Perché questa mancanza di interesse dei nostri cieli?

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