venerdì 15 febbraio 2019

L’idea di non poter andare più a scuola a causa del Climate Change

 

Scioperati

di  Massimo Lupicino

Le cronache di questi giorni ci regalano una serie praticamente interminabile di spunti tragicomici in tema climatista. L’ultima perla è che sull’onda dell’esempio di Greta Thunberg, la studentessa svedese che per protestare contro il global warming ha deciso di non andare a scuola, moltitudini di studenti in tutto il mondo hanno deciso di seguirne l’esempio. Non andando a scuola nemmeno loro. Per protestare, anche loro, contro il Climate Change.

Genitori e figli

Qualche mese fa una manifestazione simile si era svolta in Australia, con 200 studenti a scendere in piazza a protestare contro il Climate Change accompagnati…da 100 genitori. Altri tempi, rispetto a quando si scioperava di nascosto, contro il volere dei matusa, e con la prospettiva di uno shampoo una volta tornati a casa. In compenso l’età dei manifestanti pare essersi abbassata notevolmente: a lasciare i banchi per manifestare contro il global warming saranno anche gli studenti delle elementari: “fin dall’età di 5 anni”, sottolinea trionfante l’Independent.

Viene da chiedersi dove siano le tante associazioni che si occupano della tutela dei minori, nel momento in cui bambini totalmente inconsapevoli vengono portati fuori da scuola, esibiti in piazza a “protestare” per il clima che cambia con tanto di cartelli in mano a mo’ di scimmiette ammaestrate. E impaurite, come si intuisce da certi sguardi, e dai contenuti delle interviste indecenti in cui i bambini raccontano a memoria le favolette climatiste e si confessano terrorizzati all’idea di “non poter andare più a scuola” a causa del Climate Change. I più grandi, sgamati, vanno invece dritti al sodo e minacciano di usare presto il loro voto contro quei politici che non li salvano da morte certa per arrostimento.

Solo politica

Ché il punto è sempre il solito: si parla di politica. Di voti, e soprattutto di quei finanziamenti trilionari che la politica deve continuare ad erogare indefinitamente e a fondo perduto: a tutto beneficio delle elite che di quei fondi usufruiscono sotto la forma di finanziamenti per progetti senza senso che scaricano le loro inefficenze sulla collettività. E quindi ben vengano i bambini esibiti come trofei, spaventati a morte, dati in pasto ai media, e usati come arma di ricatto politica.

Perché quello che traspare, da queste manifestazioni semi-serie di isteria collettiva, è che si voglia mettere la politica nell’angolo, e ricattarla per costringerla ad assecondare cause ambientalistoidi senza senso, sotto la minaccia di un contraccolpo elettorale. È l’istinto di conservazione del Frankenstein climatista, scaricato dai suoi creatori politici perché economicamente insostenibile (ne abbiamo parlato) e impegnato adesso con le sue armi migliori (ONG, media e gruppi di pressione vari) in una lotta all’ultimo sangue contro il suo stesso creatore: la politica, appunto.

Non è una cosa seria

Al solito quando si parla di Climate Change, la situazione è grave, ma non seria. Gli spunti grotteschi, pure in uno scenario così desolante, sono infatti numerosi. A partire proprio dal fatto che i bambini, nel timore che il Climate Change non gli permetta più di andare a scuola, protestino…non andando a scuola. Sarà che si stanno semplicemente portando avanti?

Certo è uno spettacolo interessante quello di una quindicenne svedese che non va a scuola per protestare contro il fatto che, forse, in Svezia non si potrà più morire di freddo e di stenti in santa pace come succedeva ai suoi bisnonni. Ed è ancora più interessante il fatto che la quindicenne in questione sia stata invitata a parlare di Climate Change a Davos, nel tempio di quel globalismo finanziario che il futuro dei giovani europei l’ha sacrificato sull’altare della delocalizzazione, dell’abbattimento dei salari, e della cancellazione di diritti acquisiti in decenni di lotte sindacali proprio dagli antenati di Greta e dei suoi coetanei.

E qualcosa deve essere davvero andato storto, se vent’anni fa gli studenti protestavano contro la globalizzazione intravedendo correttamente le minacce che questa portava con sé, e oggi invece corrono a Davos per vantarsi di aver fatto sega a scuola davanti alla platea plaudente dei sacerdoti miliardari del globalismo. Mentre i loro emuli si fanno accompagnare da mamma e papà a concedere interviste ai giornaloni controllati della stessa élite che applaude Greta dagli scranni di Davos.

Sarà che non ci sono più i ribelli di una volta. Oppure è solo che questi giovani imparano tutto troppo in fretta: se davvero esiste una scienza “settled”, come sostengono certi espertoni di clima che si mettono simbolicamente alla testa dei cortei di baby-scioperati, allora andare a scuola non serve più, perché non c’è più niente da studiare e da scoprire.

Ma davanti allo spettacolo penoso di quei bambini trascinati fuori dalla scuola dai pifferai di Hamelin che intonano le stanche litanie del Climate Change, viene il dubbio che ci sia solo una cosa da fare: dare quei maledetti soldi ai pifferai. E in cambio farsi dare indietro i bambini. Proprio come nella favola tedesca.

Giacché di favole si parla.

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